Luciana Percovich, Da Circe a Morgana

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De Nardis - da Circe a Morgana

Da Circe a Morgana.

Scritti di Momolina Marconi, a cura di Anna De Nardis,
Edizioni Venexia, Roma, 2009.

Anche in Italia abbiamo almeno una “antenata mitica” che prima di noi ha preso a cuore la storia non scritta dei tempi prima della Storia, che con pazienza, costanza ed entusiasmo ha preso in mano i frammenti disordinati di un enorme mosaico distrutto da malevoli o semplicemente incuranti patriarchi, insediatisi sulle spoglie di chi li aveva preceduti, senza rimpianti per un mondo che sprezzantemente giudicavano finito e inferiore alla propria scala di valori.

Si tratta di Momolina Marconi, una studiosa coltissima di letteratura greca e latina, maggiore e minore, che ha insegnato Storia delle religioni per oltre quaranta anni, a Milano, all’Università Statale di via Festa del Perdono. Ci ha lasciato un libro (Riflessi mediterranei nella più antica religione laziale, 1939), dimenticato e fuori stampa da anni, e decine di articoli, sparpagliati in riviste per addetti ai lavori, che nessuno aveva più letto. E un archivio personale, che forse è andato distrutto.

Colpisce in Momolina Marconi per prima cosa il linguaggio: denso, dal periodare lungo, con termini ormai caduti in disuso ma che mostrano quanto ricca un tempo fosse la lingua italiana. E riporta come per incanto chi legge indietro nel tempo autobiografico, in un’aula di liceo, dove il professore o la professoressa di greco, lasciandosi trasportare dall’anima poetica vibrante dei testi letti, contagiava la sua classe e la faceva volare in un mondo di cui era ancora possibile cogliere, dalle costruzioni impensabili delle frasi, sintetiche e fiammeggianti di densità percettive, una organizzazione del pensiero, e forse anche di sentimento, che ancora recava tracce diverse dal noto.

E stupisce noi, femministe “postmoderne”, con quel suo insistere su aspetti del femminile, persi o rifiutati, come fecondità, mistero, potere femminile di cambiare forme, capriccio, desiderio di amanti giovani, conoscenze e signoria totali sul mondo delle erbe e degli animali …
Grazie al lavoro di Anna De Nardis, già insegnante di fisica e appassionata studiosa del simbolismo religioso, diventa ora possibile rileggere alcuni tra i suoi più rilevanti saggi – sepolti nelle riviste del settore dopo la loro prima pubblicazione – che spaziano dal mito di Gaia ai Misteri Eleusini, dall’assassinio di Uranos agli Asfodeli alle soglie dell’Ade, saggi che videro la luce nello stesso periodo in cui le altre due grandi studiose europee della “preistoria”, Jane Ellen Harrison e Marija Gimbutas, stavano lavorando o pubblicando sugli stessi temi.

Dal capitolo dedicato a M. Marconi del mio libro Oscure Madri Splendenti, Venexia, Roma, 2007, ecco alcuni passaggi:

Da Circe a Morgana.

Il percorso che porta Da Circe a Morgana passa attraverso la letteratura medievale. Intorno al 1100-1200, basandosi su racconti orali precedenti, fiorisce la grande poesia cavalleresca intorno al ciclo di re Artù. Si tratta, come è ben noto, di un insieme di racconti in cui ritorna una figura di maga, che adesso si chiama fata, Signora del Lago, Morgana, e che ha molte delle caratteristiche già di Circe, Signora delle erbe, degli incantesimi, delle magie. La domanda che si pone M. Marconi è se sia possibile che alla base di questa fioritura medievale della “maga” ci sia ancora Circe. Osserva, molto giustamente, come il mondo antico e il mondo medievale presentino tratti simili e siano separati solo dalla netta cesura rappresentata dal mondo classico, perché il mondo classico, Grecia e Roma, segnò l’irruzione nella storia di una sorta di illuminismo ante litteram che comportò una rottura nella visione del mondo unitaria, ciclica, magica esistente prima e continuata dopo il crollo dell’Impero Romano. Una rottura, un dare nuovo ordine di tipo razionale, che è coincisa con il trionfo della cultura patriarcale e che il Medioevo in qualche modo riassorbì e attenuò, permettendo il riaffiorare di credenze, culti, concezioni che non erano mai scomparsi veramente, ma erano rimasti come assopiti o parzialmente inglobati nell’ideologia romana e greca, guerriera e patriarcale. Morgana, come la Dama del Lago, rappresenta il riapparire, con le connotazioni proprie dei momenti storici diversi in cui si materializzano in figure distinte, di Diana e prima ancora di Circe.

Nell’età classica, modificate e alterate dalle nuove condizioni sociali e intellettuali, le creatrici e operatrici di magia attenuarono – quando non la perdettero del tutto – questa loro dote che rimase tuttavia a far parte delle funzioni e delle credenze religiose. Così come la magia medievale trae la sua origine da un sostrato mediterraneo, più o meno latente, che affiorò nel mondo celtico, dando luogo a rapporti e coincidenze particolarmente significativi.1

In questo saggio, M. Marconi racconta la magia attribuita a Circe relativamente a Scilla: costei era una bellissima fanciulla innamorata di Glauco, figlio di Pasifae e di Minosse. Ma anche Circe se ne innamorò e per eliminare la rivale la trasformò nell’orribile mostro posto sullo stretto di Messina. L’informazione interessante ai fini della sua ipotesi contenuta in questo racconto è che rappresenta una prova in più del movimento dei Pelasgi verso occidente: la prima versione di questa storia non è collocata tra il Circeo e la Sicilia, ma nel centro della Grecia, nell’Argolide, proprio vicino alla zona dell’istmo. Là si trova anche la tomba di Circe, “un masso, uno scoglio, passava per essere la tomba di Circe” nelle isole Farmacusse.2 La leggenda che collega Circe a Scilla nasce dunque nell’Argolide, testimonia la diffusione dell’egemonia cretese nell’Argolide e nell’Attica, e solo in un secondo momento viene trasferita nel Tirreno. Lo stesso antenato mitico di Roma, Enea, viene da est, dall’altrettanto “mitica” Troia e anche la fondazione di Roma fu una tappa del movimento di questo passaggio verso le terre dove tramonta Helios.

Quanto a Morgana e Artù, a Isotta e Tristano, Lancillotto e la Dama del Lago, la Fata dell’Isola d’Oro e Guiglain, dice: “Si tratta di un tema comune nella letteratura mitica celtica, quello della donna soprannaturale, che addestra un giovane eroe alla vita di guerriero e insieme può esserne la madre, l’educatrice, l’amante” (Capitolo 8).

La ricostruzione di Momolina Marconi del succedersi di popolazioni nelle Isole Britanniche, prima dell’arrivo dei Celti, accenna al

ricordo di una tribù di esseri sovrumani, la cui dimora è la rocca fatata, la montagna cava. Essi si chiamano Tuatha de Danann, ‘il popolo della dea Danu’; un popolo il quale riconosceva, come massima divinità, una divinità femminile Danu o Donu in irlandese, Don in gallese – dea delle acque e della fecondità -, che doveva possedere come attributo fondamentale quello di una assoluta sovranità in campo magico, se questa era pure la nota dominante e costante, sin dalle saghe più arcaiche, dei suoi adoratori. Di loro, maestri d’ogni magia, si dice anche avessero portato in Irlanda quattro tesori: la spada di Nuada che non richiedeva un secondo colpo; la lancia vivente di Lug, che non aveva bisogno di una mano che la scagliasse nella battaglia; la misteriosa pietra del destino che gridava con voce umana per acclamare un re legittimo; e finalmente la caldaia di Dagda, la cui scorta di cibo non veniva mai meno.”3

È il “Piccolo Popolo o Popolo Fatato”, la caldaia non è altro che il cauldron, che diventerà di volta in volta il “calderone della strega”, il calice, la coppa, il graal, e da cui Gwijon, giovane apprendista stregone ruba la goccia che dà avvio alla sua trasformazione in mago potente, prima versione di Taliesin e di Merlino.

I Tuatha de Danann furono poi “vinti dai Goidels, primi invasori celtici d’Irlanda, e il suo popolo si ritirò nei grandi tumuli megalitici … Pare dunq
ue, seguendo il Libro delle conquiste irlandesi, che prima dell’invasione celtica l’Irlanda fosse stata conquistata da tribù di stirpe mediterranea, di discendenza matrilineare, che costruivano monumenti megalitici e adoravano in Danu la dea madre loro eponima” (p. 558). Ma prima ancora, la primitiva popolazione iberica d’Irlanda, aveva conosciuto e venerato una dea chiamata Cessair. I legami tra Danu, Don, Danubio, Tanais, Tanit, Diana e Viviana, il nome della Dama del Lago, oltre che nel radicale comune che significa “acqua, fluido che scorre” e che compare come sostrato pre-indoeuropeo dall’estremo limite occidentale dell’Europa fino all’India, sono confermati dalla tipologia della dea che ne reca il nome e che ritorna sempre simile nei suoi connotati di base, che sono acqua, radura nel bosco, conoscenza delle piante, produzione di farmaci, magia.

Vediamo ora più da vicino in che consista la divinità di Morgana e quali ne siano le origini. Viene subito fatto di pensare alla dea irlandese Morrigan, dal nome espressivo, ‘la grande regina’…che è maga…sia che voglia vendicarsi di Odas la lattaia, trasformandola in uno stagno, sia che muti se stessa in cornacchia per sottrarsi al suo eroe o in misera vecchia per ricercarlo e averne salute … sia che improvvisi magiche nubi di nebbia e piogge di fuoco e di sangue…sia che predica avvenimenti strani e meravigliosi. Come Morgana ha un suo eroe prediletto che è Cuchulainn … Si noti infine che Morrigan abita uno dei sìdh, cioè uno dei monumenti megalitici e gode di un giardino suo e di una sua foresta. Ma non è sola: ha un seguito di ventisei guerriere. Non si tratta certo delle nove Grazie di Avalon – questo numero nove risuona quanto mai tradizionale – si tratta di una piccola schiera femminile in armi, che troppo da vicino ricorda le Amazzoni fedeli di Artemide. 4

E, aggiungiamo noi, Amatarasu e Frigga…
Quando Artù è ferito, Morgana lo porta con sé per curarlo ad Avalon e lo trasforma in uccello, come Circe (e come Feronia) trasforma Picus in picchio. Lo trasforma in un corvo per guarirlo ma, osserva Marconi, sembra “amare le metamorfosi dolorose che le assicurano la piena signoria sul paredro da lei scelto … Dunque si rivela sorella di Circe, che divide con lei tendenze e malie”. Alla fine, il corpo morto di Artù e la spada invincibile forgiata ad Avalon saranno restituiti al lago o, meglio, alla Dama del Lago.

Numerose, precise e impensabili corrispondenze vengono poi trovate con Medea (che esce da questo saggio come una figura completamente diversa da quella in cui è stata trasformata dalla “magia” della tragedia greca), con Elena, con Artemide/Diana (in questo caso in particolare con Viviana, la Dama del Lago) e le diverse divinità italiche. Mi limito qui ad arrivare rapidamente alle conclusioni del saggio che passano attraverso l’isola di Avalon.
Avalon, isola di Viviana e di Morgana, Momolina Marconi la interpreta come una nuova aia, cioè di nuovo un luogo dove si trova un giardino delle erbe, dei meli e dei semplici, dove la dea vive al riparo dal mondo degli uomini in compagnia soltanto di altre donne, libere come Diana e maghe come Circe. Avalon è “l’isola delle mele”, dato che apfel nelle lingue germaniche vuol dire mela, così come in Campania Avella (dove, tra l’altro, si trova uno dei più importanti documenti in lingua osca) è la città delle mele.

Ad Avalon, l’isola dell’occidente, Morgana vive solitaria, perché così comanda la sua essenza superumana, che pure disdegna la solitudine, per cui attira nella sua isola i più prodi cavalieri o di qui muove in cerca di avventure. Avalon somiglia ad Aiaia. La maga ha bisogno di una terra lontana, separata dagli umani, che vi possono accedere solo se favoriti dal divino volere, dove la dea può compiere i più diversi mutamenti, circondarsi di animali fedeli, coltivare erbe e piante specialmente utili alla sua attività, allestire filtri e unguenti strani, svolgere insomma in piena libertà la sua arte segreta. Ché, anche quando la dea non sta in una vera e propria isola, abita però – come vedemmo – località solitarie e inaccessibili in cui l’uomo non può impunemente mettere piede se non vi è chiamato dal desiderio o dalla viva voce di lei.5

Ulisse ne sa qualcosa.

La traduzione Avalon = insula pomorum, è esatta poiché aval significa mela in bretone. Quest’isola ci riporta con ogni probabilità ad un lontano sostrato mediterraneo e per due vie: l’una attraverso analogie linguistiche, l’altra attraverso analogie culturali. Per quanto riguarda la prima, cioè linguistica, il nome di Avalon diffuso in zone mediterranee si ritrova in un toponimo della Campania, Abella, nota per le sue produzioni di mele (Virgilio, Eneide). Abella richiama poi il dio Abellio dell’alta valle della Garonna e Aulon suo centro cultuale…nonché la forma altamente significativa Apellon (Creta, Sicilia) accanto ad Apollon.6

Ciò consente di risalire a un morfema mediterraneo abal, abel, apel, afel esistente ovunque si estendesse la cultura pelasgica. Al cui centro c’è la Sicilia, che addirittura venne identificata da uno scrittore siciliano del XVII secolo con Avalon, riferendosi alla vasta diffusione non solo mediterranea ma anche siciliana del radicale contenuto nel nome Morgana, morg-: da Morges, antico re siculo, ai Morgeti, una tribù ligure-sicula, alle città di Morgantina e Morgana. Del resto “ancor oggi al miraggio dello stretto di Messina si dà il nome di Fata Morgana”.
Avalon sarebbe così un’immagine medievale del Giardino delle Esperidi, dove crescevano le mele d’oro, e per contiguità dei Campi Elisi, che si trovavano oltre l’estremo confine occidentale, dove alla fine le anime mortali si sarebbero ritrovate. E Morgana, in quanto signora che possiede un giardino di mele, rivela alla fine uno stretto legame con Afrodite: i kepoi di Afrodite Urania ad Atene erano piantati ad albero di melo e a Tamassos, a Cipro, nel suo sacro giardino sorgeva un albero di melo, esso pure dai frutti d’oro. E fu una mela dorata che Paride dette ad Elena e così scoppiò la guerra di Troia. E come tacere di Pomona, centrale nella statuaria celtica, e di tutte le altre figurazioni femminili divine che se la tengono in grembo, come simbolo d’immortalità?

Giugno 2009, Luciana Percovich