
Quando ho letto il libro di Luana Zanella (La sostituzione della madre. Ecologia e femminismo pensano insieme, ed Moretti & Vitali, 28 gennaio 2026), ho provato un moto di gratitudine per questo suo lavoro, risultato del costante impegno che da molti anni la porta a intrecciare i percorsi del femminismo e dell’ecologia. Si tratta di un saggio che fa luce su uno dei temi più discussi e più divisivi che la riflessione politica, etica, filosofica, religiosa e giuridica si trova a dover analizzare oggi: la maternità cosiddetta “surrogata”. L’autrice ci aiuta non solo a comprendere in che consista davvero questa pratica, ma quali ne siano le conseguenze a breve e lungo termine per le donne innanzitutto, ma di fatto per l’intera umanità e i suoi valori e fondamenti di civiltà.
Io sono cresciuta in un contesto che privilegiava nettamente gli uomini e garantiva loro una supremazia giuridica e culturale sulle donne, che nella famiglia dovevano, fino alla riforma del 1975, sottomettersi alle scelte del suo capo. Ho avuto però la grazia di una madre libera, intelligente e forte che mi ha garantito la migliore istruzione allora possibile e mi ha sempre mostrato con le sue azioni concrete quanto conti l’indipendenza femminile dallo sguardo maschile. Mio padre, altrettanto intelligentemente, ha sempre riconosciuto a lei, che lo amava e lo rispettava, la sapienza materna delle relazioni con me e mio fratello. Così mi sono laureata e ho cominciato a fare quello che mi piaceva di più, insegnare.
Di tutto quello che avevo studiato, tuttavia, nulla mi aiutava però a capire veramente chi fossi e come dovessi misurarmi con la realtà. Per fortuna, come Luana, io ho incontrato il femminismo filosofico e ho voltato pagina: il mio amore per il sapere, la filosofia, è diventato un saper amare la madre e tutto è cambiato. Il mio disagio si è trasformato nel piacere di nominare il mondo in una lingua nuova, mentre la mia soggettività si orientava verso orizzonti di senso imprevisti. Ho vissuto a lungo con la speranza di vedere nascere una civiltà nuova, e insieme antichissima, di radice femminile e mai avrei immaginato che le mie nipoti e mio nipote si sarebbero trovati a fare i conti con una nuova ondata violenta e autoritaria, risultato di una misoginia che sta travolgendo il mondo, come scrive Luana. Lo fa anche con la guerra, che accelera la concentrazione e l’espansione capitalistica, che è un “perverso conflitto aperto e scatenato contro le donne, le loro ragioni che sono quelle della cura della vita umana, non umana, del pianeta”. L’autrice spiega nel dettaglio attraverso quali procedure mediche e giuridiche si vincola una donna a consegnare la creatura che ha portato in grembo per tutta la gestazione a coloro che se ne impadroniranno, i committenti, uomini o donne indifferentemente.
Le distinzioni diaboliche, cioè letteralmente divisive, tra la madre biologica, la madre surrogata e infine la madre legale (madre biologica è colei che fornisce l’ovulo (patrimonio genetico) per il concepimento, mentre la madre surrogata (o gestazionale) è la donna che porta avanti la gravidanza senza avere, nella maggior parte dei casi (surrogazione gestazionale), un legame genetico con il nascituro) non fanno che occultare, come scrive l’autrice, un fatto incontrovertibile: “il corpo femminile fecondo, sottratto al controllo patriarcale dalle lotte secolari delle donne, grazie alle loro conquiste di cui si è avvantaggiata l’umanità tutta, ritorna ad essere uno strumento a disposizione del desiderio di maternità e paternità di altri”. Un desiderio che non conosce alcun limite e si presenta sotto forma di diritto a favore dell’individuo, che si considera artefice assoluto del proprio destino e non si preoccupa né delle creature che vengono al mondo, né delle donne coinvolte più spesso forzatamente che liberamente in questo gioco, né della società che dovrà fare i conti con le conseguenze di questa mercificazione della vita, fin dalle sue origini.
Luana rende conto delle violenze perpetrate sulle giovani donne analizzando il rapporto di Reem Alsalem presentato all’assemblea generale dell’ONU del 10 ottobre 2025 e ci informa sulle più recenti misure adottate dal Parlamento europeo e italiano su queste nuove pratiche di sfruttamento.
Poi però lo sguardo si allarga a tutto il mondo, con una lucidità e un’accuratezza che consente di fare i conti con le più disparate norme giuridiche atte a contenere il dilagare di questa “tecnica riproduttiva” in alcuni casi intrecciata alle istanze di tipo eugenetico. Leggere queste pagine mi ha causato paura e rabbia: anche se sono anni che mi interesso a questo tema, non avevo mai avuto modo di vedere elencati, uno dopo l’altro, i dettagli di una questione che ci riporta indietro di millenni, benché tutto quello che avviene si avvalga delle più raffinate tecnologie “scientifiche”.
Ovunque sembra imporsi una visione del mondo che sottomette i bisogni fondamentali delle e dei viventi alla logica del profitto, ignorando la funzione primaria della relazione materna nello sviluppo di ogni essere umano. Le teorie aristoteliche che consideravano la madre una sorta di contenitore, un vaso in cui il padre pianta il suo sperma, sembrano qui tornate alla ribalta, aggravate dal fatto che questa concezione viene ora edulcorata e travestita, secondo le più sofisticate tecniche di marketing, da scelta responsabile, naturalmente da chi può permettersi di sostenerla economicamente, di realizzare il sogno di una famiglia perfetta, amorosa e accudente.
Ma quello che ne va qui è ben altro, come afferma nel suo titolo Luana: è in atto un tentativo, l’ennesimo, di sostituire la madre, di mortificarne l’opera, di cancellare il suo indispensabile lavoro di civiltà, di trasmissione del valore creativo della relazione. Di distruggere il simbolico materno, che valorizza non solo la capacità riproduttiva biologica, ma anche quella cifra esistenziale che caratterizza tutte le donne del pianeta, capaci di compassione, cioè di condivisione con la natura che ci circonda, e di rispetto per il vivente, a tutti i livelli.
Quando le madri sono tre, quale rimane l’unico dato “certo” se non la provenienza dello spermatozoo? Il padre torna prepotentemente sulla scena della riproduzione, si impadronisce a titolo giuridico e simbolico dell’origine della creatura che verrà al mondo, cancellando l’opera materna. È un atto di una violenza senza confronto, è una pretesa irresponsabile, sostenuta da una scienza apparentemente neutra, ma in realtà asservita a una logica di dominio e di possesso. Che cosa manca a questo presunto sapere, che tratta i corpi come oggetti, che li smembra, che li mortifica? Manca la capacità di preservare il futuro, di agire per il bene dell’umanità intera, senza nemmeno conoscere davvero di che cosa è fatta la relazione madre – figlia, figlio, di quanto sia dannoso recidere legami sia affettivi che cognitivi. Qualcosa di tanto insensato, nella storia recente, è accaduto con l’utilizzo della bomba atomica, quando ancora non si era del tutto consapevoli dei disastri biologici, ambientali e psicologici che essa avrebbe portato con sé. I deliri di onnipotenza sono sempre stati forieri di epiloghi tragici, ma il mondo è andato comunque avanti, perché la sapienza femminile ha saputo trovare un nuovo inizio, ritessere la trama della speranza e della fiducia, ha trasmesso insieme alla vita anche la capacità di tenere insieme corpo e parole, esperienza e linguaggio, come ci ha insegnato Luisa Muraro già nel 1991.
Il libro di Luana tiene ben presente questo mentre ci descrive come la pratica della maternità surrogata sia disumanizzante e violenta, noncurante anche delle più recenti scoperte.
Penso, per esempio, al lavoro di Katie Hinde, un’antropologa evolutiva americana (Arizona) che tra il 2008 e il 2009 ha intrapreso una ricerca di laboratorio scoprendo che il latte materno non è solo nutrimento, è informazione, grazie allo scambio tra il fluido che esce dalla mammella e la saliva della creatura che lo succhia. Dentro quella saliva ci sono segnali: se il bambino è malato, il corpo della madre lo percepisce. E risponde. In breve tempo, il latte cambia. Si arricchisce di cellule immunitarie. Appaiono anticorpi più mirati. Le difese si rafforzano. Quando il bambino guarisce, il latte torna al suo equilibrio. Si tratta del risultato di un dialogo, di un’intelligenza taciuta, di un sistema biologico raffinato nel corso di milioni di anni. Katie Hinde ha svelato che nutrire è anche pensare. Che esiste un’intelligenza invisibile, sensibile, incarnata nel corpo di ogni madre.
Se questa intelligenza andrà perduta, cosa sarà delle creature che verranno al mondo senza poterne trarre vantaggio? Quali nuovi legami si creeranno tra gli esseri umani, quali abissi di incomunicabilità, di anaffettività, di sradicamento si apriranno nel corredo che si sta preparando per ogni neonata o neonato?
Alcune risposte le troviamo nella Piccola Antologia che correda questo testo: i contributi di filosofe, giornaliste, sociologhe, ambientaliste ed ecologisti ci aiutano a capire ancora più profondamente la complessità della questione su cui Luana Zanella ha tanto indagato, per la quale tanto si è spesa non solo nell’ambito istituzionale. Si tratta di un lavoro prezioso, di cui questo libro è solo una parte importante: leggetelo e vi cambierà.
Io conto su questa trasformazione perché, come Luana Zanella auspica, l’inviolabilità del corpo femminile diventi per sempre la stella polare del nostro cammino di civiltà, perché l’amore per la vita di tutte le creature, di tutto il pianeta, dell’universo intero, torni a imporsi sulla ristretta, stolida, egoistica visione di un interesse individuale e senza limiti.
Perché la sapienza materna continui a trasmettersi di madre in figlia, di madre in figlio, nella gioia di un abbraccio il cui valore non ha prezzo.
Nadia Lucchesi











