Nascere da donna – Luciana Percovich

Nonna e mamma (Apollonia Zingler e Anna Jechel)

Alla base della rivoluzione di genere innescata dal femminismo occidentale della seconda metà del Novecento sta il ripensare il significato che ha, per un uomo e per una donna, nascere da un corpo di donna.

Ripensare, perché la comune origine asimmetrica nel corpo materno è già stata pensata una volta – e sedimentata nella mitologia e nelle leggi che stanno alla base della cultura occidentale appunto – dai figli maschi.

Questa cultura, con la sua forma di pensiero e il suo immaginario, ha tutte le caratteristiche di un precipitato dell’esperienza del figlio: il suo tratto più evidente è la reattività del “potere” delle madri di dare la vita. Diceva Simone de Beauvoir: “Non nel dare la vita, ma nel rischiare di perderla l’uomo si eleva sull’animale. La superiorità tra gli umani non è per il sesso che dà la vita, ma per quello che la toglie.”

Il nostro universo simbolico risulta infatti costruito da uomini, per i quali “il semplice fatto di essere generati da un corpo di donna produce conflitti sulla propria mascolinità e un bisogno di affermarsi attraverso il dominio e una vantata superiorità maschile” (E. Fox Keller), e da donne accomunate da una incerta o addirittura mancata individuazione di sé, appiattite come repliche del simbolico maschile sulla madre invece che attrici di una propria autonoma individuazione rispetto alla madre.

È toccato a noi, femministe della generazione degli anni Sessanta e Settanta, svelare – come figlie e come madri – il senso rimosso di questa comune origine, che ha assegnato sorti così diverse alle nate e ai nati da donna. Spetta a noi buttare all’aria, scompaginare, ma anche inventare possibilità diverse di relazione con il corpo delle madri e darne rappresentazione. A noi, in quanto figlie femmine, è possibile cercare l’individuazione nell’identità del corpo femminile e dire, da una posizione d’entrata diversa, la nostra esperienza delle cose del mondo, delle relazioni e dei valori che lo regolano.

Adrienne Rich nel 1976, in Nato di donna, diceva: “Tutta la vita umana sul nostro pianeta nasce da donna. L’unica esperienza unificatrice, incontrovertibile, condivisa da tutti, uomini e donne, è il periodo di mesi trascorso a formarci nel grembo di una donna. Poiché i piccoli dell’uomo hanno bisogno di cure più a lungo degli altri mammiferi, e poiché la divisione del lavoro da tempo stabilita nelle società dell’uomo affida alle donne la quasi totale responsabilità dell’allevare i figli oltre al generare e all’allattarli, quasi tutti noi abbiamo le prime esperienze d’amore e delusione, di potere e di tenerezza attraverso una donna … Nella divisione del lavoro secondo il sesso, gli artefici e i portatori della cultura sono stati figli di madri. Ci sono molti elementi a indicare che la mente maschile è sempre stata ossessionata dall’idea di dovere la vita a una donna, dallo sforzo costante del figlio per assimilare, compensare e negare il fatto di essere ‘nato da donna’. Anche le figlie nascono da donne. Ma sappiamo poco circa gli effetti culturali di questo fatto, poiché le donne non sono state le artefici della cultura patriarcale.” [1]

Quando le donne hanno cominciato a riunirsi, avviando con questo gesto un progetto di conoscenza di sé e delle cose del mondo, in questo spostamento dal culto fallico, dal riferimento al maschile come corpo da amare, legge da obbedire, conoscenza da imitare, l’amore tra “sorelle” si è disvelato anche come uno spostamento dalla relazione con la madre, nella sua valenza negativa di fissazione non elaborata al primo oggetto d’amore.
Se Luce Irigaray ha lavorato soprattutto sulle potenzialità positive di quello che lei chiama, tra molte virgolette, “omosessualità secondaria”, avvertendo molto chiaramente che “resistere alla gerarchia uomo-donne, stato-donna, un certo dio-donna, macchina-donna per ricadere sotto il potere natura-donna, matriarche-donne, donne-donne non presenta un grande interesse”[2], dobbiamo a Evelyn Fox Keller una prima intuizione epistemologica sulle diverse conseguenze per l’uomo e per la donna della generazione dal corpo materno.
Da scienziata, Fox Keller è partita interrogando il concetto di oggettività su cui la scienza pretende di fondarsi, e ha dimostrato come l’oggettività non sia qualcosa di metastorico, ma qualcosa che nasce nella storia dell’umanità come nella storia dell’individuo, e che ha la sua preistoria nell’esperienza relazionale primaria con la madre e nella sua successiva elaborazione oggettuale.

Questo processo, sublimato e simbolizzato, costituisce la matrice che stampa il pensiero maschile, fin qui ritenuto universale e neutro. Ma non è così, perché esiste una diversa modalità possibile per la figlia, che può separarsi come individuo permanendo nell’identificazione di sesso con la madre. In questo processo non c’è necessità di ripetere la stessa violenta separazione, non c’è bisogno di distruggere l’altra per esistere, né di ridurla a oggetto per poter tornare ad avere relazione con lei. Il sé che così può costituirsi non è rigidamente definito per differenza e negazione.

Nell’assunzione di questo modello di relazione, che contiene in sé il simile (come corpo dotato di un sesso uguale), il separato (come soggetto individuato e in relazione con un altro soggetto) e il diverso (come singole individualità ciascuna con le proprie caratteristiche irripetibili), le donne hanno una possibilità altra di simbolizzare la propria percezione di sé e del mondo. Da qui può prendere forma un modo diverso di fabbricare le categorie conoscitive, e un pensiero complesso che comprenda le opposizioni originate dalla coppia base soggetto (maschile/di segno positivo) e oggetto (femminile/di segno negativo), ponga al centro del sapere la relazione tra soggetti e dia ampio spazio a procedimenti di pensiero analogico, libero di non rispondere in maniera coatta all’imperativo di dirsi per affermazione o negazione. Purché la relazione madre-figlia venga elaborata. Perché l’amore per la madre porta con sé anche e ancora la valenza negativa di fissazione non elaborata al primo oggetto d’amore.

Aspetti negativi del materno.

Se la prima esperienza della diversità sessuale sta nella comune origine asimmetrica in un corpo di donna e se fin qui poco le donne hanno elaborato per conto proprio l’esperienza del mettere al mondo la simile a sé e l’essere messe al mondo da un corpo come il proprio, ne deriva la necessità di rivisitare la relazione madre-figlia.
Ciò è successo nei gruppi di donne, dove l’autocoscienza è stata applicata all’analisi delle relazioni e alle dinamiche spesso distruttive che si instauravano al loro interno durante gli anni Settanta. E in campo psicoanalitico, là dove c’è stata una forte presenza di sguardo femminile, con parallelo spostamento della messa a fuoco sulla fase preedipica e preverbale, dove domina incontrastata la diade madre-figlio/figlia. Zona che la psicoanalisi classica chiama dell’indistinto e che è stata spesso in passato liquidata come “situazione o regressione fetale”, su cui non si potrebbe dire granché. Con Donald W. Winnicott, Robert Fliess e diverse psicoanaliste donne, quali Enid e Alice Balint e Christine Olden, sono venuti alla luce molti elementi della “civiltà minoico-micenea”, di cui Freud aveva supposto l’esistenza.

Nancy Chodorow, nel suo importante libro sulla riproduzione della funzione/posizione materna, La Funzione Materna[3], dedica molta attenzione all’evidenziare gli aspetti negativi della fissazione al primo oggetto d’amore, che viene incoraggiata nelle donne, in quanto complementare e propedeutica all’accettazione della “superiorità” e del “dominio” maschile, dal nostro modello culturale che vuole riprodotta all’infinito la permanenza delle figlie e delle madri nell’indistinto pre-simbolico.
Citando R. Fliess, indica come esempi una serie di comuni rapporti disturbati tra madre e figlia, conseguenza di una mancata articolazione del significato del “nascere da donna” per le figlie femmine e di una serie di comportamenti materni apparentemente inspiegabili. Come quando una madre si mostra “asimbiotica” nei momenti in cui la bambina necessita di sperimentare una totale fusionalità, incapace di partecipazione emotiva con la figlia, per poi trasformarsi di colpo in madre “ipersimbiotica” nel momento in cui la figlia comincia a separarsi psichicamente dalla madre, mettendo in atto anche la separazione fisica.
In questi casi, si assiste a un meccanismo materno perverso, che ostacola l’elaborazione del senso di sé nella figlia: con sottili o plateali ricatti affettivi, la figlia non viene mai staccata da sé né autorizzata a tentarlo, ma è usata narcisisticamente come propria estensione fisica e mentale, cui la madre attribuisce i propri bisogni, cercando risarcimento alla propria rappresentazione monca di sé. La figlia non esiste in sé, non può e non deve. Di conseguenza, nella figlia non si può sviluppare nessun senso di sé autonomo, manca un io separato e una percezione di sé differenziata rispetto alla madre. Anche il suo rapporto col mondo esterno resterà possibile solo attraverso la mediazione infinita della madre.
Enid e Alice Balint descrivono uno stato che chiamano being empty of oneself, vuoto interiore, sensazione di mancanza di sé. Le donne che si percepiscono in questo modo non si sentono autorizzate a interpretare la realtà, a sentire in proprio, a riconoscere un proprio sentire. Anche questa situazione affonda le radici in madri falsamente empatiche, che in realtà vedono nella figlia solo il loro bisogni emotivi proiettati. Sono madri che ignorano sistematicamente le proprie pulsioni come originate dentro di sé e si limitano ad esserne agite; ripetono la stessa cecità verso i bisogni e le richieste della figlia, accendendosi solo quando par loro di riconoscersi riflesse nella figlia. La quale, mai vista davvero dalla madre, non può imparare a vedersi attraverso lo sguardo materno, e impara a percepirsi a sua volta come being empty of herself, come vuoto.
Christine Olden racconta cosa succede invece quando una fusionalità troppo pervasiva porta la madre a una sorta di sovra-identificazione nella figlia. In questo caso, per l’eccesso opposto, la madre risulta ugualmente incapace di reale sintonia con la figlia. Lo scopo e la funzione di questa sovra-identificazione serve a gratificare le frustrazioni istintuali della madre, che cerca di soddisfarle con la figlia. Un’altra volta alla figlia è impedito di entrare in relazione con lei e di formare nella relazione la sua soggettività.

Le madri, ovviamente, non attivano questi comportamenti solo con le figlie, tuttavia le figlie sembrano attirarseli maggiormente. Conta comunque rilevare che i figli reagiscono a questi trattamenti, mentre le figlie li agiscono, diventando alla lettera ciò che la madre chiede loro: permanenti nell’indistinto, docili schermi per proiezioni altrui, non interessate a sviluppare la propria identità e autonomia.
Sono solo accenni, che richiamano tuttavia alla memoria storie molto personali che ciascuna di noi in qualche misura ha conosciuto e conosce, ma che hanno anche originato le relazioni che hanno fatto da collante nel movimento delle donne, nei gruppi di autocoscienza che hanno riattraversato e riagito l’infinita gamma delle vicende preedipiche. Proiezioni mai ributtate al mittente, eccessiva tutela per “le altre”, minori perenni da prendere in affidamento, “il vuoto” per una lunga fase percepito ed evocato come parte di sé.
Fino a capire che non possiamo illuderci di libertà e felicità se non impariamo a “vederci” reciprocamente: abbiamo bisogno di individuarci nella relazione con l’altra donna. Il negativo e il patologico del materno non vanno rimossi ma svelati ed elaborati, perché è su di noi che ricadono, producendo devastazione.

Aspetti positivi del materno.

Da altri campi, come da quello imprevisto della scienza, arrivano segnali di attenzione a un “materno positivo”, che hanno l’effetto di permetterne una rilettura da posizioni suggestive e impensate. Oltre al lavoro di Evelyn Fox Keller, vengono in mente a questo proposito Barbara McClintock, Carolyn Merchant, Lynn Margulis e altre. Ma prima voglio citare ancora una volta Luce Irigaray:
“è necessario anche che noi scopriamo e affermiamo che siamo sempre madri dal momento che siamo donne. Mettiamo al mondo qualcosa che non è il bambino: amore, desiderio, linguaggio, società, politica, religione, ecc. La questione se avere o non avere figlie dovrebbe sempre porsi nello sfondo di un’altra generazione, d’una creazione di immagini e di simboli, per non diventare traumatica o patologica. Le donne e i loro figli se ne troverebbero infinitamente meglio”. [4]
L’anello di congiunzione tra campi di esperienza apparentemente così lontani sta nella capacità di cogliere analogie tra modi di operare simili in ambiti diversi: per esempio tra il modo di lavorare di una genetista, come McClintock, la pratica psicoanalitica e l’agire materno.
Per la psicoanalisi è di fondamentale importanza la relazione empatica, la “fusione” del transfert pur nel mantenimento della distinzione tra i soggetti coinvolti nella relazione: accoglimento del paziente, presenza e attenzione costante dell’analista, contemporanea non interferenza legiferante. In tal modo si produce una relazione guidata, che dà forma a una conoscenza che si fa con l’andare avanti insieme. Poi viene la “guarigione”, lo scioglimento, qualcuno che si allontana camminando sulle proprie gambe.
Come madri di bambini ancora piccoli impariamo che la relazione, per funzionare per entrambi, richiede la copresenza di almeno tre elementi: una totale “fusione” della madre sui bisogni, spesso prepotenti, del figlio/a per capirli; una contemporanea grande consapevolezza di ciò che sta avvenendo dato che si tratta di effettuare, momento dopo momento, scelte continue che determinano nell’immediato la qualità della relazione e, nel futuro, il prodotto autonomo che uscirà da questa relazione; inoltre, la capacità di percepire sé e l’altro da sé separati ma dentro la relazione e, quindi, la capacità di elaborarla e di rappresentarla a sé e agli altri.
Qualcosa di paradossale, come nel setting analitico, perché questi elementi – fusionalità e autoconsapevolezza, percezione di sé e dell’altro come separati pur dentro a una stretta relazione – non possono stare insieme nella rappresentazione canonica che ci viene dal sapere dato. Con la parola “fusione”, infatti, s’intende l’annullamento di sé nell’altro e non sono previste eccezioni.

Barbara McClintock, per descrivere come lavorava, racconta:
“Non ero qualcosa di esterno che li osservava (sta parlando di geni osservati al microscopio), ma ero lì con loro. Ero io stessa parte del sistema, ero lì con loro e di colpo tutto mi appariva grande e chiaro: restai sorpresa io stessa, perché davvero mi sentivo come se fossi lì in mezzo a degli amici … E’ necessario fidarsi completamente per comprendere completamente. Quando c’è un’impasse e la visione scompare, occorre fermarsi, guardare dentro se stesse … Prima risolvi qualcosa dentro te stessa, ti riorienti e immediatamente fai di nuovo parte del tutto, lo vedi, lo comprendi. [5]
E’ uno stile di lavoro che ha permesso a McClintock di individuare un modello di funzionamento del DNA complesso, non gerarchico e multidirezionale, che ha fatto impallidire il modello meccanico di Watson e Crick che, tuttavia, continuano a essere trattati come i riveriti “padri” scopritori del DNA. E che potremmo leggere come un preannuncio di dove le nostre ricerche sul senso delle relazioni umane potrebbero portarci.

Prima pubblicazione in L’Etica necessaria. Eredità materna e passione politica, Le Melusine, Milano 1993
Seconda in Verso il luogo delle origini. Un percorso di ricerca del sé femminile 1982-2014, Castelvecchi, Roma 2016

Note   [ + ]