Luciana Percovich – Ripensando CERNOBYL

Pubblichiamo questo testo di Luciana Percovich che ci ricorda come alcuni eventi non finiscono davvero mai. Restano sospesi nel tempo, come una ferita che continua a pulsare sotto la superficie. Il disastro di Chernobyl, avvenuto quasi quarant’anni fa, è uno di questi. Non è soltanto una tragedia del passato, confinata nei libri di storia o nelle immagini sgranate di un’epoca sovietica ormai lontana: è una presenza silenziosa che ancora oggi attraversa territori, corpi e immaginari. Chernobyl non è finita. È un monito che resiste, un pericolo che non si è mai del tutto dissolto e che, in forme diverse, continua a sovrastarci.
Alessandra de Nardis

RIPENSANDO CERNOBIL
Cernobyl, per me che avevo un bambino di dieci mesi, nato al riparo di una piccola clinica sulle colline piacentine con un parto “senza violenza”, che avevo tenuto lontano dalla città il più a lungo possibile, che nutrivo col mio latte e con le minestrine biologiche, mi colpì come un insulto personale, uno sberleffo a tutte le cure di cui ero riuscita a circondarlo.
La durata dei tempi di decadimento delle sostanze radioattive che stava assorbendo, espressa in decenni nei migliori dei casi, mi sembrava un’ipoteca talmente sinistra sulla sua vita che si contava ancora in mesi, da farmi quasi rimpiangere di averlo messo al mondo, di cui peraltro conoscevo già bene la follia omicida.

Come quando, prima del movimento delle donne, le cose avverse e inspiegabili che mi capitavano mi sembravano problemi solo miei e dovuti alla mia personale inadeguatezza, così in quei giorni mi sono sentita sola col mio bambino, barricata nella mia impotenza, sbalzata di colpo in un videoclip post-atomico diventato realtà.
Era il mese di maggio, fiorivano i glicini e le rose. Pietro cominciava a gattonare sull’erba e a esplorare con la bocca steli, petali e sassolini. Ora, d’improvviso, lo dovevo strappare via da quel veleno invisibile e impalpabile, inodore e insapore. Ho lottato contro la voglia di far finta di niente per non interrompere con divieti incomprensibili la sua esplorazione, per nascondermi l’angoscia di qualcosa che sembrava finito per sempre. Far finta di niente. Mettere in bocca un fiore di glicine, sapore d’infanzia, galleggiare con la fantasia nel cielo tra il garrire acuto delle rondini … Ma proprio dal cielo veniva la minaccia, quel cielo troppo aperto che lasciava passare il vento, che scorreva su tutto e tutto contaminava.

Allora pensavo: dovrei chiudermi in casa, ignorare questo maggio di piena estate. Ma a cosa sarebbe servito? Venivano gli amici e io non avevo il coraggio di chiedere a tutti e ogni volta di togliersi le scarpe. E Pietro si rotolava beato sui tappeti, e le gatte con lui. Polvere, polvere dappertutto, polvere radioattiva. Che mi condannava a usare l’aspirapolvere con una frequenza inimmaginabile per i miei collaudati standard di sopravvivenza.

Poi lo stato ansioso è cessato. In fondo, perché tutto questo agitarsi? Forse che non si sapeva già da tempo che verdure, carni, acque e aria non erano più innocenti? E che cesio, iodio e stronzio non erano che gli ultimi arrivati di una lunga lista di pesticidi, ormoni sintetici e additivi chimici. Avevo preso l’abitudine di fare la spesa biologica, carote a 3000 lire il chilo perché “non trattate”. Ma poi portavo a passeggio il bambino nel carrozzino in una città che mi svelava un aspetto che prima non avevo messo a fuoco: dribblando sui marciapiedi tra cacche di cane e automobili abbandonate raso muro, costretta a scendere sul selciato, la ruota si impigliava nella rotaia del tram, e mentre imprecavo al mondo, sfrecciava improvvisa una motoretta coi suoi mille decibel, che svegliava il piccolo che strillava impaurito, giusto per inalare meglio, a pieni polmoni, la sua dose quotidiana di piombo e carburi di macchine ferme al semaforo rosso. Finalmente al giardinetto. Da dove spesso dovevo scappar via, una volta per sfuggire alle puzzolenti inondazioni di pesticidi antizanzare su alberi e cespugli, un’altra ai soliti ragazzetti in motoretta e un’altra ancora agli enormi cani lasciati in giro sciolti. E spesso, nella foga, calpestavo una siringa vuota.

Già da un pezzo, insomma, la situazione era del tipo “fermate il mondo, voglio scendere”. In un articolo sul Corriere della Sera di quel periodo, Piero Camporesi annotava: “Ormai dovrebbe essere chiaro che la terra è l’inferno di un altro pianeta”. Ecco perché vediamo gli ufo, è quasi un desiderio collettivo l’extraterrestre che venga a portarci via. Tanto irreale quanto è inamovibile il nostro immaginario cristiano secondo cui la dannazione è eterna e dall’inferno non c’è uscita. Per questo possono sedimentarsi strato dopo strato, nelle nostre ossa, nel fegato, nella tiroide piombo, mercurio, cromo, cesio e stronzio. E ancora non riusciamo a dire basta, ancora agiamo come se tutto questo fosse ineluttabile.
In quei giorni mi è anche capitato di incontrare amiche che, per confortarmi, mi hanno detto: “Ma di che ti preoccupi? Noi, negli anni Cinquanta e Sessanta non ci siamo forse sorbite radiazioni su radiazioni? Il bambino? Lo sapevi a cosa andavi incontro!” Eppure, in Libreria, già da un pezzo si diceva che le donne devono “pensare alla grande”. Pensare alla grande non vuol forse dire proprio non mettere più tra parentesi pezzi di noi e del mondo, non delegarne più la gestione agli uomini, non esitare oltre a ridiscutere tutto il sapere e le strutture psichiche che lo organizzano? Invece, in quei giorni, le donne cui ero stata più vicina negli ultimi anni, le ho sentite lontane, estranee, come se la cosa non le riguardasse minimamente. Come se la separatezza della pratica politica avesse finito per separarle sul serio dal mondo e si trovassero a vivere in un universo parallelo, non toccato dalle vicende banalmente umane. Il mondo su cui viviamo è quello in cui succede esattamente il contrario di ciò che sarebbe, di volta in volta, giusto, opportuno o utile.

E’ pertanto legittimo dedurre che lo scopo universale sia la distruzione, essendo questa la sola prospettiva da cui guardare le cose per vederle meravigliosamente congruenti. Ma, qualche giorno dopo Cernobyl, è scattato sui mass-media il tentativo di spezzare questa deriva: si cominciavano a trovare frasi del tipo: “viene messo in causa tutto un modello di sviluppo economico e sociale” o “compito della scienza sarebbe evitare tragedie simili”. Poi, in un crescendo sempre più deciso, per qualche mese si è cercato di fare di Cernobyl, preparato da talidomide e diossina, piogge acide e temik, metanolo e atrazine, l’evento/mito, quello che smuove e coagula un immaginario collettivo con funzione di spartiacque catastrofico alla Prigogine, momento d’innesto di uno di quei salti attraverso cui sembra riorganizzarsi periodicamente la vita del pianeta. Forse alcuni hanno cominciato veramente a credere che, per continuare ad esistere, serva all’umanità una mutazione antropologica, vicina per importanza a quella che segnò il passaggio dai primati all’homo sapiens. Essere tali non basta più.
E, contrariamente alle impressioni del primo momento, nemmeno le donne sono rimaste a guardare. E non poteva essere altrimenti. Da anni, sparse qua e là nel mondo, in movimenti sincroni e separati, stavamo lavorando a una rivoluzione epistemologica radicata nei nostri corpi, che mettesse fine al tempo durato fin troppo dell’impotenza/onnipotenza, dell’ineffabile, delle rimozioni e delle parentesi.

Del resto, anche il pensiero maschile – fin qui noto come pensiero tout court – non è più scevro da dubbi e incrinature. La presa di coscienza “ecologica” segnala l’ingresso nel mondo occidentale della coscienza crescente sull’opportunità di un cambiamento nel senso e nei modi della “marcia” dell’umanità. Ma, se quest’inversione di marcia verso valori nuovi avverrà davvero, non sarà solo perché un’attenzione “materna” di cura e di conservazione sarà chiamata a riparare i danni prodotti dai disastri del “pensiero maschile”. Occorrerà una rivoluzione più profonda, una modificazione radicale nelle tecnologie e nei modelli con cui finora si è creduto di fare scienza, per imparare una capacità che finora non abbiamo, di accogliere e riconoscere dentro di noi l’incontenibile complessità di ciò che sta intorno a noi e ci attraversa, e di riconoscere la reciproca contiguità nella differenza. Riconoscimento che implica la fine del concetto di dominio, sulla natura come sulle donne. Sperando solo che non sia troppo tardi, per noi che contiamo la nostra vita in anni terrestri, non in anni luce.

Luciana Percovich

(Scienza Esperienza, 1987)