I Minangkabau dell’isola di Sumatra – Chiara Chianese

Nel 2008 riuscii a fare un viaggio che desideravo da tempo per incontrare dal vivo i Minangkabau dell’isola di Sumatra, in Indonesia.  Un popolo di 3 milioni di abitanti su più di 270 milioni che affolla l’Indonesia, uno Stato arcipelago composto da circa 17mila isole nel sud-est asiatico. Ogni isola indonesiana ha una sua specifica cultura e tradizione che esprime attraverso cerimonie religiose, balli folkloristici e abiti colorati che raccontano la loro storia intrisa di miti e leggende, venerazione di animali sacri e attività agricole predominanti.
Ma quello che mi interessava del lato ovest dell’isola di Sumatra, nota in tempi antichi come l’isola d’oro, era il popolo matriarcale dei  Minangkabau di cui avevo letto le usanze civili e sociali nei libri di Peggy Reeves Sanday, l’antropologa dell’università della Pennsylvania che ha dedicato vent’anni della sua attività allo studio di questo popolo. Volevo conoscere e vedere con i miei occhi questo popolo che segue da secoli una discendenza matrilineare dove i figli e le figlie prendono il cognome della madre e dove le donne ereditano i beni in condivisione con la comunità familiare. Ero curiosa di sapere se ci fossero meno conflitti sociali rispetto al nostro mondo occidentale dominato dal patriarcato e incentrato su una famiglia sempre più ristretta, dove litigi, tradimenti, violenza, abusi sessuali e femminicidi sono all’ordine del giorno.

Così una mattina d’estate arrivai con la mia piccola telecamera a Balimbing, uno dei loro villaggi per filmare la vita quotidiana e intervistare Bundo Kanduang, la responsabile del clan, una tra le donne più anziane, che tutti riconoscono come ‘grande madre’,  un riferimento all’antenata comune di ogni clan così come alla propria madre biologica.  Bundo Kanduang è anche la grande saggia che supervisiona le varie attività lavorative, sociali e religiose del villaggio.
Subito mi colpì l’atmosfera di serenità e calma che si respirava nei campi di lavoro agricoli, nelle risaie, nelle piccole fabbriche di legno e nei lavori di costruzione delle case che hanno i tetti con la caratteristica forma delle corna dei bufali, animali molto diffusi nell’isola, usati perlopiù nei lavori agricoli che non per produrre mozzarelle di bufala come la nostra tradizione del sud Italia è solita fare.

Al centro del villaggio di Balimbing domina una grande casa con il tetto di paglia che è la sede dell’assemblea comunale, in cui uomini e donne si radunano per prendere varie decisioni politiche e sociali: dalla distribuzione del raccolto e dei ricavi delle vendite, alle regole per le festività e i calendari scolastici.
I valori di questo popolo sono incentrati sulla cura e sui bisogni della comunità,  invece che sui principi patriarcali di “giustizia divina”, sacrifici e rigide prescrizioni sessuali dettate dall’alto. I valori di cura, i cerimoniali in onore dei cicli della natura e dono discendono da antenate mitiche divinizzate.
Mi colpì molto la differenza che vedevo negli abiti delle donne: alcune vestite con abiti tradizionali, altre indossavano il velo perchè l’Indonesia è lo Stato più popoloso a maggioranza musulmana del mondo.  E nonostante  i Minangkabau vivano da sempre seguendo un sistema di usanze matriarcali che chiamano ADAT, sono riusciti ad integrarsi con alcune regole dell’ Islam, in un modo che a me è sembrato armonico.

Dagli studi dell’antropologa Sanday, la lungacasa dei Minangkabau riassume l’incastro di adat e Islam: l’abitazione è rivolta verso il monte Merapi, luogo sacro di origine del popolo Minangkabau e al suo interno trova posto il luogo di preghiera islamico, che precedentemente era stato il luogo tradizionale riservato agli uomini. Prima dell’arrivo dell’Islam la lungacasa  era utilizzata come residenza alternativa per ragazzi e uomini, secondo il principio che questi dovessero vivere fuori della propria “casa madre adat” per non competere nella proprietà del clan con le loro sorelle. Ma oggi questa lungacasa è il luogo dove gli uomini più anziani insegnato Islam e adat ai ragazzi del clan, in un sincretismo armonico che è quello che io stessa ho respirato.

Come in molte culture matriarcali anche tra i Minangkabau ci sono matrimoni di gruppo fra clan e relazioni coniugali basate sulla “visita”, con conseguente libertà sessuale dei partner.
Il matriarcato non è il semplice ribaltamento del patriarcato, cioè la dominazione opposta di un sesso sull’altro, ma una cultura di bilanciamento e di equilibrio dei ruoli. Le spose restano a vivere nel villaggio della madre dove l’organizzazione e la cura dei figli si avvale degli uomini, ma questi sono in genere fratelli della sposa, zii e nonni. I mariti abitano invece nel villaggio materno, dove si occupano dei loro nipoti e dei campi. Sono infatti “visitatori serali” della sposa e il mattino presto tornano nel villaggio materno. Il risultato di questa relazione part-time è che i bambini vengono accuditi dalla madre e dai parenti materni, e quasi mai è chiaro chi sia il padre naturale. Quella che conta è la paternità sociale, collettiva.
Un sistema opposto al nostro dove in molti luoghi il padre-padrone impone le sue regole, spesso con la violenza, e dove le madri vivono seguendo gli ‘ordini’ del marito, come consuetudine accettata dalle generazioni precedenti.  Regole familiari che derivano anche dalla religione cattolica cristiana che prevede l’autorità dell’uomo sulle attività sociali del clan familiare. Ma quando le donne prendono atto della loro indipendenza a partire dal lato economico grazie alla scolarizzazione e al lavoro, si distaccano da questo modello gerarchico e cercano la loro nuova dimensione. Una dimensione di pace, uguaglianza ed equilibrio tra i sessi, che affonda le radici in un passato millenario, tra le culture indigene, ancora poco conosciute e osteggiate dalla cultura maschilista che predomina nei media.
Ma grazie al lavoro di numerose studiose, dalle archeologhe (come Marija Gimbutas), alle antropologhe, passando per le filosofe (come Heide Goettner-Abendroth)  e le linguiste (come Luciana Percovich), solo per citarne alcune, una nuova realtà prende forma per immaginare un futuro diverso e di rinascita attraverso questa pandemia che segna il traguardo finale di un sistema economico neo-liberista e patriarcale.

Chiara Chianese