Società di pace: esce a Luglio un testo inedito sui matriarcati – Luciana Percovich

Prefazione all’edizione italiana di Società di Pace

Castelvecchi Editore, luglio 2018
Scrive Heide Goettner-Abendroth, curatrice di Societies of Peace. Matriarchies Past, Present and Future, volume di circa 450 pagine, pubblicato dalla canadese Inanna Publications and Education Inc. nel 2009:
“Riportare il mondo in equilibrio significa creare equilibrio e pace a tutti i livelli: tra i sessi, tra le generazioni e tra i diversi gruppi sociali. Questo è l’obiettivo principale di tutti i tentativi che vanno nella direzione di una società sostenibile. Negli ultimi trent’anni si è sviluppata una nuova disciplina socio-culturale che offre visioni indispensabili per un simile processo: la ricerca sulle società matriarcali, conosciuta come Studi Matriarcali Moderni. Nel presentare alternative sociali concrete ai problemi irrisolti delle società occidentali, gli Studi Matriarcali Moderni contengono un grande potenziale politico, mostrando soluzioni pratiche distillate lungo la loro millenaria esperienza”.
Come curatrice del presente volume sono molto grata – come penso lo saranno le lettrici e i lettori di questo testo – a Heide Goettner-Abendroth e a Inanna Publications, alle autrici che qui compaiono ma anche a quelle che non compaiono, a Cristina Guarnieri di Castelvecchi Editore e a Alberto Castagnola, generoso co-traduttore e “consulente”, per aver accettato questa stringatissima selezione della quarantina di saggi del libro originale.
Società di Pace in edizione italiana è dunque solo un assaggio di una ricerca importante, estesa e che coinvolge tutti i continenti, su delle possibilità concrete di fare società, su modelli reali di organizzazione culturale completamente diversi da quelli che si sono sviluppati in epoca storica in occidente (che sono stati e continuano ad essere imposti globalmente) e che rappresentano modelli di sopravvivenza per tutte le infinite minoranze negate e perseguitate ovunque nel mondo. Magari uno stimolo per le università italiane, in primis per le facoltà di antropologia, ma anche per gli intellettuali in genere e per molte donne, femministe o no, che da tempo hanno messo al bando la parola “matriarcato”.
Qui sono presentate esperienze nate in contesti pacifici che sono riuscite a sopravvivere a molteplici invasioni, di cui colonialismo e globalizzazione sono solo le più recenti. Hanno seguito linee evolutive che hanno trovato soluzioni per noi dimenticate sugli aspetti fondamentali della convivenza umana quali il matrimonio, l’equilibrio tra i generi e le generazioni e le diverse forme di ricchezza, e sulla soluzione dei conflitti. Il ruolo profondamente diverso delle donne in questo tipo di società potrebbe suggerire una infinità di comportamenti fin da subito diversi alle donne e agli uomini che pensano e lavorano a delle società alternative, se solo non si ancorassero a utopie mentali o a principi ideologizzati, approfondendo invece i reali “interessi” che potrebbero condividere alla pari, arricchendosi reciprocamente. Per primi ne beneficerebbero i bambini e le bambine che da genitori diversi imparerebbero da subito esperienze preziose, a partire dalle relazioni affettive, garantendo autonomia e tradizione, passaggio di conoscenze e rispetto dell’ambiente.
Ci sono state due Conferenze Mondiali di Studi Matriarcali, entrambe dirette da Heide Goettner- Abendroth, la filosofa tedesca femminista e fondatrice della Internationale Akademie Hagia, in cui questi saggi e le rispettive ricerche sul campo sono stati presentati per la prima volta. Nel 2003 la prima, intitolata “Società in Equilibrio”, in Lussemburgo, sostenuta da Marie-Josée Jacobs, ministra lussemburghese della Famiglia e degli Affari delle Donne; la seconda nel 2005, “Società di Pace”, a San Marcos, Texas, su invito di Genevieve Vaughan, fondatrice del Center for the Study for the Gift Economy, Austin, Texas.
Non si è trattato di semplici conferenze per addette ai lavori ma di un veri e propri eventi, anche se lontani dal palcoscenico mass-mediologico: non sono state infatti solo il luogo di confluenza e confronto tra le numerose ricercatrici sul campo, in paesi e culture diverse, che fino a quel momento avevano lavorato autonomamente, ma un fondamentale punto d’incontro e di snodo per le/i rappresentanti stesse dei popoli matriarcali del pianeta che per lo più, fino a quel momento, ignoravano l’esistenza di società simili alla propria, la loro ubicazione, la loro consistenza e le abitudini culturali che le accomunano. Un evento in cui si sono confrontate spinte diverse quali la ricerca accademica, condotta quasi esclusivamente da donne, in campo antropologico, etnografico, sociologico, economico, storico e mitologico; femministe e politiche impegnate fin dai tempi delle conferenze internazionali e nei global forum da Nairobi a Beijing; studiose di culture “dimenticate” del passato o di “minoranze etniche” conservate fino al presente; ricercatrici del vasto movimento di spiritualità della Dea. Molte delle ricercatrici/ricercatori e attivisti erano loro stessi donne e uomini indigeni.
Una confluenza sincronica di donne, di nuovo dotate di quella capacità di sguardo lungo che per millenni è stata uno dei principali attributi delle “dee”, che avevano a cuore le conseguenze e gli esiti futuri della delicata relazione tra gli umani e tutte le altre manifestazioni della vita/natura, saccheggiata invece dalla successiva onda onnivora degli imperi del patriarcato. Un frutto maturo del femminismo del XX secolo, nell’alveo di un movimento mondiale che stava imparando a “pensare globalmente e agire localmente” perché “un mondo diverso è possibile”.
Come giustificare la scelta dei sei saggi che compongono questo volume? Innanzitutto si è dato spazio alle società matriarcali del presente, rimandando ad altri più noti testi per la ricostruzione della struttura e del funzionamento delle società matriarcali del passato, prima di tutto alla ricerca di Marija Gimbutas, sintetizzata in volumi come Il Linguaggio della Dea e La Civiltà della Dea.
A questo proposito, mi limito a ricordare che i siti dell’Europa Antica (tra il VII e il II millennio a.c.), riportati alla luce nella seconda metà del ‘900, per ubicazione nel territorio e caratteristiche architettoniche appaiono perfettamente compatibili con le forme di strutture familiari sociali e culturali delle attuali società matriarcali, sia per quanto riguarda le concezioni della vita nel Mondo di Sopra che nel Mondo di Sotto. Le società matriarcali attuali infatti non sono da leggere come una bizzarria esotica né come fenomeni isolati e rari, piuttosto come ciò che resta delle prime civiltà umane di cui sono la diretta discendenza ed evoluzione: l’incontro tra antropologia e archeologia ha prodotto un fecondo incrocio, specie a partire dalla discesa in campo di antropologhe donne.
Inoltre, si è preferito dare la precedenza alle visioni più ampie invece che alle numerose testimonianze locali, che di esse però si nutrono e traggono senso e sostanza, per presentare la cornice di una nuova disciplina che si muove invisibile agli occhi dei circuiti mainstream, per dare forza a quante e quanti attualmente stanno lavorando su questi temi ineludibili per costruire società, relazioni e economie diverse e per cogliere il senso profondo delle singole realtà – che non sono ciascuna l’unica anacronistica testimonianza di una sopravvivenza ai limiti dell’inspiegabile, come pensavano prima di incontrarsi anche le/i rappresentanti delle varie culture indigene.
Si tratta di imparare a riconoscere la caparbia resistenza di queste forme di organizzazione familiare, sociale, politica, culturale e spirituale presenti in tutti i continenti. E che stanno subendo l’ennesimo attacco ferale, che questa volta passa attraverso televisione, computer, turismo. Civiltà con al centro il riconoscimento e l’apprezzamento della visione e dei valori delle pratiche delle donne, proprio come quella dell’Europa del Neolitico, che ha conosciuto lunghi millenni di pace e di raffinata cultura, prima della Storia che inizia con le guerre e il dominio. Genevieve Vaughan, nel saggio che chiude il volume, definisce questa organizzazione pacifica, egalitaria e accogliente “economia del dono”, in quanto incorpora i valori materni della cura, del soddisfacimento dei bisogni materiali e spirituali, il senso del limite e della “transitività del dono” tra natura e umano.
La ricerca a molte facce sulle Società di Pace travalica le miopi lenti patriarcali che si sono auto-ammantate di universalismo e “successo del migliore”, e che ancora considerano il bio-cosmo come un vasto ammasso di materia inerte da piegare ai propri arroganti interessi. E che, seguendo una logica disumana, ancora si accaniscono contro le culture indigene del mondo che hanno resistito fin qui nel conservare le proprie usanze, credenze e pratiche collaudate nel lungo tempo, con la speranza di poterle passare alle generazioni che verranno e di vederle un giorno trionfare di nuovo.
In questa raccolta mancano moltissime varietà di società matriarcali, come quelle dei Kuna, degli Shipibo, le culture indigene dell’Oceania, del Ghana e del Sud Africa, dei Khasi, dei Nayar e dei Mosuo-Moso solo per citarne alcune, presenti invece alle due conferenze e nel volume completo. Grazie al lavoro di una ricercatrice indipendente italiana, Francesca Rosati Freeman, sappiamo però già qualcosa della civiltà dei Mosuo-Moso, da lei documentata con libri e film (http://www.francescarosatifreeman.com). E grazie all’Associazione Laima, abbiamo visto, ascoltato, toccato e danzato con alcune di queste rappresentanti indigene, e con studiose e ricercatrici internazionali, nei tre convegni di “Culture Indigene di Pace”, tenutesi a Torino nel 2012, 2013 e 2016 (http://www.associazionelaima.it/convegni/).
Forse a un primo sguardo superficiale alcuni tratti di queste società sembreranno stretti e minacciosi dell’idea di individualità come si è venuta costruendo in occidente negli ultimi millenni sul modello maschile pseudo-universale: ad esempio, usanze matrimoniali inconcepibili nella modernità atomizzata alimentata dal romantico “sogno d’amore” o dal “due cuori e una capanna”, oppure l’enfasi su legami di sangue che paiono anacronistici o ancora l’equiparazione della ciclicità femminile alla ciclicità della natura. Molte di noi ricorderanno come abbiamo voluto scrollarci di dosso con orrore gli ultimi rimasugli di famiglie contadine o borghesi comunque opprimenti e come siamo fuggite nelle città, nelle università o nel lavoro salariato affamate di uguaglianza e libertà. Ma ora siamo abbastanza grandi per capire che quelle che abbiamo conosciuto erano le perversioni della famiglia matriarcale prima e patriarcale poi e che il simbolico femminile non può trovare spazi nel mercato delle multinazionali. E riusciamo anche a cogliere come alcune società matriarcali del presente siano ormai “ibride” (G. Vaughan) e, in un disperato sforzo di mantenere l’integrità culturale e territoriale, hanno perso la gioiosa libertà di amare che è ancora delle donne moso.
Le madri che abbiamo conosciuto solo come mute riproduttrici della specie e modelli sacrificali che ripetono le regole del Padre a figlie e figli non sono tali per biologia. Sono esistite e ancora esistono madri capaci di guardare lontano, quando e dove sono le donne che, dal centro della casa (economia deriva da oikos, casa), del clan, del villaggio e della regione, governano e misurano l’efficacia e l’effetto delle scelte condivise, responsabili e ampie, perché connesse con il senso del tutto, umano e naturale, di cui sanno ancora prendersi cura. Da quando e dove non lo fanno più, tutto va terribilmente male.
Le autrici che compaiono nell’ordine dato ai loro interventi in questa antologia toccano questi temi:

  • una nuova definizione della parola matriarcato e il quadro strutturale e metodologico delle società matriarcali, descritto nei livelli economico, sociale, politico e spirituale (Heide Goettner-Abendroth);
  • una rilettura dal punto di vista indigeno della famosa lega degli Haudenosaunee, del ruolo delle Madri Clan nella creazione della Costituzione degli Irochesi e nel funzionamento delle decisioni comuni (Barbara Alice Mann);
  • una descrizione di come si attua un particolare aspetto dell’economia distributiva matriarcale a Juchitan (Messico), dove il surplus si trasforma in festa condivisa da tutti (Veronika Berholdt-Thomsen);
  • come le donne berbere della Kabilia hanno conservato la propria cultura nonostante le colonizzazioni francese e islamica e come la esprimono a ogni livello della vita e dell’arte loro propria (Makilam/Malika Grasshoff);
  • la straordinaria realtà dei Minangkabau di Sumatra, forse la più estesa società matriarcale contemporanea in uno stato di stampo occidentale e di religione islamica, studiati dall’antropologa della Pennsylvania University i cui libri, al pari di quelli delle altre autrici con l’eccezione di Goettner-Abendroth e Vaughan, non sono mai stati pubblicati in Italia (Peggy Reeves Sanday);
  • una sintesi sulle radici materne dell’economia del dono, una forma “economica” necessaria per il soddisfacimento dei bisogni essenziali dell’umanità, per la distribuzione dell’abbondanza naturale e della ricchezza prodotta, di cui parassitariamente e di nascosto l’economia di rapina dello scambio si nutre, avendo trasformato in mercato ogni forma di relazione (Genevieve Vaughan).

Luciana Percovich, 2018