La maternità e i valori del principio materno nella società dei Moso – Francesca Freeman

Foto di Stefania Renda

Francesca Rosati Freeman, Italia, 2015

Immerso in una natura incantevole, in mezzo a montagne e colline verdeggianti e attorno al Lago Madre, dalle acque blu disseminate di Ottelie acuminate, è situato il territorio abitato dalla popolazione Moso, una minoranza etnica che vive a 2700m. di altitudine nel sud ovest della Cina. L’aver passato, fin dal 2005, lunghi periodi assieme alle donne Moso e alle loro rispettive famiglie mi ha permesso di creare con esse dei veri rapporti d’amicizia, d’affetto e di stima reciproci.

Osservandole nei loro ruoli, nelle loro attività, nei gesti e nei comportamenti della loro vita quotidiana, interrogando sia le donne che gli uomini, sono riuscita a percepire il legame fra i vari aspetti che formano la struttura di questa società matriarcale, non prima però di liberare me stessa di quei parametri intrisi di patriarcalismo che mi impedivano di capire in profondità questo tipo di struttura e cultura. Concetti come famiglia, amore, maternità, paternità, consanguineità assumono in questo contesto significati altri, che rovesciano completamente il nostro modo di pensare.

La loro è una società matriarcale che anche se millenaria non è un fossile vivente, non ha niente di selvaggio o di primitivo e non è nemmeno una subcultura o un reperto archeologico, ma una forma di vita contemporanea che esiste e resiste da millenni ed è organizzata secondo i tre principi della matrilinearità , della matrifocalità e della matrilocalità .

Grazie a questo sistema familiare che affida la leadership alle donne e soprattutto alle madri, creatrici e nutrici di vita, tutta la società è organizzata secondo i valori del principio materno, un principio che esclude l’individualismo e l’aggressività e qualsiasi tipo di discriminazione e si fonda oltre che sull’amore anche sul rispetto, sulla cura, sulla condivisione, sulla reciprocità e sull’ascolto dei bisogni dell’altro. Tutti questi valori si ritrovano in ogni sfera della società fino a diventarne parte intrinseca facendo dei Moso una società paritaria e senza violenza.

Le madri rivestendo il ruolo di guida della famiglia hanno trasmesso per secoli e continuano a trasmettere questi valori di generazione in generazione eliminando tutto ciò che può essere fonte di conflitto e applicando la pratica del consenso, una pratica dove tutti gli adulti sono interpellati nella discussione e nelle decisioni da prendere in modo che nessuno resti insoddisfatto.

Per una vita familiare, sociale e politica armoniosa, il metodo del consenso rappresenta lo strumento per prevenire qualsiasi forma di conflitto e preservare la pace. È evidente però che le posizioni prese dalla dabu, la madre più anziana, considerata la persona più saggia hanno un peso maggiore, è lei che ha l’ultima parola, ma la parola della dabu riassume, tiene conto e contiene in sé il desiderio e i bisogni espressi dagli altri componenti familiari.

Sono le dabu a trasmettere il cognome e i beni, a gestire l’economia familiare e ad organizzare i lavori inerenti al funzionamento della famiglia e amministrano il denaro senza che questo provochi frustrazione alcuna negli uomini che non hanno paura di rischiare di perdere la propria virilità apprezzandone le capacità .

L’abilità delle madri di gestire in maniera giusta, serena e obiettiva l’economia familiare sono riconosciute da tutti e nessuno ha mai messo in dubbio il loro ruolo. Sia donne che uomini vivono questa condizione in profonda libertà, con rispetto reciproco e nel rispetto delle regole comunitarie.

Sono ancora le dabu ad organizzare i lavori agricoli. Il legame con la terra è molto sentito dalle donne Moso, ereditano la terra dalle loro antenate, la curano, la amano e la rispettano come un dono sacro e come tale e indivisa la trasmettono alla generazione successiva.

Foto di Stefania Renda

Sono le donne che si occupano del nutrimento per le persone e gli animali, dalla semina al raccolto, al cibo preparato e servito. Le donne hanno un sapere originario, derivato da una familiarità millenaria con la terra, un sapere che la scienza moderna, maschilista e patriarcale, altrove, ha condannato a morte. È la consapevolezza della loro appartenenza alla natura che ha creato questo legame cosı̀ forte.

D’altronde è questa consapevolezza a dar loro quella forza di collocare la controparte maschile nel ruolo che permette loro di esprimere completamente la propria essenza femminile senza che ci sia la necessità da parte sia della donna che dell’uomo di decretare il predominio sull’uno o sull’altra.

In realtà, se è vero che le madri sono la guida e le consigliere delle loro rispettive famiglie, è anche vero che non usano il comando e soprattutto non abusano del loro potere. Si potrebbe parlare, con riferimento ad esse, di donne di potenza e non di potere, di autorevolezza e non di autorità. Un’educazione non di genere e non discriminante non può che sfociare in una società egualitaria dove non c’è posto per la gerarchia dei sessi.

Il loro sistema familiare non ammette che le persone estranee non consanguinee facciano parte della famiglia, escludendo quindi matrimonio e convivenza. Le donne non devono fare il resoconto della loro vita privata né ai padri né ai mariti. E’ un esempio positivo della condizione femminile dove le donne godono di diritti e di libertà personali negati alla maggior parte delle donne nelle società patriarcali. Senza matrimonio e senza convivenza la violenza coniugale diventa inesistente, la gelosia viene derisa e soprattutto la relazione fra l’uomo e la donna è puramente sentimentale e sessuale e non legata né alla classe sociale né alla situazione economica del partner, i bambini appartengono alla madre e alla famiglia di origine materna e la separazione non costituisce mai un dramma in quanto i due partner non condividono i beni materiali e il padre naturale non può chiedere l’affidamento dei figli, insomma in caso di separazione, non c’è nessun cambiamento di ordine materiale né per gli adulti né per i bambini.

La babahuago, la camera dei fiori, che viene assegnata alle ragazze a partire dall’età di 13 anni, è il simbolo della libertà sessuale delle donne, qui incontrano il loro innamorato in un rapporto assolutamente consenziente e libero senza alcuna promessa di fedeltà eterna e senza che nessuno dei familiari possa avere qualcosa da ridire. Le donne Moso godono di una libertà sessuale indiscussa: “Ti amo, ma non sono tua” sembra essere il credo fondamentale per una relazione libera senza alcuna costrizione. L’amore liberato cosı̀ dal sentimento di possesso non può che essere vissuto in tutta la sua purezza. Molti potrebbero obiettare che le relazioni amorose restino superficiali, ma chi può mai dire quanto può durare una relazione d’amore? In questi casi anzi la vita amorosa non dovrebbe essere turbata dai doveri coniugali e gli amanti possono dedicarsi meglio a se stessi, alla bellezza e alla spiritualità dell’erotismo e raggiungere l’estasi d’amore… fuori da ogni problema quotidiano.

La libertà sessuale della donna unita a una spiritualità che affonda le sue radici nel passato, mai interrotta o distrutta da una visione maschilista, appaiono fondamentali. Nella loro tradizione esiste la credenza che le donne Moso portano con sé, nel loro grembo, fin dalla nascita, il seme che se innaffiato crescerà.

Io penso che le donne Moso portano con sé anche il seme della loro vera essenza che alimentato dall’amore della famiglia e per la famiglia non può che crescere splendido come una luce che si riflette non solo sulle donne stesse, ma anche sugli uomini e su tutta la comunità creando un’atmosfera di armonia e di pace.

Benché l’iniziativa del corteggiamento è in genere dell’uomo, è la donna a scegliere e decidere con chi intraprendere una relazione amorosa, è lei che decide con chi passare la notte, quando e con chi procreare, la donna ha il controllo esclusivo del proprio corpo e della propria sessualità. Le donne Moso possono avere relazioni stabili che durano parecchi anni o addirittura tutta la vita. La cosiddetta “unione in cammino” o visita notturna può essere per i Moso un’unione molto seria e anche se le coppie non si possiedono, ciò non significa che i Moso cambino sempre di partner ogni sera. I rapporti tendono ad essere di lunga durata e quando l’amore finisce la separazione avviene senza drammi.

Il libero amore e la libera sessualità sono incompatibili col matrimonio. L’amore ha bisogno di ali per essere alimentato e non di essere rinchiuso in una gabbia istituzionale come la famiglia nucleare. La libertà sessuale è naturale mentre il vincolo matrimoniale è una costruzione familiare, sociale, economica su cui si regge il patriarcato. La libertà sessuale per le donne Moso è un’istituzione ed è assolutamente compatibile con il loro sistema familiare che non contempla il matrimonio, estraneo alla loro cultura malgrado alcuni matrimoni misti siano stati già celebrati.

Che la loro società sia centrata attorno ai valori del principio materno e che non siano solo le madri a praticarli, lo si può constatare dovunque e anche gli uomini, hanno un comportamento materno non solo verso i bambini di cui si occupano con cura e amorevolezza, ma anche verso le persone anziane che tutti considerano come dei Buddha viventi, delle persone sagge, degne di grande rispetto.

Anche se tutta la società si regge sulla base dei valori materni, le donne Moso non fanno molti figli, sarebbe quindi sbagliato parlare della loro società come di un inno alla maternità. E’ comunque da rilevare che libero amore e libera sessualità vanno di pari passo con libera maternità. In questo contesto infatti la maternità assume particolari caratteristiche che non appaiono o non sono contemplate nelle società occidentali patriarcali. In queste ultime il vincolo matrimoniale, anche se d’uso, ma non d’obbligo, ha la pretesa di garantire un quadro legale, affettivo e economico al gruppo familiare ristretto.

Spesso però la madre si ritrova sola ad allevare i propri figli e la maternità è sovente considerata un ostacolo alla carriera e all’emancipazione e viene vissuta da molte madri più come una costrizione che una libera scelta con tutte le conseguenze che ne derivano per la sua salute fisica e psichica.

Francesca Rosati Freeman, Grand –mere avec petit-fils

Il concetto di maternità presso i Moso esula da tutti i problemi che possiamo riscontrare nelle società patriarcali. Qui la maternità viene allargata non solamente alle sorelle della madre, ma a tutte le altre donne della stessa famiglia. Una donna Moso può facilmente scegliere di non avere figli se ci sono altri bambini nel suo matriclan. Per i bambini tutte le donne sono madri e per le donne tutti i bambini è come se fossero figli propri. Anche gli zii materni si comportano come se fossero madri, accudiscono e educano i loro nipoti con cura ed affetto. Si può essere materni anche se non si è madri genitrici. Riguardo al padre naturale, esente dal mantenimento dei propri figli, non c’è nulla che gli impedisce di avere una relazione affettiva con essi. Da quando l’istruzione pubblica è diventata obbligatoria, per fini amministrativi, i bambini devono comunque conoscere l’identità del padre anche se questi non coabita con la madre.

«Ci abito con le mie tre madri» mi risponde una giovane donna sulla ventina quando le ho chiesto chi abitava in quella sua grande casa. Questa risposta avrebbe potuto apparire molto strana a chi non conosce la struttura familiare delle società matriarcali. I bambini infatti vengono cresciuti insieme da tutti gli adulti della famiglia e considerano madri le sorelle della madre che assumono cosı̀ funzioni materne. Va da sé che il concetto di cugina/o non esiste, ma si considerano tutti fratelli e sorelle. Si creano in questo modo dei legami molto stretti che vanno al di là del rapporto madre/figlia/o. Il principio che regge questo rapporto viene di fatti esteso a tutti i membri della famiglia e promuove pace, serenità e armonia.

Vivere la maternità in un ambiente dove tutti si prendono cura di tutti significa vivere la maternità liberamente e in tutta la sua naturalezza. Nessuna pressione viene fatta sulla donna da parte dei familiari né tantomeno dal compagno che in questa struttura socio- familiare ha un ruolo del tutto marginale in quanto non consanguineo. Qui in effetti la consanguineità assume un significato altro, in quanto i Moso considerano consanguinei
tutti i discendenti della linea materna. Il padre biologico è considerato un estraneo, non può far parte della famiglia della sua compagna. La consanguineità assume quindi un valore sociale e culturale piuttosto che biologico.

Nelle famiglie Moso poi basta la nascita di una bambina ad assicurare la discendenza e la salvaguardia della famiglia matrilineare. Nascere femmina presso i Moso è una benedizione e non una disgrazia come avviene nel resto del paese dove la legge del figlio unico, per fortuna oggi un po’ più flessibile, ha provocato in tutta la Cina uno squilibrio demografico con una cifra stimata intorno ad almeno 200 milioni di bambine che mancano all’appello. (Nella cultura cinese, soprattutto nelle zone rurali, è il figlio maschio ad assicurare il mantenimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre la figlia femmina lascia la casa materna per andare ad abitare e servire nella casa del suo sposo. Per questo motivo la preferenza per il figlio maschio, soprattutto nelle zone rurali, fa sı̀ che le figlie femmine vengano eliminate alla nascita o non dichiarate e vendute più tardi al primo offerente). Se c’è almeno una bambina, le donne in età di procreare appartenenti alla stessa famiglia non sentono cosı̀ forte il desiderio di maternità sentendosi loro stesse madri nei confronti dei bambini delle sorelle e comportandosi come tali nell’accudimento e nella trasmissione dell’educazione.

Per questa ragione, malgrado il governo cinese permetta alle minoranze etniche poco numerose di avere due bambini, la crescita demografica nel paese dei Moso rimane ai suoi livelli più bassi. Il controllo del proprio corpo e della propria sessualità , grazie anche ad una contraccezione gratuita, dà alle donne Moso il potere di decidere, come e quando vogliono, di procreare.

Foto di Stefania Renda

Se questo accade, durante il periodo della gravidanza, tutti si prendono cura della donna incinta, le persone anziane danno consigli sull’alimentazione. Viene coccolata dalla madre e dalle sorelle che le evitano i lavori più pesanti e spesso dorme nelle loro camere per facilitare qualsiasi intervento nel caso in cui ce ne fosse bisogno. “Secondo l’usanza Moso, afferma una giovane donna che ha appena partorito, non ho mangiato carne di animale maschio e ho evitato i piatti speziati. Le persone anziane dicono che questo può nuocere alla salute del nascituro. Quando ho saputo di essere incinta ho invitato un lama a venire a casa una volta al mese, ho comprato dell’incenso e ho fatto un pellegrinaggio alla montagna sacra per ricevere la benedizione per il mio bambino. Ho fatto degli esami prenatali all’ospedale di Yongning: all’inizio ci andavo una volta al mese, poi, quando è stato chiaro che la gravidanza procedeva bene, ho diradato le visite. Pensavo di partorire a casa, ma mia madre mi ha consigliato di andare all’ospedale, mi diceva che è più sicuro e che le condizioni sono migliori per il piccolo e per la madre. Io e i miei fratelli siamo nati in casa. A quei tempi l’ospedale non esisteva ed era quasi sempre la madre ad aiutare la figlia a partorire. Mia madre aveva fatto tutto da sola: ha tagliato lei stessa il cordone ombelicale e ci ha lavati appena nati, perché mia nonna che l’ha aiutata a partorire non se la sentiva, aveva paura che le saremmo scivolati. Subito dopo il parto sul bambino viene spalmato un olio particolare, nel mio caso è stato preparato da mia madre, poi si aspetta che il cordone ombelicale cada e si seppellisce assieme alla placenta sotto un albero dai bei fiori. All’ospedale sono solo medici donne che aiutano le partorienti. Il parto è un affare di donne, non ha niente a che fare con gli uomini, solo la madre può assistere.” La mortalità neonatale un tempo molto elevata ha fatto sı̀ che le madri oggi consiglino alle figlie di andare a partorire all’ospedale a Yongning, capoluogo del territorio Moso.

Essere donna Moso non significa essere riducibile alla maternità, non si può parlare di buone o cattive madri o di madri nubili e madri sposate. Sono tutte donne, madri, figlie, amanti, lavoratrici, agricoltrici, guaritrici e levatrici.

Tutto quello che noi abbiamo dovuto conquistare con le lotte o con l’autocoscienza, con la ricerca a partire da sé per il risveglio delle energie perdute o per il loro riequilibrio, per la ricerca dell’amore dentro di noi, le donne Moso non hanno bisogno di conquistarlo, per loro è spontaneo e naturale averlo già dentro di sé, perché non hanno subıt̀ o per secoli se non per millenni quei condizionamenti oppressivi e repressivi né dalla società né dalla religione, condizionamenti che nel patriarcato invece hanno portato noi donne a uno stato di mancanza di sicurezza, di autostima, di senso di colpa relegandoci a uno stato di inferiorità.

Non essendo né oppresse né represse, anzi avendo il ruolo di guida della famiglia, le donne Moso hanno saputo costruire una società sui valori del principio materno mostrando delle capacità organizzative e decisionali che fanno pensare alle nostre più antiche antenate. Da secoli infatti qui le madri guidano con saggezza la famiglia e la comunità.

Ciò che per noi donne occidentali sarebbe una conquista, per le donne Moso è assolutamente naturale, esse non hanno bisogno di far parte di un movimento di liberazione, si sentono e sono valorizzate all’interno della loro famiglia e all’esterno svolgono attività politiche e sociali se lo desiderano e non hanno alcun bisogno di rivendicare la parità dei diritti vivendo in una società egualitaria dove non esiste un’attività considerata superiore o inferiore in base al sesso. In breve le donne Moso non hanno bisogno di essere femministe perché non devono lottare quotidianamente contro il patriarcato, la discriminazione e la violenza.

Le madri sono il mistero che ci ha dato la vita” – afferma un giovane da me intervistato nel 2012 – sono le nostre radici, mai ci permetteremmo di far loro del male e di mancar loro di rispetto, la nostra cultura non ce lo permette: basta considerare il fatto che il nostro lago si chiami Lago Madre, Shinami, e la nostra montagna, Gammu, la nostra Dea madre, per capire in quale considerazione noi teniamo le madri.

L’armonia nelle relazioni fra uomo e donna in effetti proviene oltre che dalla pratica dei valori tradizionali trasmessi di generazione in generazione anche dal fatto che tutti praticano il culto della divinità della natura creatrice, che genera vita, riconoscono nelle donne questo principio e quindi ancora una ragione in più per rispettarle. Gammu è la dea protettrice di tutti i Moso, ma è anche la dea dell’amore e della fertilità, è il principio creativo percepito al femminile come tutta la natura. Nel territorio dei Bai, un’altra minoranza etnica dello Yunnan, un luogo di culto, in una montagna considerata anch’essa sacra, è rappresentato da una nicchia dove dalla roccia si schiude una vulva alta circa 70 cm. Le donne venivano a pregare spinte da desiderio di avere un bambino oppure si tratta di totemismo o di Buddhismo esoterico? Gli studiosi non riescono a dare una risposta precisa, ma in ogni caso la si potrebbe interpretare come un inno alla vita.

Da dove proviene tutto questo rispetto per le madri?
Riconoscere nella donna la continuità della funzione creativa fa sı̀ che la donna, la natura e la sacralità diventino una sola entità. Da qui un grande rispetto per le madri che hanno accolto prima nel loro grembo e poi culturalmente anche gli uomini, trasmettendo di generazione in generazione i valori del principio materno. Il rispetto per l’altro, la cura, la solidarietà e la condivisione ne fanno una società equilibrata senza discriminazione né violenza.

I valori del principio materno producono solidarietà, condivisione e reciprocità non solo a livello familiare, ma anche a livello sociale ed economico. Nonostante l’economia tradizionale stia cedendo il posto ad un’economia di tipo capitalista nei due villaggi più turistici di Luoshui e di Lige, esistono tuttora esempi di economia basata sulla condivisione e sulla solidarietà collettiva: il trasporto in barca dei passeggeri e le danze serali. Queste due attività permettono di ricavare utili equamente distribuiti e consegnati alle rispettive famiglie che mettono a disposizione due dei loro familiari, donne o uomini che siano per eseguire il lavoro. Si organizzano dei turni e si danno a tutti le stesse opportunità di lavorare.

Recentemente la popolazione Moso ha dimostrato di difendere a tutti i costi questo tipo di economia e benché alcuni comincino a pensare che la cultura moso un giorno scomparirà, un episodio fa sperare proprio il contrario. Nell’ottobre del 2014, quattro barche a motore hanno fatto la loro apparizione sul lago con grande stupore dei Moso. Durante i miei svariati soggiorni al lago non ho mai visto donne e uomini Moso esprimere un qualsiasi sentimento che alteri la normale serenità che si percepisce d’abitudine nei loro volti e nel loro comportamento, ma immagino lo sdegno, a parte lo stupore, che abbiano potuto provare.

Le quattro barche a motore di diversa grandezza contenenti da 6 a 28 persone e sicuramente destinate a moltiplicarsi visto l’incremento del turismo di questi ultimi anni, sono state imposte dalla prefettura del distretto di Yuanyuan nel Sichuan, la provincia che si affaccia su una riva del lago Lugu, geograficamente situata di fronte a quella dello Yunnan. Queste barche a motore avrebbero dovuto sostituire le barche a remi tradizionali.

La presenza di queste nuove barche è probabilmente un attacco da parte del mondo capitalista e globalizzante ad un’economia, quella dei Moso, basata invece sulla solidarietà e cooperazione per danneggiare una società già minata dall’afflusso sempre più crescente del turismo. Non solo aumenterebbe l’inquinamento delle acque del lago, che già stanno soffrendo l’incrementarsi della popolazione straniera irrispettosa della natura, ma ciò toglierebbe alla comunità moso i benefici provenienti da una delle più proficue attività collettive e solidali dei matriclan.

Mi sono chiesta in che modo il popolo moso sarebbe arrivato a risolvere questo problema e a farsi intendere dalle autorità sichuanesi, loro che hanno sempre praticato il metodo del consenso, che hanno dato vita ad un’economia solidale attraverso le loro molteplici attività collettive. Sarebbero arrivati a lanciare una sfida alle autorità del Sichuan o a giungere ad un accordo con queste ? Avrebbero cominciato a valutare i danni che la nuova economia sta operando a loro discapito ? Avrebbero preso coscienza del fatto che lentamente, ma inesorabilmente, l’economia tradizionale moso sta sfuggendo loro di mano a vantaggio di compagnie straniere?

Ma la popolazione moso si è rivoltata, dallo stupore e dallo sdegno è passata immediatamente all’azione, un’azione pacifica, ma determinata e decisa: raccolta di firme, se ne parla nelle scuole, gli insegnanti invitano i ragazzi a firmare, si preparano banderuole e striscioni e soprattutto si cerca di fare opera di convinzione per sensibilizzare i turisti alla loro causa per boicottare le nuove barche. Su uno striscione hanno scritto che difenderanno/proteggeranno il lago Madre fino alla morte, su un altro che rifiuteranno l’ingresso delle barche nel lago.

A nulla è valsa, da parte delle autorità sichuanesi e delle compagnie che avevano investito nella fabbricazione delle barche, l’opera per convincere donne e uomini Moso ad accettare le barche a motore, a sostituirle alle loro zhucao chuan, le barche a remi costruite dai Moso stessi e scavate direttamente nei tronchi d’albero e che i Moso usano oltre che per trasportare i passeggeri anche per pescare e per raccogliere l’ottelia acuminata, una pianta commestibile che cresce nelle acque del lago.

Dopo due mesi di azione continua, finalmente la comunità moso è riuscita a far allontanare le barche… Le barcaiole ed i barcaioli hanno rifiutato di essere assunti come personale dipendente da compagnie straniere e di ricevere una percentuale del loro guadagno.

La popolazione Moso non ci ha deluso, ancora una volta qui ha saputo dimostrare con il suo buon senso e determinazione che non si lascia intimidire, come è già successo nel passato. Ai tempi di Mao, per esempio, non si sono lasciati intimidire dalle riforme matrimoniali volte ad uniformizzare i loro costumi considerati, a torto, libertini. Quest’ultima è una risposta positiva per la salvaguardia della loro società dagli attacchi esterni, per la protezione del loro lago madre, una risposta a tutti coloro che attendono, chi con rassegnazione, chi con un sottile compiacimento, l’inevitabile fine di questa società e la sua assimilazione al modello patriarcale.

Nel 2006 un giovane moso rispondendo alla mia preoccupazione sulla sopravvivenza dei valori tradizionali della loro cultura, rispose, e qui cito le sue parole: “I Moso reclamano di essere rispettati come minoranza, rivendicano la loro autonomia, sono consapevoli del valore della loro identità culturale e noi giovani difendiamo con convinzione il nostro stile di vita, al pari di quanto hanno fatto i nostri antenati in passato”. Dopo quasi dieci anni, cioè da quando mi è stata fatta questa affermazione, l’azione condotta per la difesa del lago ne è la prova. Bisogna sperare che la popolazione moso riesca anche in futuro a dare prova della sua resistenza ad un’economia di tipo capitalista e globalizzante.

L’azione pacifica condotta dal popolo Moso ci mostra come sia possibile agire senza violenza e che è possibile avere individui non violenti, ma cooperativi solamente in una struttura sociale con un paradigma diverso dal nostro.

Non si può cambiare l’individuo che fa uso di violenza senza cambiare la società, afferma giustamente Genevieve Vaughan, ecco perché in una struttura sociale matriarcale con un paradigma diverso dal nostro, è possibile avere individui non violenti, ma cooperativi, e se è importante promuovere la leadership delle donne, le donne Moso ce l’hanno già, perché la struttura della loro società glielo permette. Ed è per noi occidentali un modello cui ispirarci.

Pubblicato in Boomerang. Journal of Critique on Patriarchy, Volume 1, “Motherhood in Patriarchy“, Autumn 2015,Innsbruck/Orlando.
Editorial board: Mariam Irene Tazi-Preve, Ursula Scheiber, Claudia von Werlhof , Simone Woerer.

Weblink: http://fipaz.at/2015/10/31/bumerang-ausgabe-1/