Le origini erotiche dell’esistenza – Elvia Franco

Una serie di scritti di Elvia Franco che è possibile leggere in sequenza scorrendo le frecce a fianco dei titoli

11 – Sulle origini erotiche dell’esistenza.

Ad A.B.

RADICI FILOSOFICHE

La mia formazione viene da lontano.

Viene da radici adolescenti in cui cominciavano a prendere forma il mio bisogno di senso e il mio bisogno di filosofia.
Mi ricordo di un pomeriggio di fine aprile del 1969.

Era l’ultimo anno delle magistrali, quando la mia mente si aprì e intravvidi la possibilità di un mondo nuovo.
Fu allora che conobbi per la prima volta la profondità del pensiero di un uomo.
Non un uomo qualsiasi, ma il mio professore di filosofia. Non il mio professore di filosofia, ma un filosofo. Da tre anni avevamo in classe un filosofo, Lorenzo Abate, che ci insegnava filosofia e non avevamo capito… Molte continuarono a
non capire.
Io no.

Quel pomeriggio di sogno mi recai alla biblioteca Joppi di Udine per una ricerca di cui non ricordo il contenuto, anche perché non ne feci niente.
La professoressa di italiano, l’amatissima Brussich, ci aveva invitate ad approfondire un argomento, che, come ho detto, non ricordo. I libri per la ricerca li potevamo trovare alla Joppi. L’autore che dovevo cercare incominciava di sicuro per A perché , scartabellando le schede del cassetto segnato con la A, trovai subito questo nome: Abate Lorenzo. Ma è il mio professore di filosofia! Mi dissi stupita. Lessi sulla scheda i titoli dei suoi libri La sinfonia della speranza e La relazione rispettante. Li chiesi in prestito e li portai a casa. Li lessi. Sola, nella mia cameretta, chiusa la porta, li lessi fino a tardi. (E della ricerca di italiano chi si ricordava più!)

La sinfonia della speranza era una raccolta di poesie di speranza. Era la musica della speranza che udivo sprigionarsi dal libro, era la musica dell’anima adolescente che accarezzava quell’anima adolescente che io ero, era come un sogno lieve di dolcezza e profonda poesia. Era anche una musica di dolore in quelle poesie, una soave musica piena di dolore, che io vivevo, come fuori dal mondo.
La relazione rispettante era, ed è, un breve, ma importantissimo saggio di filosofia politica.
Quei libri li amai all’istante. E li capii. E ciò che non capii subito, lo intuii come la cosa più importante per me, e per sempre. E fu così. Provavo una contentezza profonda, come un sentore di primavera che mi avvolgeva. A me pareva di
aspettarlo da sempre.

Il giorno dopo non andai a scuola, convinsi Mariangela, la compagna di classe più cara, a seguirmi per leggere insieme a lei i libri. Andammo a Colugna, nei campi. All’ombra dei gelsi, nell’aria tiepida, leggevamo e prendevamo note. A
mezzogiorno riuscimmo con fatica a convincere una mia zia del luogo a farci la giustificazione per l’assenza da scuola. Mentre la firmava, mi guardava torva.

L’indomani arrivammo di proposito a scuola una ventina di minuti dopo il suono della campanella. Inventammo non so quale scusa per quel ritardo e andò come speravamo. La preside arrabbiatissima (vergogna figliole !) quel giorno
ci chiuse nello stanzino delle punizioni. Era quello che volevamo , perché dovevamo terminare insieme la lettura dei libri. Alle tredici, finita scuola, vedemmo Abate che stava uscendo dall’ aula insegnanti, gli dicemmo dei libri (non dello stanzino!)

Lui si illuminò.

Gli chiedemmo di farci una lezione sul suo pensiero. Acconsentì. E pochi giorni dopo la classe in silenzio assoluto ascoltò la voce di un filosofo che ci rapì. Altre poi persero il senso di questa lezione. Io la sto ancora sviluppando. E sono passati quasi cinquant’anni! Gli anni seguenti potei leggere tutti i suoi testi. Lui gentilmente me li imprestò, a uno, a uno, e me li lasciò fino a che li avessi compresi e metabolizzati.

Qualche volta andavo a casa sua per ascoltarlo. Un paio di volte venne con me il mio fidanzatino di allora. Anche lui fu affascinato dal pensiero di Lorenzo Abate, ma non ne capì la portata. Io la capii e la amai. E mi coinvolsi di un coinvolgimento che dura da una vita.

22 – La struttura originaria come energia in sviluppo di forma duale erotica.

Che cosa ho imparato da questo pensiero?
Ho imparato che la vita nasce e si sviluppa come energia strutturata in forma duale desiderante . Cioè in forma erotica. Do a questa parola il significato più alto, più puro, più intenso possibile. E lo riempio di poesia.
Abate dice che la vita nasce come tendenza ad altro, come tendenza tra esistente ed esistente. E questa tendenza fra gli esistenti si sviluppa orientata da un fine a venire: la vita piena e ricca fra esistenti che riescono a conoscersi e viversi, a vivere l’uno la vita dell’altro e a far vivere all’altro la propria vita, restando entrambi inviolati e immuni da danno.
Questo accade nel grado umano.
E, se questa forma di vita è stata impedita, questa resta la forma più alta di vita che all’humanitas spetta di realizzare.

L’esistenza non può emergere da altre matrici.
Non può scaturire dall’ Essere, comunque l’ Essere sia concepito ( Dio, atomo, monade, soggetto, ecc… ).
L’Essere non può divenire. L’Essere non ha in sé il principio del movimento.
L’Essere è.
E’ quello che può essere: identità statica, sempre uguale a se stessa, che non da origine a nulla di diverso rispetto a questo suo eterno permanere in se stessa.

Allora, se l’esistenza non si fonda sull’Essere, ma si fonda sul divenire, significa che si fonda sul movimento con valore assoluto.
E il movimento con valore assoluto non può che essere costitutivo ad un’energia di forma duale, che si afferma come tendenza in sviluppo fra esistente ed esistente. Si potrebbe anche dire come originario desiderio dell’esistente che cerca incessantemente l’altro esistente, trovandolo sempre e non trovandolo mai. Il movimento è tutt’uno, e non potrebbe essere diversamente, con questa energia cosmica che si esprime nella tendenza dell’esistente che cerca all’infinito l’altro esistente e realizza con lui forme di vita sempre più alte, più complesse, più vivaci. Fino alla specie umana e poi oltre…
Concepita così l’origine, non è in nessun modo possibile dire che questo movimento di esistenti che si cercano per conoscersi e viversi, non sia che
necessità di movimento! E’ movimento assoluto. Per nessun motivo l’esistenza così concepita potrebbe essere statica.
Mentre statico, e in sostanza inesistente, è tutto ciò che è fondato sull’Essere.

Se l’esistenza scaturisce da un’energia di forma duale desiderante, significa che si esprime come tendenza all’altro, significa che fin dall’origine, quando
esistevano soltanto “gli atomi di spazio”, gli esistenti non erano uno, ma potenziali folle di dualità in relazione di conoscenza e di vita.
Se l’origine non può essere pensata altrimenti, se razionalmente deve essere pensata nella forma di un movimento di slancio desiderante, erotico, fra
esistenti, nello stesso tempo significa che lo slancio, essendo slancio, è appunto energia. E’ movimento. E’ vita che si va attuando. Nel grado umano si esprime come bellezza di amore, in cui il dinamismo della relazione si compie senza compiersi mai.
Per qualsiasi altro fondamento che voglia spiegare la vita, il movimento è un attributo non necessario alla struttura del fondamento. Il movimento è un
attributo messo ad hoc dal filosofo, perché non ha saputo configurarsi la forma duale dinamica dell’energia nell’atto di scaturire dai trasalimenti del nulla. Potremmo intanto dire che l’esistente, che desidera l’altro esistente scaturisce dall’energia desiderante , erotica che affiora dai brividi del nulla e da nient’altro potrebbe affiorare.

Se l’energia ha questa forma, allora ha una meta.
E tale meta è dinamica. E’ la tendenza fra esistente ed esistente che vuole realizzarsi sempre di più. E spinge, perciò, a creare realtà sempre nuova, sempre mossa, sempre in grado di interpretare, con nuove strutture di relazione, il senso iniziale della tendenza che spinge la singolarità esistente a cercare altre singolarità e unirsi a loro in legame di reciproco riconoscimento, di accomunamento vivente. Questo accade nei gradi elementari dell’esistenza e in quelli più evoluti. L’impeto originario è lo stesso. Duale. Desiderante. Le forme di relazione, invece sono differenziate in ogni grado ma lungo una via che porta la tendenza fra esistente ed esistente ad arricchirsi di sempre nuove determinazioni. Nel grado umano questa capacità di accomunamento vivente è stata chiamata amore.
L’amore esprime la tendenza fra esistente ed esistente che si è realizzata come vita che vive e rivive la vita dell’altro, lasciandola intatta.

A mano a mano che l’amore viene inventato, insieme viene inventata una nuova concezione dell’esistenza. Un nuovo pensiero, una scienza arguta e gentile, un’arte fascinosa, una politica adeguata alla dignità del rango umano
L’invenzione di amore nel mondo annienta il dominio.
Annienta la violenza del patriarcato.
Annienta la tracotanza del Sum: io sono. Solo io sono.

33 – Il Sum e l’Essere. L’Essere non è che l’infinito sempre presente del Sum.

L’Essere.
L’ Essere è logicamente impensabile. Non è motore dell’esistenza. Non sta a fondamento di niente. Semplicemente non è.
Tuttavia la cultura patriarcale continua a volere restare abbarbicata all’idea di Essere, comunque coniugata, e non riesce a vedere che questa idea di Essere non è che l’orizzonte di senso del Sum, tessuto dal Sum a proprio vantaggio. A propria tutela. L’Essere è allora l’estensione del Sum. E’ la volontà di potenza del Sum di collocarsi nel suo infinito sempre presente che è l’Essere. Per pensarsi infinito, il Sum pensa l’Essere.
Il Sum, che vuole agire sempre e soltanto in quanto Sum, ha inventato l’idea di Essere come infinita garanzia della sua propensione a manifestarsi in quanto Sum che conosce, vuole, può e comanda.
E allora ecco dilagare lo sfrenato neoliberismo, lo sfrenato tecnoscientismo, lo sfrenato narcisismo, la sfrenato sovranismo psichico che oggi imperversano ovunque!
Io sono.
Io sono il primo di tutti, il più bravo di tutti, Io qui, Io là, Io voglio essere ministro, papa, presidente della repubblica, chef degli chef, ecc…

Queste affermazioni rivelano quanto la struttura originaria duale desiderante sia stata degradata.
Essa doveva portare alla vita.
Deformata e offesa sta portando alla morte.
Doveva rendere i giorni lieti e ariosi.
Piegata alle ragione dell’Io, li rende tristi e vuoti di senso.
Doveva aprirsi al futuro.
Violata lo inghiotte e lascia smarrita la gente.
E l’energia in forma di relazione desiderante fra esistente ed esistente è ciò che dal pensiero doveva venire pensato, giustificato ed espresso.
La vita che non può porsi in nessun modo che non sia l’energia duale che si sviluppa e si fa l’esistenza. La ragione controlli la veridicità di questa affermazione.

44 – Due righe sul caso

Si afferma comunemente che il caso sia il motore dell’evoluzione.
Si dice che il caso fornisca il materiale alla “selezione naturale” perché essa possa imprimervi le sue leggi.
Ma è davvero così?
E’ davvero il caso il costruttore degli eventi?
L’ha fatta lui l’esistenza che poi la selezione ha modellato?
La vita viene dalla casualità?
Il dna c’è, perché si sono assemblate casualmente delle sequenze di molecole?

E che per il modo in cui si sono assemblate, avendo preso a duplicarsi, devono necessariamente farlo sempre, perché questo modello è stato imposto dalle prime duplicazioni e ora la doppia elica è costretta a ripetere sempre questo atto originario non in forma identica, ma con qualche mutazione casuale ( il caso!) con qualche mutazione improvvisa e imprevista.
Ma è così?
Il caso e la necessità.
Ma davvero il caso e la necessità spiegherebbero il divenire della vita?
Quando si dice caso, si dice movimento.
Si dice formazione di nuova realtà.

Ma se il caso implica il movimento e se il movimento produce nuova realtà, il
movimento non può poggiarsi sull’Essere, perché l’Essere è statico e immobile,
in qualsiasi forma venga pensato.
E il caso potrebbe forse operare in ciò che è immobile e immutabile?
Ma cambiamento e trasformazione nell’esistenza ci sono.
Sono la realtà che si impone.
Allora il cosiddetto caso non può che identificarsi con il movimento assolutamente necessario che è tutt’uno con la struttura dell’energia
dell’esistenza, pensata in forma relazionale erotica. Questa energia è costretta a muoversi e realizzarsi . Questa energia è costretta da se stessa a slanciarsi verso il futuro, inventando sempre nuovi gradi di vita e di relazione. Questa energia è costretta a estremizzare la tendenza degli esistenti tra di loro. La estremizza e non la esaurisce mai.

Il cosiddetto caso, allora, non è altro che questa energia che si sviluppa spontaneamente, ma ha un orientamento certo. L’amore aperto all’amore.
Non esiste il caso.
Esiste l’imprevedibile apparire nell’esistenza della libera creatività affiorante, che non si muove come un folle, capriccioso “non” hegeliano, ma lungo una via che ha un verso e uno scopo.
L’imprevedibilità che affiora non è un irrazionale apparire, ma una maturazione.
Un progressivo formarsi che avviene con tempi suoi e modalità sue e non chiede permesso a nessuno quando sa di poter apparire. Quando sa di poter apparire, appare.
Il caso non esiste.

E questo fa gioire.

55 – Dai brividi quantici diadici… ai corpi aerei della ultra-umanità lontana

La vita, dovendo necessariamente e logicamente essere pensata, come energia originaria di sviluppo in forma duale desiderante, inventa fin dall’inizio esistenti che entrano fra loro in rapporto e si cercano, si conoscono con organi sempre nuovi: captandosi, aggirandosi, con particelle, onde e raggi, spinte attrattive variamente modulate…. e poi tatto, udito, olfatto, vista, ecc… fino alla intelligenza, alla creatività, all’estro, alla parola umana.
La parola viva e piena.
La parola coltello, eros e mare.
La parola che trascina con sé tutto il passato evolutivo e lo attualizza in una forma di contatto nuovo, arioso, vivace, stimolante.
L’aerea parola che vivifica i corpi, penetrandoli.
E questo ancora è l’amore.
E prima di essere amore, è capacità di riconoscimento e di rispetto.
E’ puro sentimento della giustizia.
E’ arte, la cui bellezza ferisce con lame di paradiso.

Riagganciandoci agli inizi cosmici dell’esistenza e appoggiandosi a delle immagini si potrebbe dire questo….
All’inizio, a fremere nel nulla, furono infiniti brividi quantici in tensione diadica di desiderio.
Da essi scaturirono le particelle che presero a cercarsi e a rincorrersi follemente nello spazio infinito, e poi ad aggirarsi, a cercarsi ancora, ad agganciarsi, aggregarsi in forme di relazione nuove, differenziate, ecc…

…Ma forse, chissà, milionesimi di milionesimi di millisecondi prima di queste folli rincorse desideranti, il brivido del nulla si illuminò di una visione in cui apparve per un milionesimo di milionesimo di millisecondo tutto quello che sarebbe venuto nello slancio di invenzione dell’universo evolutivo a forma duale . E lasciò la sua impronta. Per un infinitesimo di millisecondo, i brividi del nulla sopportarono una tensione infinita. E furono imprintati dalla visione del tutto che diede loro l’orientamento, prima che esplodessero nell’infinito che si configurò come spazio.
Allora presero ad stringersi insieme quanti di niente, formando delle particelle, che furono lanciate nello spazio ed esse presero ad aggirarsi, poi ad aggirarsi in giri sempre più stretti fino quasi a formare una sorta di corpo compatto che entrava in relazione di accomunamento in forme sempre nuove con altri corpi compatti ecc…fino ad arrivare alla formazione degli atomi, delle molecole, e poi via via delle cellule, degli organismi vegetali e animali, determinando di grado in grado forme di esistenza sempre nuove, ricche, vivaci in grado sempre di trascinare con sé il loro passato cosmico e comunicarlo estrosamente l’una all’altra in un trionfo della vita che veniva poi lasciato in eredità alle generazioni future che gli esistenti di ogni grado erano spinte a creare, perché esaurita la loro energia, queste conservassero le forme di vita dei generanti e in esse avanzassero ancora .
E si arrivava al grado umano, nel quale le singolarità esistenti sono in grado di inventare il miracolo del viversi senza offesa. Sono in grado di inventare le forme del rispetto, del diritto, dell’arte e della conoscenza in tutti i suoi molteplici e affascinantissimi aspetti. E sono in grado di resistere al putiferio del mondo con il suo corteo di relazioni brutali. L’amore comprende e attualizza in forma nuova questi passaggi.
Questo fa dell’amore per la persona amata la forma di vita umana più intensa e più alta.

Riagganciamoci al titolo di questo capitoletto Dai brividi quantici diadici…ai corpi aerei della ultra-umanità lontana.
Inventati i gradi di vita che conosciamo, che cosa inventerà ancora l’energia erotica desiderante? Che cosa farà, quando il sole sarà vicino a spegnersi e forse l’universo a collassare?
Qui entra in gioco la poesia dell’immaginazione libera, ma non arbitraria, perché si appoggia al pensiero delle origini e intravede un sviluppo estremo.
Un giorno lontanissimo forse si svilupperanno esistenze del tutto aeree e di infinita sensibilità e vita infinita. E si affermerà un nuovo grado che assorbirà i precedenti, e ne serberà la memoria e l’energia. In ognuna di queste esistenze aeree, palpiterà la storia dell’universo. E questo sarà il momento più alto dello sviluppo dell’esistenza cosmica. Queste entità, anime diciamole con una parola della tradizione, angeli, diciamole con un’altra parola della tradizione, desiderandosi, si legheranno le une alle altre per un accomunamento di vita sempre nuova, creeranno un mosso equilibrio di nessi, di nessi aerei, per un equilibrio di comunione trepidante e sempre nuovo.
E se l’universo sparirà, vivrà in loro. Sarà custodito da loro .
Allora… forse per questa via esse raggiungeranno l’immortalità….come vita viva sempre in atto.

Noi dobbiamo preparargliela, intanto che diciamo “beate loro! Beatissime”!!
Un’idea tende a svilupparsi fino all’estremo delle sue possibilità.
Un’energia tende a svilupparsi in tutto il suo potenziale.
La realtà, innervata da questa energia in sviluppo, fa lo stesso.
In considerazione di ciò si può anche immaginare ciò che ho immaginato.

66 – Passeggiata tra atomi, piante, animali…

Nei gradi che precedono l’umano è sempre la tensione desiderante originaria di forma duale a inventare quelle forme di relazione che caratterizzano quel
grado. Gli atomi. Vivono anch’essi di relazione accomunante? Come si sostengono l’un l’altro in quel grado di vita che è loro? Come si sostengono per non decadere da quel grado di vita che hanno inventato e in cui esistono?

Immagino.

Immagino una grammatica delle particelle, la sua sintassi, delle sequenze di salti quantici, delle modulazioni continue e varie di energie con cui si avvertono, sanno di loro, attualizzano, in tutti questi rimandi, la spinta originaria ad accomunarsi, conoscersi, rafforzarsi. E questi atti di vita impediscono loro di decadere. Dall’intercettare le presenze reciproche e variamente modulate delle particelle che emettono, delle vibrazioni che emanano, gli atomi vivono gli uni degli altri in un mosso equilibrio e trasmettono allo spazio l’energia che si crea in questa loro forma di relazione.
Ridurli soltanto a numeri e formule è la follia di un pensiero arrogante che si è creduto unico, mentre si è allontanato dalla vita e pensa che la natura sia
l’infinitamente manipolabile.

E i pianeti?

La scienza non parla forse di attrazione gravitazionale? E questa che cos’è, se non l’energia erotica originaria, spinta a sentire l’esistenza dell’altro e a
segnalare la sua? E, in questa relazione, non è forse possibile, e necessario, dire che i grandi corpi celesti, tendendo l’uno all’altro, e aggirandosi e modulando variamente il loro aggirarsi, si avvertano con modalità differenziate pur restando all’interno di orbite costanti. E intanto questo avvertirsi
incessantemente e reciprocamente li fa permanere nell’esistenza.

Poi ci sono le piante.

La ricchezza di comunicazione fra di loro è un fatto ormai conosciuto dalla neurobiologia vegetale e ci riempie di meraviglia. Gli alberi, i boschi, i fiori, le
erbe, si captano gli uni gli altri, con sensori in parte ancora sconosciuti si captano, si conoscono, comunicano e restano vita in atto. E quanta ricchezza,
quanta varietà di strumenti di contatto hanno inventato e inventeranno ancora!
Quanta vita ricchissima di accomunamento hanno realizzato con le radici, le foglie, gli incantevoli fiori! E sono anche in grado di conoscere l’animale, per sapersi tra loro in forme sempre nuove, per vivere l’attualità delle loro esistenze con tanta ricchezza di contatto! Quale meraviglia! Quale altissimo eros!
Si dura nell’esistenza vivendo la vita alta degli altri, facendo vivere agli altri la nostra vita migliore.

L’idea di porre, a base della realtà, l’idea di una struttura originaria da cui promana infinita energia duale desiderante in sviluppo, consente di dire ciò che ho appena detto. Lo consente, sgomberando il terreno da critiche sciocche e pretestuose. E comunque sia la razionalità a smentire il valore filosofico di questa posizione!

E gli animali?

Gli animali hanno vari strumenti per cercarsi, conoscersi, viversi: i canti, i colori, gli odori, le tante modulazioni della voce, il sesso con le femmine che
selezionano i maschi migliori, quelli che sanno interpretare l’ambiente in modo profondo, come fossero artisti, quelli in cui il territorio, il cielo, i fiori, i sassi, ecc.. intorno a loro, sono dapprima conosciuti e poi rappresentati con estro sulla superficie del corpo come fossero oggetti d’arte. Gli animali rappresentano quanto hanno conosciuto, esteriorizzandolo nella forma del canto, dei colori, come creazioni di zanne, criniere, impalcature di corna che assomigliano a rami di alberi… Negli animali il mondo entra in forma di mondo ed esce in forma di arte.

Con la selezione sessuale, le femmine consegnano al futuro non il dna migliore, ma la migliore tensione alla rappresentazione estetica dell’ambiente, fatta sul suo corpo dall’animale maschio e da lei che lo valuta! Mandano al futuro non un pulviscolo di molecole, ma una forma di relazione che lasci intravedere il primo apparire delle forme dell’arte che tanta gioia poi daranno al grado umano.
Mandano al futuro una forma di energia desiderante che si è oggettivata in una creazione quasi artistica di sé da parte del maschio e in una valutazione che è stata in grado di coglierla da parte delle femmine.

Si desiderano anche gli animali nella forma violenta, si desiderano e fanno assumere al desiderio la forma del divoramento. Animali di un ordine mangiano animali di un altro ordine. O mangiano le piante.
Sorge così una prima rudimentale forma necessaria del viversi interiorizzandosi. Si mangia l’altro. Si vuole l’altro in noi. Si deve mangiare l’altro, si deve sentirlo interamente in noi, per durare nell’esistenza e svilupparsi ancora.
Non avendo il desiderio inventato ancor altri mezzi per vivere dell’altro interiorizzandolo, e nello stesso tempo lasciandolo a sé immune da danno, la
prima rudimentale forma del desiderio dell’altro è prenderlo, divorarlo, farne cibo si sé. Ma questo divoramento toglie l’altro dall’esistenza. Così lo slancio duale deve riprendere il lavoro di costruzioni di singolarità esistenti nuove che si prendano, si vivano e si lascino intatte, senza offesa, rinvigorite dal nostro accoglierle che non conosce sangue.

Queste singolarità affiorano nel grado umano.
La necessità di “mangiare” l’altro è un “mangiarlo” che lo lascia intatto, a sé, immune da danno. E questo avviene perché la specie umana ha inventato il
rispetto, il pensiero, l’arte con cui esteriorizza in modo incorporeo la vivezza della sua sostanza interiore e la dà da “mangiare” ai pari. Questo “mangiare” e “mangiarsi” è l’amore. Questo interiorizzare l’altra persona e questo interiorizzarsi in lei è la vita ricchissima che lascia le singolarità esistenti, inviolate, mentre vivono l’una dell’altra e l’una nell’altra.
Questa forma di relazione è l’eccellenza dell’esistenza umana. La nobiltà che deve venire al mondo.

77 – Sull’amore. I due momenti del suo formarsi: il grado animale e il grado umano.

La realtà dell’amore, nella specie umana, comincia a manifestarsi quando comincia ad affiorare la capacità delle singolarità esistenti di riconoscersi. E successivamente di viversi e riviversi, lasciandosi intatte e immuni da danno.
Sono immedesimate in altre singolarità, tuttavia sono lasciate a se stesse intatte.
Immedesimate in chi le vive e tuttavia lasciate esistenti a sé inviolate. Esse che così vivono altri, e sono da altri vissute, affermano la vita più intensa, più alta, più felice.

L’immedesimazione a sé dell’altro come amore che lascia inviolati trascende l’immedesimazione a sé dell’altro come cibo che distrugge.

Il desiderio dell’altro in un primo tempo si realizza come cibo. Cibo della fame altrui che brama di internare in sé la vita di altri. Che ha bisogno di sentire la vita dell’altro in sé, ma la sente togliendo l’altro dall’esistenza. La sente e si sente vivificato da lui come nutrimento per sé, ma è nutrimento con distruzione che deve ripetersi sempre ed esige sempre l’esserci dell’altro di cui sente la necessità insopprimibile, ma che non sa proteggere e lasciare alla sua vita. L’animale non ha ancora inventato strumenti di vita per fare ciò!

Questo è il primo momento in cui la necessità di vivere di altro si fa sentire feroce. Primitiva e feroce. Perentorio bisogno di cibo, a cui non è possibile sottrarsi. Perentorio bisogno di internare l’altro. Impossibilità di vivere, se non si vive di lui. Ma si vive di lui, annientandolo. Questa è la rozza violenta fase iniziale che prepara da lontano l’amore.

Questo è il regno animale.

Poi dall’evoluzione affiora la specie umana. E il bisogno di interiorizzare l’altro e viverlo si approfondisce, si raffina e si manifesta in tutt’altra forma.

Il secondo momento è quello in cui, nella fase matura, la struttura di immedesimazione dell’altro in sé si eleva, la fame si potenzia e si eleva, si
purifica e muta forma ed espressione, pur restando insopprimibile fame.
Allora dell’altro si “mangia” quello che lui all’esterno mostra di sé, nell’atto che porta all’esterno tutto se stesso, nella parola, nel pensiero, nell’arte, nel fiero sentimento della giustizia, nel fiero sentimento della sua esistenza. Cioè l’altro assume una forma tale che ci permette di nutrirci di lui, internandolo, internando la sua interiorità che si esteriorizza. E questa sua esteriorizzazione,17 che trascina con sé il suo mondo interiore, noi la mangiamo, ne abbiamo fame.

Noi infatti non possiamo vivere, senza che essa viva dentro di noi. Ma mentre viviamo di lui così intensamente, lui, l’esistente che amiamo, resta fuori di noi, vivo, splendido, intatto.
Nella fase più alta delle relazioni umane avviene questa cosa. Si chiama amore.
Perché il secondo momento passi ad essere, è necessario che le singolarità esistenti del grado umano sviluppino l’ originaria creatività, è necessario che “secernano” dall’interno di sé forme aeree di espressione di sé, sempre nuove.

Per viversi e venire vissute, è necessaria la creatività profonda esteriorizzante.
Anche il corpo, per vitalizzarsi e animarsi di nuova vita , ha bisogno della creatività dell’esistenza altrui, delle sue aeree “secrezioni” interiori, che come
gocce di rugiada plachino la nostra sete e come pane plachino la nostra fame.
Se le singolarità non si esteriorizzino nelle forme viventi della loro creatività, decadono. E decadono nello stesso tempo le singolarità che hanno bisogno di nutrirsi di loro. La vita tutta decade.

Se non possono nutrirsi le une delle altre in questa forma di accoglimento senza distruzione, le singolarità, restando prive del cibo vivificante, decadono e
muoiono. Oppure deviano e brutalizzano le loro energie
Da tutto questo si vede come l’amore non possa mai essere meccanicismo di godimento.
Seduti accanto alla persona amata, senza dire nulla, senza fare nulla, si sente arrivare la gioia che scaraventa lontano i paradigmi del mondo e, quando ci spinge verso un abbraccio, questa è poesia.
Date voi stessi da mangiare alle folle…
Nell’aria galilea si udivano queste parole… date voi stessi da mangiare alle folle…e se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo
sangue non avrete la vita in voi…

Gesù aveva capito che la vita umana era, nella sua espressione più alta, il nutrirsi reciproco. Il mangiare l’uno la carne dell’altro e il bere il suo sangue,
attraverso la vita aerea della parola e la poesia del sentimento, è il senso nuovo in cui la vita umana deve poter configurarsi e di cui il corpo stesso ha bisogno per sentirsi rinvigorito, animato e felice.

Il vivere dell’altro come divoramento e il viverlo totalmente senza divoramento, sono la stessa struttura desiderante che in due momenti assume configurazioni diverse: quella infantile e rozza e quella matura e luminosa.
Nella internalizzazione matura, dove si vive della creatività dell’altro, lasciandolo immune da danno, resta il bisogno di assumere l’esistente di grado
inferiore come cibo, resta il “mangiare” con distruzione.
Ma questa è forse una necessità di immedesimare le strutture di relazione che lui ha costruito in se stesso, perché noi, appoggiati ad esse ne possiamo
costruire di nuove.*

L’altro che si continua a mangiare, distruggendolo come altro, se si afferma la fase matura della capacità di viverlo in noi, lasciandolo intatto, cioè se si
afferma l’amore, questa fase matura redime la fase precedente.
Ci assolve dalla distruzione che siamo costretti ad attuare, mangiando l’altro da noi, ma spazzando via dall’esistenza la sua vita.
Se la fase matura non si afferma, resta come un’ombra di colpa.
*
Nell’atto dell’assumere cibo, l’introiezione delle strutture di relazione dell’altro, che si mangia, sono più importanti della molteplicità delle proteine, glicidi, lipidi, vitamine, oligoelementi, così come nell’interiorizzazione di un pensiero sono importanti le strutture di senso che esprime, non le singole
parole e le singole frasi.

88 – Contro l’ordine duale e desiderante dell’esistenza

Adesso bisogna porsi alcune domande circa il perché non si sia affermata la via dell’eros che porta estrosamente all’invenzione di amore, ma si sia invece imposta la via del controllo tecno-scientifico della realtà e della governance neoliberista a guida del mondo.

Se la struttura dell’esistenza deve necessariamente essere concepita (e vissuta) come energia originaria a forma duale erotica, in ogni grado gli esistenti sono spinti a desiderarsi e “frequentarsi” con modalità proprie del grado.

E perché il desiderio sussista, gli esistenti devono sussistere insieme, riconoscersi e conoscersi, desiderarsi e viversi nelle forme elevate che la specie umana è chiamata ad attuare nell’atto di esplicitare la sua esistenza.

Se viene meno un polo della relazione, anche l’altro viene meno, perché viene meno il desiderio, cioè l’energia, che non ha a chi rivolgersi, né dove dirigersi.

Perciò non ha senso uccidere e menomare il prossimo, perché chi lo fa e annienta l’altro, annienta anche se stesso.
Allora il grado umano è quello chiamato, in modo perentorio e decisivo, a un lavorio di formazione di sé, in cui si affermino individualità in grado di rispettarsi, riconoscersi, capirsi, viversi, lasciandosi immuni.
Ma per quale ragione questo non è accaduto?

Cosa è successo?

Bisogna individuare l’ atto iniziale del violento cambio di rotta che ha sbarrato all’esistenza umana di proseguire il suo corso.
Si deve riuscire a cogliere quando è sorto, e in cosa consiste, l’originario atto di sopraffazione che ha violato la sostanza umana e trasformato in inferno la poesia della vita.

Bisogna capire qual è stata la prima forma in cui il Tu è sparito dall’orizzonte di senso dell’agire e del pensare umani. Bisogna capire perché si è imposto l’orizzonte di senso dell’io, dei tanti io miseramente in lotta tra loro e distruttivi del pianeta bellissimo che ci accoglie e ci nutre. Bisogna capire e bisogna togliere senso a questi io, anche per salvarli da loro stessi ,perché loro da soli sono impossibilitati a farlo. Salvarli con l’atto pubblico, femminile, in primis, dimostrare che l’esistenza consiste in tutt’altro da quanto loro affermano. Bisogna che appaia una cultura di donne con un orizzonte di senso, di pensiero e di vita che riporti il respiro nel mondo e ripristini la sua poesia .

Bisogna che il Tu risorga e si imponga. Questa volta con forza di giustificazione.

Uno studioso autorevole ha affermato che siamo a due minuti dall’Apocalisse.

Bisogna fare veloci.

99 – La potenza delle femmine animali, delle donne, delle dee.

Il Neolitico matrifocale e civile avviato al suo annientamento.

Provo a tracciare a grandi linee un percorso che, secondo me, dà una spiegazione al dispiegarsi della cultura degli IO.
Provo a delineare uno scenario nel quale è apparso e si è imposto l’ IO, anziché la naturale e necessaria presenza di esistenti umani in grado di conoscersi e viversi nell’amore dell’eros, dell’eros ventoso e caldo, dell’eros, che attraverso le forme soleggiate del rispetto, del pensiero unitivo, dell’arte, si afferma e dura.

E’ stato violentemente impedito alla specie umana di vivere la naturale spinta attrattiva che li orienta a cercarsi, frequentarsi, sapersi, inventarsi, inventando quegli strumenti di relazione che incanalano questa attrazione e la esprimono in forme intense, elevate, feconde.

Un’idea me la sono fatta.

La propongo.

Vediamo cosa succede nel regno animale.

Nelle società animali, molte specie sono orientate all’estetica con i colori, i canti, una varia produzione di ornamenti sul corpo.

Quali le origini di questa propensione verso l’arte?

E’ l’origine stessa a dirlo.

La struttura duale erotica originaria, spinge verso la creazione di esistenti che si vivano lasciandosi inviolati. Perciò tende a superare l’interiorizzazione dell’esistente altro attraverso il suo divoramento aggressivo, (leone-gazzella), e quindi inventa, all’interno del suo corpo, strutture di trasformazione in modo che ciò che si interna, si esternalizzi in forme nuove e trasformate. L’impatto interno degli stimoli esterni così diventa energia che produce arte sul corpo.

Insomma nei gradi poco evoluti il vivere è un vivere divorando.

Poi è un vivere rappresentando.

Poi è un vivere amando, che trascina e trasfigura le due fasi precedenti.

Il cervo che interna la visione degli alberi, a un certo punto inventa quello splendido palco di corna che ha; le strisce della zebra sono forse un’ esternalizzazione dei giochi di luce e ombra, di chiaro e di scuro che vede riflessi sul terreno; i colori degli animali è possibile pensarli come

un’interpretazione dei colori delle piante; i colori delle piante come un’interpretazione della luce solare; quelli dei pesci come una pura invenzione

loro… un gioco…

Gli animali quindi, con la loro estrosità, cominciano già a inaugurare quella forma di vita che è il vivere rappresentando.

Insomma già presso gli animali, essi tendendo all’estetica, cominciano a esprimere il principio del vivere l’uno dell’altro senza distruggersi. E lo fanno, facendosi “belli”. Lo fanno perché la vita stessa, spinta dalla sua matrice erotica, arriva a porsi come esistenza che nell’estetica, trova i motivi per svilupparsi e proporsi a forme di vita non più annientanti, ma accoglienti, adoranti, nuove.

Cosa facevano le femmine?

Intanto conoscevano l’habitat, osservavamo i comportamenti dei maschi, e giudicavano. Ed erano orientate a scegliere il maschio che interpretava il suo habitat in senso estetico. Quasi che l’evoluzione dell’habitat continuasse nell’evoluzione dei corpi maschili che facevano arte di sé. Le femmine valutavano se questa trasformazione dei maschi in senso estetico avveniva.

Perciò impedivano sia la stagnazione, sia l’involuzione, spingendo così la specie verso la sua hecceitas. Facendo questo, le femmine dimostravano di avere una profonda conoscenza della terra in cui abitavano, unita a una acuta capacità di giudizio che permetteva loro di scegliere chi quella terra sapeva interpretare in modo più estetico degli altri.

Normalmente si dice che gli attributi estetici servono all’animale maschio a difendere il proprio dna, anzi i propri preziosissimi egoistici geni, dai “nemici” e perciò, essendo in grado di vincere le forze ostili dell’ambiente, questi maschi, scelti dalle femmine, trasmettono alle nuove generazioni il loro patrimonio genetico con quello delle femmine con cui si accoppiano e così salvano il preziosissimo acido desossiribonucleico o addirittura un frammento di esso come è affermato della psicotica teoria del gene egoista.

Ma è così?

O piuttosto non è nell’atto di fare arte del proprio corpo che l’animale accumula in sè una maggiore energia, l’energia della conoscenza, trasformata in espressione estetica, non è forse questo surplus di duttilità mentale da accumulo di conoscenza trasformata in arte, che rende l’animale in grado di vedere meglio di un animale opaco e di capire meglio di un animale poco curioso, attitudini che permettono di evitare il pericolo, di sfuggire alla relazione divorante, e quindi di rimanere intatto e immune da danno. E questo accade perché l’animale ha realizzato in se stesso, con estro estetico profondo, gli strumenti per superare il grado della vita che coincide con il divoramento e per aver iniziato ad aprire la strada al vivere totalmente dell’altro, senza annientarlo in sé come cibo.

E non è forse il corpo estetico quello più in grado di incantare e incatenare, fosse solo per un solo istante, il cervello dell’avversario, e quel secondo non
potrebbe forse essere decisivo per permettergli di avvantaggiarsi nella fuga , o seguire un via di fuga imprevista?
Sta di fatto che i pavoni dalle lunghe code, coloratissime e ingombranti, continuano ad esistere e dei pavoni dai colori spenti non sappiamo nulla,
semmai siano esistiti.

E circa il rapimento dell’arte, anche noi umani ne siamo soggiogati. Una poesia, un quadro, una sinfonia ci tolgono il fiato e ci costringono per forza estetica a paradisiaci attimi di rapimento. L’arte si impone a noi e ci rapisce, ci trascina con sé, ci divora mentre noi la divoriamo e non scappiamo da lei.
E le femmine, nel valutare i maschi, intuivano questo e sceglievano di affermare la via estetica, attraverso la scelta del maschio che esteticamente si
faceva bello. E trasmettevano così al futuro non un grumetto di acido desossiribonucleico, ma una slancio di vita attuato.
Nel mondo animale, la femmina non si abbelliva esteticamente. La femmina creava e sceglieva. Ed era, quindi, una potenza.

Non mi stanco mai di dire che queste considerazioni sono legate al pensiero dell’origine, per cui l’esistenza va necessariamente pensata come energia in
forma duale desiderante che si sviluppa.
Quando un esistente crea bellezza, stimola il desiderio e aderisce al senso erotico originario della vita.

La potenza del femminile si esplicitava anche nelle società neolitiche matrifocali dove la Civiltà era alta e le donne erano considerate dee o grandi
madri.
Le società umane, matrifocali, vivaci, orientate alla giustizia, volte all’estetica, avevano una scarsa o nulla propensione a governare i conflitti in modo
violento. La guida era delle donne e il rispetto che tutta la società aveva per loro inibiva la possibilità che sentimenti violenti sorgessero o si manifestassero.

E in queste prime organizzazioni di vita sociale, c’erano “le ragioni seminali” per uno sviluppo delle società umane in senso matrifocale, profondamente aperto alle ragione della vita.

E poi, poi cos’è successo?

Cerchiamo di capire.

1010 – Il Patriarcato emerge con l’individuazione del nesso seme-terra-fioritura

La donna neolitica, come la femmina di tutti gli animali, avvertiva in se stessa la sua forza originaria.
L’avvertiva forse oscuramente, ma con sentimento certo e capacità di orientamento sicura. Per cui la femmina umana si muoveva nel suo habitat ed era rispettata da tutti .

Alcune migliaia di anni fa cominciò a svilupparsi l’agricoltura…

E l’agricoltura stimolò un nuovo modo di osservare e di conoscere.
Certamente il rapporto di causa-effetto si precisò e si rafforzò.

Per l’agricoltore, che osservava il ciclo stabile di vita delle piante, diverso da quello più imprevedibile degli animali, il nesso causa-effetto diventò più chiaro, si ordinò, si interiorizzò, divenne a un certo momento un modus operandi della mente. Una categoria a priori, avrebbe detto poi Kant. Una categoria a priori in grado di funzionare autonomamente, in modo meccanico.

Poi il nesso causa-effetto, osservato in un contesto, per un processo di generalizzazione, si estese ad altri aspetti della vita, riconducibili ad esso.
L’osservazione ripetuta del seme in terra, che dopo un po’ di tempo germoglia, si sviluppa e dà frutti, dovette aver indotto i maschi a stabilire un nesso tra questo fenomeno e l’atto sessuale, attraverso cui il loro seme, lo sperma, immesso nel grembo femminile, agiva come il seme messo dentro la terra.

Per un processo estensivo della conoscenza, il grembo femminile venne associato alla terra e abbassato a oggetto di cui il maschio si attribuì in proprio la proprietà. Non più attivo, non più potente, non più in grado di rimandare alla potenza creatrice autoctona della donna, declinò di un declino che sarà assoluto, fra poco, quando inventeranno il grembo tecnologico e la storia dell’errore avrà raggiunto lo scopo per il quale era sorta 5000 anni fa. Lo scopo di espellere del tutto la donna dal processo generativo.

La Madre, la Dea, la Donna dismisero di essere creatrici di mondo e autrici di Civiltà. E il mondo fu avviato in una direzione opposta rispetto a quella annunciata nelle società matrifocali. Fu avviato verso il nulla, anziché verso la sua fioritura.

La donna perse se stessa.

I figli furono chiamati con il nome del padre. E per il padre divennero il segno della sua potenza.
Cominciò il processo di derealizzazione del vivente, l’attitudine cioè di portare via all’altro ciò che è costitutivamente suo e di trascinarlo nel proprio orizzonte di senso come potenza unilaterale sovrana.
E la prima derealizzata fu la donna.
Poi la natura, poi i maschi più miti.
Quindi si volle impadronirsi anche di tutto ciò che la mente umana creava con il suo estro creativo (scoperte, arte, pensiero), e utilizzarlo per fini di potere e di prestigio a vantaggio delle cosiddette élites dominanti.

La pratica della derealizzazione sta trionfando.

Con la manipolazione genetica dell’embrione, e con l’invenzione prossima di un grembo tecnologico la cultura maschile intende impadronirsi in toto della potenza procreatrice femminile. Alla donna regala gentilmente l’opportunità di omologarsi al raffinatissimo e furbissimo pensiero strumentale del Patriarcato.

Questo è l’abbaglio più grande e più pericoloso del pensiero umano da 5000 anni a questa parte. Le sorti magnifiche e progressive che intende avere
prodotto, fin dall’inizio hanno derubato l’esistenza di se stessa.
La tendenza originaria desiderante fra esistente ed esistente porta, per sua natura, a inventare relazioni di riconoscimento profondo dell’altro, con la sua
singolarità, la sua dignità di esistente unico e irripetibile, la sua bellezza, il suo essere mosso da forze sue verso cammini di fioritura per la grandezza sua, della relazione e del mondo in cui si riversa.

La naturale formazione di relazioni di rispetto e riconoscimento reciproco fino all’amore, venne violentemente repressa e l’esistenza fu costretta ad esprimersi su un versante solo, con un solo soggetto, una sola modalità di pensiero che ora si è tradotta in tecnoscienza universale e universale governo neoliberista del mondo, mentre il pianeta sta collassando.

1111 – Dalla derealizzazione della donna alla derealizzazione della natura

Con la pratica dell’agricoltura e il nesso causa -effetto esteso dalla terra alla donna, è salita sul palcoscenico della storia una conoscenza strumentaleutilitaristica che ha vinto.
L’ arroganza dell’errore ha negato prima alla donna la fierezza della sua potenza, poi alla natura di essere realtà vivente.
La natura è originaria potenza che sviluppa la sua esistenza con forme di relazioni sue e con sue modalità espressive.
La natura e la donna furono depredate della loro autoctonia realizzatrice.
Ciò che si muoveva libero, divenne posseduto; ciò che maturava spontaneo, subiva formazione coatta; ciò che era aperto al futuro, fu condannato ad
involversi o a non evolversi affatto.

Il nesso di causa ed effetto, che collegava il seme alla terra, divenuto il nesso che collegava lo sperma alla materia di un grembo femminile passivo,
sottrassero in modo violento alla donna il suo ruolo di potenza creativa e di
potenza selettiva.
Seguì la derealizzazione della natura che divenne, insensibilmente prima cosa estesa , poi costitutiva di figure geometriche, numeri, correlazioni matematiche, leggi che permettessero di prenderla, manipolarla, piegarla alla volontà di potenza di chiunque avesse i mezzi di farlo. Pensandola geometrica, ci si poteva infatti scatenare su di lei. Pensandola viva si inibiva in se stessi la bramosia dell’assalto.

In questi anni la vita ha subito un altro radicale processo di derealizzazione. La digitalizzazione dell’esistente con la quale la realtà è fatta coincidere con
infinite serie differenziate di uno e zero.
La digitalizzazione è un processo irreversibile, utilissimo a liberare dalla coazione del lavoro, e a permettere alle persone di frequentarsi creativamente
e con piacere, anche se abitano lontanissimo.
Ma se il processo di digitalizzazione non verrà governato da principi regolativi femminili, all’interno di un orizzonte di senso femminile, innestato sulla forma duale originaria della vita, alle sequenze di uno e zero della digitalizzazione verranno tolti via tutti gli uno e splenderanno, sotto il sole, somme infinite di zeri senza residui.
E così il processo di derealizzazione, iniziato spogliando la donna della sua realtà, raggiungerà il culmine quando raggiungerà il niente , la derealizzazione totale dell’esistente.
Le idee tendono a realizzare tutto il loro potenziale. Così i processi.
La derealizzazione si attua al massimo quando arriva al niente.

E ci arriverà.

Ci arriverà, se la digitalizzazione del mondo, non sarà governata dalle donne.
Nel corpo delle donne, infatti, è iscritta l’istanza originaria duale creante.
Le menti di donne, che vibrano in un corpo in cui è portata all’essere la nuova esistenza e la cura della vita, guideranno il mondo.

1212 – Il primo rudimentale esperimento scientifico riguarda le origini

Il maschio volle dare consistenza intaccabile alla sua conoscenza sulla generazione, o ancora meglio, alla sua interpretazione unilaterale circa la generazione. Chi era il generante? Se era lui, come pretendeva di esserlo, doveva avanzare prove inoppugnabili.

Per lui, era necessario individuare le prove, che provassero fuor di ogni dubbio, che al maschile spettava il ruolo, lo status, la cultura della sua superiorità

nell’atto generativo e quindi in quello intellettivo e di giudizio, mentre il femminile veniva abbassato, umiliato, ridotto a materia a servizio del maschio.

Quindi bisognava cercare le prove certe che permettessero quel capovolgimento di civiltà, da matrifocale a patriarcale, che ormai il maschio si sentiva in diritto di pretendere a suo vantaggio.

E nacque il primo esperimento scientifico .

Il maschio formò due gruppi di donne.

In una segregò le donne che non dovevano avere rapporti sessuali. E fece vigilare l’area da maschi fidati. Forse da eunuchi. I primi ad hoc?

Condusse in un’altra area le altre donne, assieme agli uomini che dovevano intrattenere rapporti sessuali con loro.

Quindi fece le sue constatazioni insieme esatte, ma unilaterali e superficiali.

Quindi infondate.

Non gli passò per la testa che la sua era una visione parziale e che la donna poteva essere portatrice di seme nascosto. Lui si fissò sul suo evidentissimo

sperma. Non gli passo nemmeno per la testa di prendere in considerazione che nel grembo della terra c’erano semi (di erbe, alberi, frutti) che né lui, né nessun altro maschio, avevano deposto. Ma in primo luogo non riuscì a intendere che il seme della donna era protetto e nascosto nel suo grembo, insieme di carne vivente e di terra verginale sacra.

Il principio di ragion sufficiente del suo rozzo esperimento “scientifico” lo confermò in ciò in cui voleva venir confermato.

La scienza da allora sarà sempre esatta e tuttavia assolutamente parziale e tale da non poter rendere conto della realtà, ma solo degli aspetti utilitaristici che derivano del suo studio.

L’intuizione del nesso seme-terra-frutto divenne con certezza rapporto sessualegravidanza- figlio, operata dalla sua potenza seminale.

La donna si trasformò in uno strumento della potenza maschile.

E fu costretta ad accettare.

La derealizzazione della donna, la spogliazione del suo potere, l’attribuzione del potere generativo e conoscitivo ai maschi, fu il modello su cui impostare anche le relazioni con la natura e quelle con l’altro pari.

Questi atti determinarono il violento cambio di Civiltà che si verificò circa 5000 anni fa, quando le società matrifocali con orientamento estetico e pacifico, furono sostituite dalle società patriarcali, a orientamento gerarchicocompetitivo- militarizzato.

Nacque una nuova forma di conoscenza, non più vivace, intuitiva, femminile e rispettosa della terra madre. E capace di tradursi in tecnica estetica per il

benessere della comunità.

La forma patriarcale della conoscenza è esatta e mancante, strumentale e utilitaristica. Disastrosa.

Di essa, una nuova matrifocalità prenderà tutto ciò che può entrare nel suo orizzonte di senso. Il resto Geenna!

1313 – La scienza che non conosce il reale, ma solo gli aspetti utilizzabili del reale

Quando studia un oggetto della natura, la scienza lo osserva, rileva le sue proprietà, fa le misurazioni, individua le costanti, le traduce in leggi, in formule, che, dopo l’esperimento scientifico, gli consentiranno con sicurezza di piegare quell’oggetto alla volontà di potenza delle élites dominanti.

Ma la scienza resta in superficie.

Lo scienziato resta in superficie, perché lui studia l’ oggetto come fosse a sé, anche quando lo mette in relazione con altro.

Ma di queste relazioni lo scienziato non vede il senso vero, in quanto crede che l’atto di stare in relazione di un esistente con altri sia di tipo strumentaleutilitaristico e strutturalmente simile a quello che l’uomo ha con la natura: la ricerca del vantaggio per sé. ( O, demenzialmente, per mini segmenti desossiribonucleici !)

Cioè crede che la relazione avvantaggi i singoli, non che sia una forma di vita assolutamente valida in sé.

Ma è proprio questo che è sbagliato!

Il mondo non è fatto da esistenti in sé stanti, alla ricerca ognuno di servirsi delle relazioni con l’altro a proprio vantaggio. O ancora più riduttivamente a vantaggio del proprio dna, e scendendo ancora, a vantaggio di un singolo gene molto molto egoista. Il più egoista di tutti!

Gli esistenti inventano i nessi di relazione perchè sono attratti gli uni dagli altri e si desiderano. Attualizzandosi in atti di relazione, vivono l’uno la vita dell’altro. Inventano strumenti sempre più nuovi, più ricchi, più alti per conoscersi e viversi. Il cosmo è un oceano di flussi desideranti di energie erotiche e le relazioni hanno valore in sé. Valore assoluto. E sono queste che nell’atto di accoppiamento sessuale si trasmettono. Non si trasmette nessun gene egoista e nessun dna con valore a sè. Si trasmette la forma di relazione migliore. Si trasmette la forma di relazione che realizza la tendenza fra esistente ed esistente nel modo più alto, più puro, più estroso. Si trasmette la tendenza desiderante attuata nella forma migliore, di cui il gene è solo uno strumento, come un pennello è solo uno strumento davanti allo splendore di una pittura.

Quando la scienza dice di aver individuato le proprietà di un esistente e le sue leggi, deve capire che quelle non sono né proprietà, né leggi di quell’esistente, ma sono strumenti per la relazione che quell’esistente inventa quando intercetta l’altro che gli è necessario e tende a lui. Quando un esistente capta un suo pari, allora cercando l’accomunamento vivificante con lui, il suo interno comincia ad elaborare mezzi che consentano questa relazione. Perché quando degli esistenti si intercettano tra di loro, sono come costretti a inventare strumenti di relazione che consentano loro di sentirsi, capirsi e viversi. Questo fatto è stimolato dalla matrice dinamica desiderante dell’esistenza che va necessariamente pensata come energia duale in sviluppo e sempre in atto. (Si provi il contrario!) Ed è questa matrice che dà il la al corso dell’esistenza.

La scienza deve individuare queste forme di accomunamento dove si sviluppa energia. La scienza deve smettere di credere che ciò che studia sono proprietà dei singoli. Non sono proprietà. Sono nessi viventi, che le singolarità esistenti creano da loro, per loro, per collegarsi tra loro. Ed è a essi che la scienza deve guardare!

La scienza deve capire che quando avviene una modificazione in un esistente anche un altro risponde con la sua energia, perché i due si sono intercettati e si inviano input di conoscenza e di vita. E bisogna coglierli insieme nei balzi energetici in cui vengono alla relazione tra di loro!

E sono questi nessi viventi, energetici, che andrebbero incorporati tecnicamente negli oggetti, i quali allora sarebbero non cose, ma in qualche modo realtà viventi anch’esse. Questa tecnica è da creare.

Per questa via nascerebbe anche la cura di questi oggetti. Chi li possiede si affezionerebbe, li curerebbe e sarebbe superato il consumismo mortifero.

La scienza ha porte spalancate davanti a sè! E, con la tecnica, ha da inventare tutto quello che non ha inventato e generare vita , gioia e futuro.

1414 – Il peccato originale. Una struttura epigenetica scritta su quella genetica?

Quando apparve l’errore sulla generazione e si ritenne che il maschio fosse il procreatore, questo errore si radicò nella mente e la strutturò a sua immagine e somiglianza, possiamo dire.

Questo errore violò la struttura della realtà che non si può pensare diversamente, se non come animata da una energia costituita dalla forma del duale desiderante. Per essa gli esistenti, esistendo liberamente insieme, sono spinti a cercarsi, trovarsi, viversi e riviversi, restando inviolati e immuni nella loro creatività che è sempre nuova. E , che espressa in forme nuove, mantiene in atto la vivacità della relazione.

Nella vita cosmica si è insieme, e insieme desideranti, quando si è liberi.

La conoscenza degli esistenti, come fossero ognuno a sé, anche quando sono in relazione e lo sono sempre, è monca. Ed è indirizzata allo sfruttamento

strumentale dell’altro, cominciata con la derealizzazione della donna.

La scienza, così com’è, studia proprietà, comportamenti, leggi di natura al fine di individuare l’utile per la specie umana, non la vera vita che corre fra gli

esistenti della natura. La tecnica trasforma l’utile conosciuto in utile pratico.

La scienza deve rivoluzionare lo sguardo. E farsi più audace, più intuitiva, più creativa. Più in grado di penetrare nelle cose. Deve farsi strumento vivo, duale, erotico, di indagine della realtà che è viva, duale, erotica, e quindi affermare la sua conoscenza e tradurla in pratica. *

Penso che il peccato originale sia la costrizione, fatta dalla specie umana a se stessa, a orientarsi in senso contrario al verso che ha l’energia quando affiora dal quasi nulla, nella forma di tendenza desiderante delle singolarità esistenti per le singolarità esistenti, in ogni grado del loro sviluppo.

E che l’energia assuma questa forma originaria è l’unico modo logico consentito per spiegare il movimento e la trasformazione di cui abbiamo esperienza diretta in ogni istante della nostra vita.

La specie umana si è costretta da sola a vivere in senso opposto rispetto l’orientamento del dinamismo originario, perché si è tutta immedesimata con l’errore maschile sulla generazione. Questo errore, che ha concepito da sé, deve essere tolto da lei stessa, passando per l’angoscia della colpa e per il dolore dell’espiazione verso la costruzione di una vita nuova.

A causa di questo errore, la donna fu derealizzata da potenza autoctona generativa a serva dell’uomo.

Poi la natura da vivente divenne estesa, geometrica, digitalizzata.

La storia umana, dopo la sommersione delle Civiltà neolitiche matrifocali, a orientamento estetico e pacifico, si è sviluppata sopra l’errore sull’origine,

possiamo dire che è cresciuta sopra il peccato originale.

E’ difficile supporre che l’errore iniziale sulla procreazione non abbia lasciato una traccia di sè nel cervello e una ricaduta sul dna con l’epigenetica.

L’errore, ripetuto nei millenni, rincanalò e rimodulò diversamente l’energia neuropsichica su piste sinaptiche nuove, estranee alla natura originaria della

sorgente creativa duale, per cui gli esistenti sono naturalmente orientati l’uno verso l’altro dalle potenti forze creative della bellezza erotica delle origini.

E’ razionale supporre che questo dirottamento dell’energia originaria nelle strutture interne della mente, determinando comportamenti di sopraffazione

anziché di spontaneo riconoscimento reciproco, con il tempo abbiano indotto modificazioni sempre più profonde nella natura umana. E’ lecito e razionale supporre che si siano iscritte appunto nel dna come epigenetica e nel cervello come stravolgimento della sua tensione originaria, determinando poi tutti quei modelli interni di conoscenza e di vita pratica, di cui ora vediamo gli esiti mortiferi.

Echi dell’autenticità del vivere palpitano sempre nell’interiorità umana.

Sono dolorosi e nostalgici, inumiditi di lacrime, sogno e speranza.

La figura di Lazzaro ci parla di queste cose.

Lazzaro è dentro una tomba ricoperta da una grossa pietra.

La vita è impedita ad esprimersi a causa di quella enorme pietra.

Lazzaro nella tomba patisce la sua morte e vuole venire alla vita. Qualcuno capisce, si avvicina alla tomba, non lascia inascoltato il pianto, il dolore, lo

strazio e assalta con fede l’orizzonte dell’impossibile. Ordina: “Levate la pietra!” Gli vien detto: “Signore già puzza!” Ordina più severamente: “Levate

la pietra! ” La pietra viene tolta. Egli con autorità grida: “Lazzaro vieni fuori. Vieni fuori Lazzaro! Non stare più lì!”. E il morto esce. E’ avvolto in un sudario. Le mani e i piedi sono stretti da bende. “ Ora scioglietelo e lasciatelo andare. Vai Lazzaro. Vai. Andiamo.”

C’è sempre la scrittura che freme e palpita tra le maglie della sovrascrittura. …

E’ sempre la genetica che freme e palpita sotto la corazza epigenetica.

*

(….E mangiare due pomodori di due piante che sono state in comunione tra loro, probabilmente, dà energia più che mangiarne chissà quanti!….)

(Oppure: quanto benessere ci darebbe una casa fatta con legni che sono stati alberi insieme. Quanta energia palpiterebbe ancora da travi che un tempo erano tronchi di alberi che si vivevano…Tutto questo è lecito supporlo ed è coerente con l’idea di origine che qui ho proposto, anche se queste cose potrebbero non piacere agli accademici.)

1515 – Resurrezione di Civiltà

Se la donna fosse stata conosciuta per quello che è, creatrice di popoli nel grembo ed autrice di Civiltà nel pensiero; se la natura fosse conosciuta come costituita da esistenti in tendenza reciproca e in relazione tra loro, la conoscenza non si sarebbe orientata verso la strumentalizzazione derealizzante

dell’esistente e la fabbricazione coatta di oggetti demenziali.

Non avrebbe sepolto l’umanità sotto cumuli di sempre nuovi, inutili, stancanti oggetti, né avrebbe sottratto alla terra il suo naturale equilibrio e la sua bellezza.

Né avrebbe violato gli oceani con montagne di plastica e con chiazze orribili di petrolio. Né avrebbe sconvolto il clima, né sparso veleni nell’aria, né avrebbe pensato di modificare geneticamente la natura, perché la natura, avendo in sé la sua via di sviluppo, ha fatto da sé questo bellissimo mondo e la specie umana, natura anch’essa, l’avrebbe profondamente rispettata.

La conoscenza avrebbe avuto lo slancio e l’ ardore di cogliere davvero gli esistenti per quello che sono e loro sono i loro nessi viventi di accomunamento

degli uni con gli altri, sono l’energia vivissima che si sprigiona in questi nessi.

Il consumismo forsennato e stupido non sarebbe neanche esistito, neanche concepito.

La conoscenza si sarebbe orientata verso la qualità e la bellezza, non verso la quantità con il suo arrogante culto dei numeri e del denaro, non avrebbe fatto di questi dei principi regolatori della vita di tutte e di tutti.

La conoscenza avrebbe concepito e realizzato oggetti esteticamente belli.

Oggetti che, incorporando la loro storia evolutiva, incorporerebbero nello stesso tempo anche la creatività e l’estrosità delle mani creatrici e realizzatrici. Della mente creatrice e realizzatrice. E questo sarebbe stato per noi motivo di gioia.

Di gioia che trova in se stessa uno stimolo per farci crescere sempre di più sopra noi stessi, per spingerci ad avventurarci sempre di più nel riconoscimento reciproco, nel rispetto, nella fascinazione dell’arte e nell’amore bello e puro che abbiamo atteso da sempre, perché di questo amore noi da sempre abbiamo bisogno per vivere.

Gli oggetti non sarebbero mai stati depositari di messaggi di potenza e indicatori di un presunto nostro valore di status di cui ci serviamo (i cosiddetti

potenti si servono!) per umiliare gli altri. Non si sarebbe potuto neanche concepirli come aventi questa funzione.

Se l’umanità avesse saputo se stessa, se avesse conosciuto il potenziale di ardore che la storia della vita cosmica le ha consegnato, se si fosse avvertita come creatrice di vivissimi nessi fra umani, se si fosse radicata nella natura come suo ulteriore e naturale sviluppo, noi non saremmo qui , nel putiferio del mondo, a contemplare i segnali della sua fine.

Ripeto. Queste considerazioni si fondano sul pensiero che vede l’origine della vita innestarsi necessariamente su una struttura dinamica avente un’energia di forma duale desiderante.

La razionalità di ognuno/a può vedere se questo è, o no, fondato.

1616 – La sostituzione violenta delle società matrifocali con quelle patriarcali.

L’ orrido vero, falsissimo.

Quando la matrifocalità delle Civiltà neolitiche, vivacemente pacifica, è stata sostituita da quella patriarcale, derealizzante, tuttora in auge, si è aperta la possibilità di un “progresso infinito”, ma cieco e arrogante, che sta uccidendo il pianeta e chiudendo il futuro.

Traduco con un linguaggio rozzo, perché rozza e violenta è questa civiltà, gli assiomi che la caratterizzano e fondano il suo ordine.

Questa Civiltà è mossa da queste forme di relazione nella conoscenza e nella vita pratica. Il disastro del mondo le hanno rese visibili.

Esse affermano:

– Io comando. Tutto è mio. –

– Certo, tutto è anche tuo, a dire il vero. Perché se tutto non fosse anche tuo, Io non proverei l’ebbrezza di lottare con te. Io non sarei spinto a
entrare in relazione con te per toglierti il tutto tuo. E Io voglio la potenza della mia vittoria su di te. Voglio il tutto è mio attraverso la lotta senza quartiere con te. Voglio toglierti quello che hai. Derealizzarti. Farti mio servo. Questa cosa mi esalta. E Io la voglio. –

– Io assumo su di me ciò che è proprio dell’altro da me e faccio meglio di lui tutto quello che lui fa. Se gli porto via la sua potenza, se lo derealizzo, lo indebolisco come ho indebolito le donne. Poi lo governo. E trionfo. E imprimo nel mondo il mio marchio vincente . –

– Assumo su di me il figliare della donna, la cosa più interessante che esiste per me, la più appetibile. Poi faccio meglio di lei quello che fa lei. Io so generare i robot. Io li so generare , non certo ripieni di spirito santo, e chi se ne frega! Io faccio i robot ripieni di AI. Nessun grembo al mondo

saprebbe fare altrettanto. Nessuna femmina genererebbe con questa potenza. Io sì. –

– Io so fabbricare anche gli embrioni. Li faccio come voglio io. Poi invento un’incubatrice super dotata, come voglio. Così finalmente distruggo completamente la donna. Sto aspettando questa cosa da 5000 anni!

– Io taglio e cucio anche nelle parti intime della materia. Incollo una cosa presa di là a una cosa presa di qua. E genero sempre nuova materia.

Nuove piante, nuovi animali, tutto nuovo. Il dna è mio e lo manipolo come voglio e faccio quello che voglio. –

– Se nel mio orizzonte di senso, la gente per forza di cose si ammala, va bene così. Perché io con le mie ricerche dimostro di saperla guarire. Il male che Io guarisco mi eleva di grado. E Io da Io divento un quasi Dio. Anzi divento Dio. –

– Se la mia conoscenza devasta terra, mare e cielo, va bene così. Mi attivo per essere Io quello che li ripara. E se proprio non ci riesco, va bene così lo stesso. Io la via d’uscita per me la trovo sempre. Vado su Marte. Colonizzo Marte e là riavvio la mia storia esaltante. All’infinito. Io voglio

governare in ogni luogo. Sulla terra finché posso, poi mi do da fare alla grande! E vado su Marte, sugli asteroidi, su qualche Galassia in cui Io sempre arriverò con la potenza del mio genio assoluto. –

– Io mi camuffo in mille modi , ma sono sempre Io che agisco e opero.-

– Quando mi camuffo da differenza gentile, sono sempre Io nei paraggi. Le differenze sincere (scemenze!) di altri mi servono per stare sveglio. Mi stimolano a corrergli dietro, a non farle scappare, a non permetterli di esprimersi in proprio contro di me. Le inglobo in me come polpette, mi danno energia, e divento sempre più grande. Sempre più Io! Perciò viva le differenze sincere! (Sincerità! Che parola! Palle.) Io me le divoro

queste differenze!-

– Quando mi camuffo da solidarietà, non lo devo dare a vedere che ci sono Io dietro la maschera. Io devo sempre parlare di puro sentimento della solidarietà, anzi purissimo. Io devo sedurre e ingannare. Devo sedare le menti, devono starsene buone. E se poi qualche allocco fa volontariato vero, a me va benissimo. L’allocco mette le toppe sulle mie scellerataggini, così non le vedo. Io faccio le scellerataggini. E mi piace tanto farle. Ma non mi piace che qualcuno le veda. Anzi nessuno deve vederle, tanto meno io . Io devo fare sempre bella figura. Tutti devono

credere che io mi muovo per il bene assoluto. E la mia visione del mondo deve risultare sempre e per tutti la migliore di tutte. Perciò viva all’allocco volontario, che copre le buche e gli orrori fatti da me. Io gli do anche la medaglia. Lo onoro in eurovisione!

– Ma, dentro di me, Io dico e affermo che per me la solidarietà è solo strumentale. Una pausa per tirare un po’ il fiato e affilare i coltelli. Un’occasione per fare gruppo col mio gruppo, quando un gruppo di altri mi attacca. Poi alla fine sono Io che nel mio gruppo regolo i conti per

vincere Io.-

– La mia volontà di potenza mi spinge a universalizzare il mio modo di vedere il mondo e di operare nel mondo come Io voglio.-

– Io ho anche trovato la legge universale che ha regolato, regola e regolerà il superbo grado di vita in cui Io mi trovo e agisco. Io ho stabilito che il

mio unico imperativo categorico sia questo: Sia legge universale compiere da parte di ognuno qualsiasi azione pur di conquistare ricchezza, potenza e prestigio. Chi non può fare così, soccomba. Anche se questi debba essere Io. (Quanta nobiltà ho nel cuore, accetto perfino di soccombere!…Ma preferisco, ovviamente, che soccombano gli altri.) Questa è la mia altissima etica. Anzi è l’etica tout court. L’etica universale.

Varrà su Marte!

– Io voglio perciò universalizzare anche alle donne questo mio magnifico imperativo categorico. Anche loro devono fare come me. Anche per loro deve valere la mia legge. Universalizzandomi in loro, Io mi accresco in potenza e prestigio. –

– Se iscrivo questa mia legge nella mentalità delle donne, le costringo a fare come me, le elevo a mie pari . Hanno le mie stesse opportunità di derealizzare il mondo e splendere come Io splendo. Diventino anche loro come Io sono diventato! Io voglio il loro consenso. Così capisco che

hanno accettato. E Io di questo ho bisogno. ( Senza il loro consenso, rischio di schifarmi di me e non lo potrei sopportare). Ma poi deve essere chiaro che Io voglio stare sempre un gradino più su delle donne. O anche due. O tre o trentatré, ecc… Questa è la mia volontà. Non c’è nessun’

altra, fuori di questa.-

Ma al di sotto di queste categorie concettuali lavora la vita.

La vita dei gesti e delle parole di rispetto e di cura che gli umani sanno dirsi e darsi in mezzo all’arroganza del mondo.

E questa è la scrittura vivente che palpita sotto l’arroganza della sovrascrittura e la farà esplodere.

La dissolverà in un pulviscolo di frammenti di niente.