Silenzio pieno. In ara cordis – Hanna M. Civico

Silenzio pieno. In ara cordis – Hanna M. Civico. Il libro, pubblicato a luglio del 2025, è un attraversamento spirituale e antropologico sul senso della morte e sull’ascolto come pratica radicale. In un intreccio di vissuto personale, ricerca etnomusicologica e riflessione mistica, Hanna M. Civico compone una narrazione densa di corpi, suoni e memorie, attraversando il lutto per la morte del padre e l’esperienza della pandemia come emergenza dello spirito.
Luciana Percovich

Il canto e il suono rappresentano un contesto ideale per trattare il tema della morte, costituendo uno strumento concreto di percezione dell’eterno filo invisibile che si mostra quando facciamo esperienza dell’assenza e del senso di perdita fisico e animico.

Il canto è un archetipo collettivo dell’umanità, capace di cucire e ri-cucire con grazia, profondità e precisione, la relazione vita-morte, il cui inscindibile binomio ha subìto una lacerazione evidente soprattutto dopo il Covid-19, un periodo altrimenti nominato, in maniera appropriata, “la morte negata”, che ha risucchiato l’umanità nell’Ara di un paradosso antropologico di proporzioni bibliche mai esperito in tale forma, prima di allora, dal genere umano.

Come ricostruire il vuoto cultuale e psichico, quando l’unico elemento di certezza della nostra esistenza, viene rin-negato e an-negato nell’indifferenza istituzionale, politica, sanitaria, morale e affettiva a livello di immaginario collettivo globale; un momento in cui il silenzio per eccellenza, quello che nasce dalla sospensione della vita, è stato svuotato del suo senso fecondo, divenendo assurdo e incomprensibile […] punto zero e morte della polis (cit. Hanna M. Civico)?

Con Silenzio Pieno in Ara Cordis, Hanna M. Civico riesce con coraggio ed umiltà a rompere tale silenzio surreale ed irriverente verso il rispetto per la Vita, che comprenda in sé il suo senso più profondo, con la sua controparte Morte. Il lavoro della Civico è una risposta responsabile e piena di onestà sensibile alla sottrazione del diritto all’elaborazione rituale del lutto, nella direzione opposta e contraria alla narrazione che costella i miti di fondazione arcaici, arrivando fino a noi attraverso la lamentazione delle prefiche descritte da De Martino in Morte e pianto rituale. Lo sforzo dell’autrice di ricomporre i tasselli di questo complesso quadro umano e antropologico, vissuto dolorosamente in prima persona, è ammirevole e va ben oltre una scrittura di natura etnografica. Ella riesce non solo a rendere viva la sottile esperienza senso-percettiva del rapporto tra il Vivente e la morte, ma a tendere una mano alla pacificazione del cuore stesso del lettore, attraverso un punto di vista alternativo come quello dell’esperienza sensoriale che la voce e il canto sono capaci di restituire.

Dalle pagine di questo denso lavoro, si coglie la vera natura del suono, materia fisicamente visibile e metafisicamente invisibile, fondamento della vita e sua continua metafora. Nel suo esserci e non esserci, nel suo apparire e apparente scomparire all’orecchio, ogni qualvolta si alternino udibile e silenzio, il cantante, pur se in maniera inconscia, è testimone del continuum nascita-morte-nascita. Nel cantare, durante una pausa tra un suono e l’altro, si fa esperienza dell’impronta viva che l’oscillazione perpetra nella carne e nella memoria acustica anche quando il suono scompare. Sulla pelle, per usare un’immagine senso-percettiva, resta attivo un fremito che non muore, ma che è già pronto a produrre nuova linfa vibrante. In questo spazio temporale di silenzio, esattamente come accade a livello microscopico tra inspiro ed espiro, si riscopre il matrimonio ancestrale tra tangibile e intangibile, tra vita e morte.

È questo, come racconta Hanna con grande chiarezza di pensiero e sottile capacità di ascolto interiore ed esteriore, che ci da percezione del filo, impalpabile e concreto al tempo stesso, che connette vivi e defunti tra loro. In questo campo unificato, inizio e fine si mescolano, generando accettazione della perdita e morte della paura stessa dell’assenza.

Condivido da anni con Hanna la pratica del canto e, forse non per puro caso, ho condiviso anche la medesima esperienza di perdita durante il Covid-19, riconoscendo il mio vissuto personale in ogni parola da lei scelta con tanta precisione. Dal momento che ogni pratica di cura e rituale di accompagnamento al morente e al defunto è stata negata, nel 2021 anche io ho dovuto reinventare e ricostruire in poche ore, molto concitate e confuse, uno stralcio di spazio rituale che ricomponesse un minimo di ordine luttuoso, all’interno dell’unica Ara funzionale possibile, innalzando, appunto, un canto, una Ave Maria di Maria Carta, durante il funerale di mio padre. Fino a prima dell’attacco del primo suono, non sapevo se la mia voce fosse caduta in quel abisso surreale in cui era piombata la vita. La mia sorpresa più grande è stata proprio ritrovarla lì, la mia voce, viva, presente e connessa, in risonanza col Tutto, pronta a pulsare di vibrato, disposta a battere oltre la “pompa” della circolazione del sangue (cit. pag. 26), come il cuore che Hanna descrive in maniera vivida in tante pagine del suo lavoro.

Da cosciente osservatrice del tabù a cui questa società è oggi soggetta nel negare la morte, trovo paradigmatico e rincuorante che quest’opera di sintesi e ricucitura dello strappo vita-morte sia stato realizzato da una donna, conoscitrice e ricercatrice attenta delle tradizioni orali, e che contribuisce, da oltre trent’anni, a trasmetterle e ravvivarle attraverso la pratica del canto arcaico, impedendo, così, l’unica vera morte che non dovrebbe mai avvenire: la perdita della continuità con le nostre radici. Con questo suo lavoro, Hanna M. Civico definisce anche attraverso il segno scritto, il suo ruolo archetipico di oracolante e cerimoniera, un ruolo che la donna ricopre da secoli nella storia delle civiltà, soprattutto per gestire il caos del tempo del lutto. Il suo sforzo più grande, in tal senso, è quello di riportarci a sentire la morte come esperienza umana collettiva, nella presenza di corpo e spirito, con la sapienza di chi pratica con disciplina e passione l’arte di ascoltare la vita, ritrovandone le forme più essenziali soprattutto nel silenzio, un silenzio pieno, appunto, in cui si avvertono profondissime vibrazioni che ci attraversano e che accorciano, così, la distanza, altrimenti insostenibile, tra il “noi” e il “loro”, per dare davvero senso a questa vita terrena:

Il suono e il canto, l’attenzione verso le forme di silenzio sono elementi costanti del mio orizzonte quotidiano e, così come la morte, dimorano nell’invisibile e lo creano o lo aprono. L’invisibile sotteso alla musica è il lungo filo sul quale si tesse la voce, il canto, il movimento, il silenzio e forme di spazio nel quale coesistere e che mi garantisce sempre un ritorno (pag. 15).
Donatella Livigni

Donatella Livigni è antropologa del suono e della voce, formatrice vocale attraverso il Canto funzionale integrato, ricercatrice indipendente.

Anna Maria Civico (Hanna M. Civico) è cantante, performer, autrice e ricercatrice indipendente nell’ambito della vocalità di tradizione orale. Diplomata in musicoterapia presso il CEP di Assisi, si è formata nel canto e movimento integrato in contesti teatrali e musicali sperimentali. Vive tra Amelia e Venezia, dove collabora con il Centro Teatrale di Ricerca. Ha diretto il coro “Vocinsieme” ed è cofondatrice della Casa delle Donne di Terni. Ha realizzato progetti artistici e di ricerca in ambienti naturali, tra cui “Cantare nel paesaggio” e “Cantare nei luoghi è fare radici”.