Sopravvivere allo sviluppo – Scheda Sviluppo Sostenibile? No grazie

Il male sta nelle parole che la tradizione ha voluto assolute, nei significati snaturati che le parole continuano a rivestire. Mentiva la parola amore, esattamente come la parola morte. Mentivano molte parole, mentivano quasi tutte. Ecco che cosa dovevo fare: studiare le parole esattamente come si studiano le piante, gli animali… E poi, ripulirle dalla muffa, liberarle dalle incrostazioni di secoli di tradizione, inventarne delle nuove, e soprattutto scartare per non servirsi più di quelle che l’uso quotidiano adopera con maggiore frequenza, le più marce, come: sublime, dovere, tradizione, abnegazione, umiltà, anima, pudore, cuore, eroismo, sentimento, pietà, sacrificio, rassegnazione“.

da L’arte della gioia di Goliarda Sapienza

Se alle parole tossiche, come per la parola “sviluppo”, si aggiunge un aggettivo, come per esempio “sostenibile”, non siamo nel processo che “mette certo in discussione l’accumulazione capitalistica, scriveva Serge Latouche, nel suo libro “Come Sopravvivere allo sviluppo. Dalla decolonizzazione dell’immaginario economico alla costruzione di una società alternativa.” : un aggettivo che può aggiungere una dimensione culturale oppure una componente ecologica, non determina di per se’ un cambiamento di paradigma. Stiamo assistendo da 70 anni [1] a questo stratagemma tipico della politica e dei governi.

La storia del lemma di successo “sviluppo sostenibile” è bene raccontata da Serge Latouche: “Lo sviluppo sostenibile fu lanciato esattamente come una marca di detersivo e con una accurata sceneggiatura, alla Conferenza di Rio del giugno 1992, da uno buono, Maurice Strong segretario del Pnud [Programma delle NU per lo Sviluppo]. (…) Verso la fine degli anni Settanta, lo sviluppo sostenibile si è imposto contro l’espressione più neutra di ‘ecosviluppo’, adottata nel 1972 alla Conferenza di Stoccolma. (…) L’ecosviluppo sembrava troppo ‘ecologico’ e poco ‘sviluppo’”. [2]

Voglio sperare che i nuovi movimenti in corso contro la catastrofe climatica non ricadano di nuovo in questo inganno lessicale.
Scrive Paolo Cacciari “ad un certo punto, il miracolo di una crescita infinita in un mondo finito ha cominciato a vacillare, come hanno dimostrato i fondatori della bìo economia: Nicholas Georgescu-Roegen (autore di The Entropy Law and the Economic Process, 1971; Energia e miti economici, 1998; Bioeconomia, 2003), Kenneth Boulding ed Herman Daly.
Le diseconomie, le ‘esternalità negative’, gli effetti contro produttivi hanno cominciato a prevalere sui vantaggi della crescita. Si suole affermare che il punto di svolta nella presa di coscienza dei problemi ambientali provocati dall’economia della crescita sia avvenuto con la pubblicazione del primo Rapporto del Club di Roma, I limiti dello sviluppo, del 1972”.
E seguitando: “Erano gli anni della prima grande crisi petrolifera e della Conferenza di Stoccolma, che diede i natali all’agenzia ONU per l’ambiente (UNEP). La rarefazione e il degrado delle risorse naturali prelevabili a basso costo fecero emergere la necessità della loro preservazione” Nella risoluzione della Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano di Stoccolma nel 1972 c’è scritto. «L’uomo soggiace ad una solenne responsabilità di proteggere l’ambiente sia per le generazioni presenti sia per le generazioni future». Ma bisognerà attendere dieci anni, con il Rapporto Brundtland del 1983, per leggere per la prima volta in un documento ufficiale la formula «sviluppo sostenibile». Concetto meglio esplicitato nel testo dell’ONU Nostro Comune Futuro del 1987: «Sviluppo sostenibile è un processo nel quale l’uso delle risorse, la dimensione degli investimenti, la traiettoria del progresso tecnologico e i cambiamenti istituzionali concorrono tutti assieme ad accrescere la possibilità di rispondere ai bisogni della umanità non solo oggi ma anche in futuro».[3]

Questa parola d’ordine “Sviluppo Sostenibile” o anche Sviluppo durevole è un ossimoro. N.G. Roegen le ha considerate ricette nocive. Vi invito ad aprire gli occhi per non ricadere nelle solite formulazioni che in un pianeta finito come la nostra madre Terra, si possa procedere con una produzione illimitata, distruggendo risorse non più rinnovabili.

Si tratta di un inganno semantico: cambiare le parole, visto che non si vogliono cambiare le cose. E voler cambiare le cose, significa per me, voler cambiare il modello economico, sociale, democratico e politico filosofico!

Come già accennato nella scheda “Sviluppo”, esiste nel concetto dello sviluppo una pretesa: la crescita economica diviene l’obiettivo permanente e unico delle società umane. Questa pretesa, si basa sul quello che viene definito l’effetto ricaduta o anche trickle down effect (effetto diffusione), effetto “magnificato dall’euforia dei miti della modernità”1.
Di fatto è una costruzione che ancora seduce, ma dati alla mano, non resiste, se si esamina in modo serio , come già nel 1998 sosteneva Latouche. Si tratta di un vero miraggio, o meglio di propaganda voluta dal neoliberismo. E facendo emergere questi tre paradossi, si esplicita il miraggio costruito a regola d’arte. (il paradosso della creazione dei bisogni, il paradosso dell’accumulazione, il paradosso ecologico.) Si rimanda a quando richiamato alla nota 3.

Lo sviluppo è stato ed è l’occidentalizzazione del mondo. Come ci sono parole dolci, ci sono parole velenose, parole che penetrano nel sangue come una droga, pervertono il desiderio ed ottenebrano il giudizio. Sviluppo è una di queste parole tossiche.

Lo sviluppo sostenibile, o “durevole”, questo ossimoro, questa contraddizione in termini, è terrificante e disperante!

Auspico che le nuove generazioni del movimento FFF ne prendano autorevolmente le distanze!


La scheda e’ a cura di Daniela Degan preparata per :
AUTRICI DI CIVILTA’
Rubrica “Parole, parole, parole”

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