Simboli di vita e di morte nell’età neolitica – Nadia Lucchesi

Ho appena finito di leggere il libro di Dorothy Cameron, Simboli di vita e di morte nell’età neolitica, pubblicato dalla casa editrice Venexia e curato da Luciana Percovich, che ne ha anche tradotto il testo dall’inglese. Ne sono rimasta molto colpita per due motivi: conoscevo pochissimo del lavoro di questa artista e studiosa australiana del simbolismo del Neolitico e non avevo alcuna cognizione dei dipinti parietali del V millennio a.C. di Teleilat-el- Ghassul, sito vicino al Mar Morto. Riflettendo sulla mia ignoranza, ho cercato di capirne le cause e ho scoperto che i risultati straordinari di questa ricerca non hanno avuto la dovuta risonanza non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

Marija Gimbutas riconosce alla Cameron il merito di aver per prima osservato il fatto che esiste un’analogia perfetta tra la testa e le corna del toro e il grembo femminile, con le tube di Falloppio. Pure questa interpretazione è considerata, come rivela lo stesso linguaggio della Gimbutas, un azzardo, perché nella religione patriarcale il toro è emblema di potere fisico e mascolinità. Così lo considerava anche James Mellaart, amico e collega di Dorothy Cameron: per lui si trattava del simbolo del figlio e dell’amante della Grande Dea Madre, adorato a Çatal Hüyük, in Turchia.

Dorothy invece decise di “mettere da parte il modo di pensare patriarcale oggi imperante” (p. 15) e giunse alla conclusione che fossero state le donne a realizzare i magnifici affreschi trovati nello stesso sito archeologico. Essi ci consentono di ricostruire l’interpretazione femminile del mondo, della vita, della morte, della sfera sacrale, attraverso un codice simbolico ignorato per millenni, cancellato da una visione della realtà di origine tutta maschile.

Tori, triangoli, asce bipenni, rosette, dee doppie, seni esprimono la potenza generatrice della Dea, che è anche Signora degli animali, mentre avvoltoi, code, becchi, grandi occhi simboleggiano la morte in un “sistema coesivo di elementi imperniato sul ciclo di vita, morte e rinascita e modellato sulla necessaria connessione delle prime comunità di agricoltori sedentari al ciclo delle messi, al cambiamento delle stagioni, al movimento delle stelle e della luna, e agli equinozi” (p. 78). Questi simboli sono sopravvissuti nei millenni ma hanno perduto, agli occhi dei più, il loro significato profondo, legato alla concezione della Terra come Grande Madre, da cui tutto aveva origine e cui tutto tornava.

Dorothy Cameron ha trovato conferma alle sue ipotesi quando partecipò all’impresa di studiare e documentare i dipinti parietali di Teleilat-el- Ghassul. Tra loro colpisce inevitabilmente quello della stella, la cui immagine campeggia sulla copertina del libro che raccoglie i due saggi della Cameron: è formata da otto raggi a forma di corno e anticipa il simbolo che caratterizzerà le grandi Dee Inanna e Ishtar. I suoi colori sono il rosso e il nero, che rappresentano la vita e la morte, ma il numero otto, sottolineo io, ci proietta oltre l’inizio e la fine: è infatti il doppio di quattro, un numero che evoca sia la femminilità raddoppiata sia le fasi lunari e fa compiere il passaggio dal valore aritmetico a quello geometrico. Questo raddoppiamento apre la dimensione spaziale circoscritta (i 4 punti cardinali, i 4 elementi naturali, i 4 venti etc.) verso la dimensione dell’infinito. Era questa la consapevolezza che animava una civiltà di origine femminile in cui “Il cambiare delle stagioni, i cicli della luna, gli equinozi portavano con sé le proprie regolari cerimonie; la decorazione degli oggetti di culto, delle maschere, degli abiti da cerimonia, degli strumenti musicali, gli affreschi nei templi – tutto il simbolismo religioso connesso con queste attività forniva una grande ispirazione all’espressione creativa e artistica. Questa pacifica religione della fertilità, basata sull’agricoltura ma allo stesso tempo dinamica, è prevalsa nella vita dei popoli dediti all’agricoltura per diversi millenni” (p. 135).

Poi tutto cambiò e la stessa Ghassul diventerà un centro di culti diversificati, prima dedicati alle diverse divinità femminili, poi presumibilmente agli dei maschili che si imposero violentemente, cercando di cancellare la memoria della Grande Madre, fonte di vita e di morte.

Ma non tutto fu dimenticato: i simboli sopravvivono fino ai giorni nostri e testimoniano dell’energia inestinguibile che ci collega alle nostre radici.

La stella è uno degli emblemi del Natale cristiano e Maria, la madre di Cristo e del Cristianesimo, è stata concepita il giorno otto di dicembre ed è nata il giorno otto di settembre; la rosa è il fiore a lei associato, anche nelle preghiere del rosario; Anna, sua madre, forma con Maria una coppia divina, molto simile alla Dea doppia del Neolitico. Mi fermo qui, perché continuare mi porterebbe a stilare un elenco interminabile e inutile: ogni lettrice, ogni lettore potrà fare le sue associazioni, qualunque sia la visione della realtà cui fa riferimento.

Questo libro è una potente fonte di ispirazione e uno strumento prezioso per chi non vuole dimenticare le proprie origini, le proprie radici, e vuole realizzare una profonda trasformazione del mondo in cui viviamo, sapendo che un altro mondo è stato e sarà possibile.

Dobbiamo pagare il nostro debito di riconoscenza a Dorothy Cameron, vero dono divino, come significa il suo nome (il nome greco Δωροθεα (Dorothea, “dono di Dio”) è formato da δωρον (doron, “dono”) e θεος (theos, “dio”); dobbiamo gratitudine a Luciana Percovich, che col suo lavoro e la sua passione, ci ha consentito di riscoprire questi tesori di inestimabile valore.

Nadia Lucchesi