Ninfe ed acque in Sicilia. Una relazione sacra – Barbara Crescimanno

Altare in terracotta con triade divina, Gela (500 a.C)

«Chi, fra i Greci, poteva vantarsi di conoscere i nomi di tutte le ninfe? Erano le divinità di tutte le acque correnti, di tutte le sorgenti, di tutte le fonti. Non le ha prodotte l’immaginazione ellenica: erano al loro posto, nelle acque, fin dal principio del mondo; dai Greci ricevettero forse la forma umana e il nome». Così si legge in Eliade (1992: 211).  Come scrive la Larson nella monografia a loro dedicata, le Ninfe – venerate con nomi e peculiarità differenti in tutta l’area del Mediterraneo e dell’Antica Europa – sono state trascurate dagli studiosi, pur essendo fortemente presenti nella vita devozionale quotidiana (soprattutto femminile) della koinè ellenico-mediterranea. Lo studio di questo tipo di pratiche, parte essenziale di qualsiasi forma di relazione al sacro, ha ricevuto un’attenzione decisamente minore rispetto a quella per le teologie e per i testi sacri.

«Gli studiosi occidentali di storia delle religioni hanno erroneamente attribuito gli atti di devozione primariamente al popolo e alle donne, piuttosto che alle élite, e hanno ragionato secondo un modello gerarchico che ha valorizzato l’apprendimento intellettuale interiore del divino rispetto alle esperienze emozionali e alle espressioni esteriori e materiali di pietà»[1]
Quelle che i Greci hanno chiamato Ninfe sono divinità o semi-divinità femminili, plurali[2] e ‘collettive’, legate ad aspetti del mondo naturale come montagne, grotte, alberi e selve  – ma soprattutto acque – e presenti come guide in ogni momento cruciale di passaggio dei cicli femminili dell’esistenza.[3] Le ‘care’ Ninfe[4] raccontano di un culto familiare, di una relazione individuale col sacro, la stessa suggerita dalle centinaia di rappresentazioni di cosiddette Veneri paleolitiche, statuette di dimensioni ‘intime’ e pensate, probabilmente, per un culto personale[5].

Tra i molteplici aspetti della figura delle Ninfe[6] ci interessa, in questo articolo, quello acquoreo: mari, fiumi, laghi, paludi e soprattutto le sorgenti alle quali esse sono legate. In greco non esiste una divinità dell’acqua. Le Ninfe assumono la personificazione di fonti e sorgenti accompagnandosi talvolta ad altre divinità, con maggior frequenza femminili, di cui potevano formare il corteggio; personalità sincretistiche legate ad aspetti di fertilità e a connotazione ctonia: prima di tutto Demetra e Kore; ma anche Artemide, nel suo aspetto iniziatico legato al momento del parto e al passaggio di status –  sia maschile che femminile – dall’età fanciullesca a quella adulta.[7].

Il legame delle Ninfe con le acque è descritto dalle cosmogonie: secondo Esiodo esse sono figlie di Oceano e Teti[8], come tutti i fiumi e le sorgenti. La tradizione delle acque primordiali come matrice universale, principio di ogni cosa e di ogni essere vivente, da cui nascono i mondi e alle quali tutte le forme tornano, si trova in un notevole numero di varianti culturali[9].
Se dalle acque si nasce, l’immersione in esse simboleggia «la regressione nel preformale, la rigenerazione totale, la nuova nascita, perché l’immersione equivale ad una dissoluzione delle forme, ad una reintegrazione nel modo indifferenziato della preesistenza. E l’uscita dalle acque ripete il gesto cosmogonico della manifestazione formale» (Eliade 1992: 193).
Le Ninfe partecipano di questa essenza acquorea, e questo legame è fortificato anche da una relazione concreta e allo stesso tempo simbolica con le acque del parto. Il sangue divino, l’ichòr omerico, è anche il liquido amniotico, quello che scorre dalla vagina delle partorienti quando ‘si rompono le acque’[10]. L’acqua di sorgente è l’acqua del ventre della Madre nel quale ogni cosa ha origine, e i luoghi da cui essa fluisce sono punti liminali di confine e di collegamento tra il mondo umano e il mondo infero, altrimenti separati. L’acqua sorgiva è ancora più carica simbolicamente quando sgorga all’interno di grotte, simboli della porta di comunicazione tra i mondi, della ‘vita-oltre-la-morte’, luoghi di sacralità naturale. Le Ninfe (che abitano le grotte) sono esseri che stanno al confine tra i mondi, e fungono da accompagnatrici privilegiate in questo passaggio.
Se l’acqua è germinativa, la pioggia è portatrice di fertilità. Come le fonti e i pozzi sgorganti dalla Terra sono percepiti come espressione di potenze divine femminili, le acque celesti e fluviali sono riconosciute come elemento maschile e seme fecondante, di un’inesauribile potenza generatrice. E poiché l’acqua ha valore sacro in quanto elemento cosmogonico, valore sacro e divino hanno anche sorgenti e fiumi, sue manifestazioni, che finiranno poi per diventare epifanie locali indipendenti[11].

Alle divinità acquoree femminili è riconosciuto il potere di dare (e ri-dare) la vita in un contesto in cui dimensione sacra e profana dell’esistenza non sono ancora scisse. Se ne trova testimonianza nelle comunità preistoriche e protostoriche precedenti alla transizione dal Paleolitico al Neolitico, cioè quel passaggio da stili di vita nomadi a stili di vita stanziali legati alla coltivazione e all’allevamento, in cui l’acqua diviene fondamentale per il ciclo agricolo[12]. Ma questa idea perdura fino in età storica: ancora per Eliano[13] le sorgenti sono donne. I fiumi sono invece rappresentati come androposopi, metà tori, metà uomini o ragazzi. Ne troviamo tracce nella monetazione di molte colonie siceliote in cui vengono rappresentate insieme Ninfe e divinità fluvial[14]. L’acqua è quindi percepita come elemento sacro, legato alla vita, alla morte, alla rinascita; inoltre, in quanto capace di rigenerare, diventa sostanza magica e medicinale per eccellenza: accanto a quelli fecondati vi troviamo poteri di guarigione e di purificazione.

La Grotta del Ninfeo adiacente al Teatro Greco, Siracusa. La fonte è alimentata dalle acque dell’Acquedotto Galermi, condotta idrica di epoca greca

Elementi costitutivi di questo insieme simbolico, le Ninfe siciliane sono legate alla nascita e alla cura degli infanti come madri o nutrici, come kourotrofe: allevano bambini destinati a divenire dèi o eroi locali[15]; in quanto portatrici di ri-nascita, presiedono ai rituali legati ai momenti di passaggio dall’adolescenza all’età adulta, poiché la loro natura le rende divinità della morte iniziatica; sono familiari compagne della vita quotidiana, dalla nascita fino alla morte degli individui[16].
Il primo impiego rituale dell’acqua è costituito da forme di immersione o abluzione a valenza religiosa: nei rituali legati alla Parthenia; nei riti di passaggio che comprendevano ad esempio il dono dei capelli al fiume; nel bagno di purificazione prima del matrimonio o per il parto; nelle abluzioni per usufruire delle capacità fecondatrici delle acque. Il bagno e nuove vesti rappresentavano il primo momento della consacrazione individuale, preliminare alle altre attività rituali[17]. L’acqua più potente era considerata quella sempre rinnovata, in movimento, che non aveva il tempo di contaminarsi: per questo l’immersione nelle sorgenti, nei fiumi o direttamente in mare. L’immersione in acqua marina in particolare era ritenuta capace di infondere energia vitale: si praticava l’immersione di statue (di Cibele, Afrodite, Athena, Hera…)[18] per ripristinarne la ‘verginità’; i mystai di Eleusi, ornati di mirto, si bagnavano nel mare prima di prendere parte ai Misteri.

Le Ninfe (e Artemide) erano le divinità a cui si dedicavano gli oggetti legati all’infanzia nel momento di passaggio al mondo degli adulti: al momento delle nozze venivano donati i giocattoli (crepitacoli, sonagli, palle da gioco) e il tympanon, simboli dello status verginale[19]. Lavacri ed abluzioni erano pratiche purificatorie essenziali anche per preparare i defunti alla loro nuova dimora e per permettere un viaggio sicuro nell’aldilà per i propri congiunti. Aspersioni e libagioni venivano compiuti anche successivamente ai funerali, sulle tombe. L’acqua segnava il confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti, a livello rituale, funzionale e simbolico[20]. Porfirio, citando Teofrasto[21], testimonia dell’antichità di quest’uso:

«Gli antichi sacrifici erano per la maggior parte compiuti con sobrietà. Sono sobri quei sacrifici in cui la libagione è fatta con l’acqua. Poi le libagioni vennero fatte con il miele[22], poiché prima ricevemmo questo liquido preparato per noi dalle api; in terzo luogo, le libagioni si fecero con l’olio, e al quarto posto, con il vino»

I riti di purificazione si dovevano svolgere presso i Ninfei, santuari in cui sono state ritrovate tracce di culti tra i più diversi: gli archeologi dicono che le Ninfe avevano una grande capacità di “accoglienza”, da cui nascevano sincretismi così forti con divinità sicule, sicane, fenicie, romane, da rendere difficile spesso discernere quali fossero i culti originari dei luoghi stessi.  Il Ciaceri ipotizza che «le divinità delle fonti avessero un posto ancor prima che nell’isola si facesse sentire l’influenza della civiltà greca»[23]: alla fonte Aretusa, come ad Akrai e Kasmenai, potrebbe essersi verificato un processo di assimilazione di numi indigeni. Nel caso di Anna e delle Paides, delle Meteres, delle Theai Agnai, i Greci hanno verosimilmente adottato divinità a loro precedenti senza mutarne il nome. Anche Diodoro presenta le Ninfe come originarie dell’Isola, nel momento in cui sono loro ad accogliere Atena, Artemide, Eracle facendo sgorgare, per compiacerli e ristorarli, sorgenti d’acqua[24]. Timeo, storico siceliota citato da Ateneo, racconta come «fosse costume in Sicilia offrire sacrifici alle Ninfe di casa in casa e passare l’intera notte, ebbri, vicino alle loro statue e danzare attorno alle divinità»[25].

Diversamente che per le grandi divinità del pantheon greco, i cui culti avevano sede presso i grandi templi poliadi, i Ninfei sono di solito associati a luoghi naturali e raramente hanno strutture architettoniche imponenti o evidenti: li troviamo sui monti, nelle grotte e vicino all’acqua, in luoghi presso cui sono stati ritrovati accumuli di oggetti votivi di fattura popolare, prevalentemente in terracotta (statuette, vasi, hydrie, lucerne, pesi da telaio). Quando troviamo Ninfei in zone urbane, essi sono legati ai Santuari delle divinità poliadi di cui le Ninfe formano il corteo, ma per la maggior parte sono santuari periferici, extraurbani o rurali, legati ad un culto popolare. Come racconta Menandro nel Dyskolos, i fedeli – uomini e donne – sono soliti vegliare nelle feste notturne in onore delle Ninfe bevendo e danzando accompagnati da auloi, tamburelli, castagnette, cembali; i sacrifici sono offerte di miele, latte, semi, frutta, talvolta sacrifici animali. Da altre fonti sappiamo che il culto loro tributato poteva prevedere la creazione di giardini curati in onore delle divinità, e di spazi (choròs) apprestati per le loro danze[26].

Tuttavia, quando parliamo di sorgenti sacre, non sempre si tratta di acque potabili. L’ambiguità che caratterizza queste figure divine è concretamente visibile nel loro collegamento sia con le paludi (in cui sono presenti aspetti benefici e portatori di vita insieme a quelli malefici dei miasmi e della decomposizione) che con le acque vulcaniche termali o sulfuree, cariche di odore e gusto spesso sgradevoli quando non tossici, che vengono associate alla morte e alle potenze sotterranee.
Le più antiche menzioni dello zolfo nel mondo greco si riferiscono al suo impiego in pratiche magiche e di purificazione rituale[27]; l’uso di questo minerale in medicina e farmaceutica è largamente documentato dall’età ellenistica in poi. La sua denominazione più antica, theìon (zolfo, o vapore di zolfo), è lo stesso termine con cui viene indicata la divinità[28]. Le aperture verso il sottosuolo da cui fuoriescono vapori o acque termali e sulfuree sono dunque considerate porte di ingresso per il mondo infero. Le Ninfe sono, in Sicilia, le divinità protettrici o creatrici di questi luoghi, come per le fonti di Himera e Segesta, le cui sorgenti termali sono state rese celebri dalla mitologia[29].
Una delle caratteristiche delle Ninfe è la capacità di profetare[30]. Alcuni studi suggeriscono che i greci utilizzassero, tra i metodi per indurre stati non ordinari di coscienza funzionali alla divinazione, anche l’inalazione di una mistura di gas tossici di origine geotermica con effetti psicotropi o euforizzanti. Anche l’iperventilazione controllata, o al contrario la carenza di ossigeno e un incremento di biossido di carbonio, possono avere effetti allucinogeni; secondo la tradizione delfica la Pizia, ad esempio, era in uno stato di ‘enthusiasmòs’ provocato dai vapori sotterranei[31].

La religiosità incentrata sulle acque si è adattata a culture diverse nel tempo; gli schemi rituali permangono – se ritenuti efficaci – anche nelle culture folkloriche moderne, inseriti all’interno (ma talvolta anche all’esterno) delle pratiche connesse al culto di Madonne e Santi. La devozione a questi “santuari dell’acqua” dedicati a divinità femminili mostra, secondo alcuni autori, un’impressionante persistenza pur nella trasformazione delle prassi, in contesti in cui l’acqua ha rivestito un ruolo essenziale sia per gli aspetti della vita quotidiana che nelle pratiche di culto, e in cui non è sempre possibile discernere l’una dalle altre[32].
Non sempre tale continuità è verificabile e il dibattito sulla questione è ampio e ancora in corso[33]; tuttavia, a partire dalle evidenze documentarie e archeologiche, si può lasciare aperta la possibilità di immaginare un percorso che attraversa i millenni. Atti conciliari e sinodali, sermoni ecclesiastici, prescrizioni della Chiesa ai parroci, ma anche documenti ‘laici’ come i Capitolari Carolingi o le normative Liutprandee, condannano le pratiche legate al culto di fonti ed acque, testimoniandone al tempo stesso la persistenza [34]; esse saranno prima perseguite, poi assorbite e rielaborate dalla Chiesa in un’opera di ri-funzionalizzazione dei culti che conserva la sacralità legata a specifici luoghi, ma la riconverte al culto cristiano.

Il secolo dei Lumi assesterà altri duri colpi a queste credenze di stampo ‘animistico’[35], purtuttavia continueranno ad esistere, nella pratica folklorica europea, fonti in cui le donne sterili vanno a bagnarsi o a bere le acque per essere fecondate[36], o in cui vanno a aspergere il seno per stimolare la produzione del latte; pozzi nei quali gli ammalati vengono tuffati perché guariscano dalle malattie o per proteggersi dal malocchio; fontane o fiumi che risanano. Così come si continueranno ad adornare con ghirlande di fronde e fiori i pozzi e le fonti ritenuti sacri, o a considerare terapeutiche, magiche o divinatorie le acque, soprattutto nel periodo del solstizio d’estate, dedicato in epoca cristiana al culto di san Giovanni[37]. Qui non solo l’acqua di fonte (in alcuni casi preparata con erbe) ma anche la rugiada diveniva sostanza potente, come accadeva per le donne di Chiaramonte che, salendo sulla montagna sovrastante il paese alla vigilia della festa di Maria della Purificazione (il primo di febbraio), recitavano un’orazione prima di passare le mani nella rugiada e segnarsi tre volte con il dito bagnato[38].

Aretusa su moneta, Siracusa 400 a.C. ca

Delle numerose attestazioni di persistenza del culto legato alle acque sull’Isola non è possibile dar contezza all’interno di un così breve scritto, ma alcuni esempi vale segnalarli. Ben conosciuta è la storia della ‘fonte sibillina’ inglobata nella chiesa di San Giovanni, a Marsala, le cui acque «avevano la virtù di far vaticinare li Bevitori» (Ryolo 1794: 20), e che è ancora oggi mèta di pellegrinaggi. La cripta della chiesa «coincide con una grotta entro la quale si trova un pozzo con una sorgente di acqua dolce periodicamente caratterizzata da movimenti di natura idrogeologica interpretati ierofanicamente, e dall’esecuzione di pratiche divinatorie e terapeutiche di preminente competenza femminile» (Giacobello, 1997: 95). Gli elementi del culto delle Ninfe sono agevolmente riconoscibili: un esempio notevole di sincretismo religioso e di persistenza cultuale[39].

Un documento interessante riguarda una credenza rimasta invece esterna alla tradizione cristiana, testimonianza di un legame tra acque e musica: «Credevasi pure superstizioso il Fonte di Caronia vicino al Castel di Tusa, perché le sue acque erano tranquille, e quiete, se alcuno era presente, e stava mutolo; se però quello sonava, o cantava, si sollevavano, imitando le note di quel sono[40].  La fonte Alesina, così chiamata dal Fazello e ai tempi in cui egli scrive (1817) già non più esistente, si trovava nello stesso territorio in cui la monetazione di Alaesa ci attesterebbe un culto alla Ninfa Sikelia[41].

Il legame tra acque e musica lo abbiamo incontrato già nei contesti rituali prenuziali, in cui le fanciulle in età da marito portano alle Ninfe e ad Artemide i loro tympana. Le migliaia di terrecotte votive di suonatrici e danzatrici ritrovate presso i ‘santuari dell’acqua’ in tutto il territorio siciliano testimoniano di esecuzioni coreutiche e musicali e del legame delle Ninfe con la musica e la danza[42]. La stipe di Fontana Calda presso Butera, ad esempio, è un santuario di epoca greca (attivo dal VII sec. a.C.) dedicato a pratiche religiose attinenti al mondo femminile. L’analisi dei materiali votivi ci permette di attribuirne il culto a varie figure: Artemide, Kore e Demetra, come anche a una Thea Polystephanos (‘dea ricca di corone’); ma ci permette di ipotizzare, anche in questo luogo, lo svolgersi di rituali con danze e canti femminili, insieme ad abluzioni e riti purificatori con l’acqua, che non possono non richiamare la consuetudine delle donne di Butera di bagnarsi, almeno fino al secolo scorso, con l’acqua di Fontana Calda prima del parto[43].
Altri e numerosi esempi si potrebbero presentare per raccontare di come esistesse, nell’Isola, una relazione sacra – si potrebbe dire animistica – con il territorio, a partire dai suoi aspetti acquorei; le Ninfe sono inseparabili, in questa visione del mondo, dal ‘paesaggio’: ne sono l’essenza. Ciò che per noi è divenuto un soggetto gradevole da ritrarre o fotografare, o una fonte di ricchezze da sfruttare economicamente, era venerato, insieme alle sue rappresentanti divine, per la sua natura sacra. Reminiscenze pagane? Curiosità da eruditi? Certo testimonianza di un rapporto decisamente più rispettoso e attento di quello che contraddistingue l’attuale relazione essere umano/natura[44], e che può aiutare a far nascere dubbi e a fornire spunti di riflessione su quale possa essere un differente, più sano, modo di relazione con il mondo.

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017
Barbara Crescimanno


Barbara Crescimanno, fondatrice e coordinatrice del gruppo di ricerca antropologica ed etnocoreutica TrizziRiDonna su danze, canti e pratiche tradizionali siciliane legate al mondo femminile, opera come ricercatrice, cantante, percussionista, danzatrice, docente. È co-fondatrice a Palermo della Scuola di Musica e Danza Popolare del Centro delle Arti e Culture Tavola Tonda, all’interno della quale conduce i corsi di Introduzione alle danze tradizionali europee e del Sud Italia.

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