Le Antiche Dee e i Tamburi a Cornice: la Ricerca di Layne Redmond – Morena Luciani

Le locuzioni PEC (prima dell’era comune) e EC (era comune) sostituiscono rispettivamente le sigle A.C. e D.C per evitare riferimenti ad una specifica religione.

Com’era il mondo quando le donne suonavano i tamburi?

Probabilmente un posto migliore, perché gli esseri umani erano liberi di attingere alla conoscenza attraverso vie estatiche, le società erano circolari e non piramidali e dominanti, la vita era armonica con i cicli della Terra e del cosmo.

Layne Redmond, ricercatrice e sacerdotessa del tamburo a cornice, ci racconta in Quando le Donne Suonavano i Tamburi (Venexia Editrice – Roma 2021), del percorso che le donne e il ritmo sacro delle percussioni hanno condiviso dai tempi più antichi al Medioevo, delle vicissitudini che ne causarono l’interruzione e di come la riscoperta del Sacro Femminino ci stia portando a rinnovare questo patto ancestrale.

Signora sul Trono di Catal Huyuk, 6000 PEC

Signore della nascita e della morte, signore dei semi che germogliano, del grano che nutre, delle bestie selvagge e delle montagne, le dee e le antiche sciamane sono raffigurate spesso con in mano un tamburo a cornice.
A Çatal-Hüyük , una dei più antichi insediamenti neolitici dell’Anatolia, troviamo la prima raffigurazione di tamburo della storia e anche la dea assisa sul trono con i leoni accanto, colei che in tempi più tardi diventerà la vera Regina del tamburo, Cibele.

Le tre antiche civiltà fluviali, sorte tra il 4000 e il 3000 PEC, quella della Valle dell’Indo, quella egiziana e quella sumera ci mostrano come il tamburo a cornice emerga dalle religioni del Femminile Sacro della preistoria. Sappiamo che la popolazione di Çatal-Hüyük era composta da diverse etnie alcune delle quali sono state ritrovate ad Harappa, in Mesopotamia e anche in Egitto, culture che mostrano una somiglianza di simboli e mitologie le quali delineano un sistema di credenze condiviso.

La Grande Madre preistorica assunse il nome di Inanna in Mesopotamia, di Hathor in Egitto e di Usas e Lakshmi in India. Tutte e tre indossano secondo la Redmond “copricapi con le corna o delle corone che rappresentano la luna crescente, simbolo del principio naturale del ritmo, collegato al ciclo mestruale e al potere rigenerativo della dea”.
Sciamane e sacerdotesse del tamburo rituale suonavano per far germogliare i semi, per celebrare la luna, per invocare la pioggia, per accompagnare il parto e allo stesso modo le anime dei morti. Suonavano per portare guarigione durante i rituali, per profetizzare, per scandire i ritmi stagionali della natura.

Suonatrice di tamburo, Cipro VI Secolo PEC

In particolare nell’area mediterranea è stato ritrovato un grande numero di statuine e bassorilievi che raffigurano suonatrici di tamburo, sacerdotesse di Inanna, di Cibele, di Hathor, di Rea, di Artemide e di Afrodite, donne che usavano il tamburo all’interno di templi e luoghi sacri. In Asia Minore, in Grecia e a Roma, queste donne venivano chiamate Melissai o Melissae, sacerdotesse collegate al potere profetico delle api e del miele fermentato. Interessante rilevare che il Bendir, tamburo a cornice del Nordafrica, presenta tuttora alcune corde al suo interno che vibrano nel momento in cui viene suonato, questa vibrazione era probabilmente comune nelle pratiche di queste suonatrici rituali che richiamavano l’energia sciamanica delle api.
“Virgilio ha descritto anche un modo per attirare uno sciame di api a un nuovo alveare, adescandole con erbe profumate e fiori: quando una colonna di api fluttua nelle vicinanze, bisognerebbe suonare il tamburo e il cembalo di Cibele per attirarle.”

Cibele, conosciuta in epoca classica come la Madre degli Dei, era una dea di origine anatolica-frigia, il cui culto era caratterizzato da trance estatica e danze sfrenate, a lei donne e uomini suonavano tamburi, castagnette e flauti. Si trattava della stessa Signora sul Trono che a Çatal-Hüyük veniva raffigurata affiancata da due felini e che assunse i nomi di Kubaba, Dindimene, Rea/Arianna, Dichtinna, Berecinzia, in funzione del luogo in cui il culto si stabiliva.[1]

Cibele con tamburo e leone, II sec. PEC

I leoni che aveva al suo fianco, talvolta in braccio, erano i guardiani dei regni della coscienza che compiva il suo viaggio nelle altre dimensioni, quelli che oggi chiamiamo “alleati sciamanici”. Lei era la Signora della Natura Selvaggia, “l’iniziatrice verso più alti livelli di consapevolezza”. Inizialmente il suo luogo sacro era la montagna, rappresentata poi nel suo trono, veniva raffigurata con una corona merlata in testa, la torre fortificata che simboleggiava “la città stessa, le cui mura, come il paesaggio naturale, nascevano dal suo ventre per proteggere i suoi figli”, la stessa corona che cinge la testa della nostra Italia. Cibele ebbe infatti, una grande importanza nella nostra terra, fin da quando nel 205 PEC i romani importarono la pietra sacra dall’Anatolia, il meteorite che la rappresentava e la posizionarono sul Palatino. Molte delle feste del Sud Italia, ora dedicate alle svariate Madonne e in cui i tamburi a cornice sono ancora protagonisti, sono collegati proprio agli antichi culti di Cibele.

Quando il cristianesimo si diffuse a Roma, il tempio di Cibele venne distrutto e in quella stessa area venne eretto il Vaticano, il centro spirituale della Chiesa Cattolica. Questo ci dà la misura di quanto fosse importante il culto di Cibele nelle vite delle nostre antenate e dei nostri antenati.
Il cristianesimo fu il maggiore responsabile dell’anatema imposto sui tamburi e soprattutto sulle donne che danzavano e suonavano durante i rituali, un’abitudine che non si perse facilmente e che continuò fino al XIII secolo EC. Dopo non fu più possibile per le donne essere parte delle cerimonie sacre, ma molta della sapienza antica della dea non fu mai estirpata del tutto e si riversò nei culti mariani. Maria divenne Regina del Cielo come Inanna e Madonna delle Grotte e delle Montagne, luoghi in cui le persone andavano in pellegrinaggio, proseguendo il culto della montagna e delle acque sacre.

È quasi un viaggio iniziatico quello che Layne Redmond ci fa vivere attraverso le pagine di questo libro, una ricostruzione storica puntuale e una collezione di centinaia di immagini che mai nessuno/a aveva messo insieme prima e che ci riconsegnano un patrimonio inestimabile del nostro passato spirituale e rituale.

Lessi Quando le donne suonavano i tamburi più di dieci anni fa e dedicai un intero paragrafo del mio libro a questa ricerca preziosa, cercando con Luciana Percovich di farlo tradurre in italiano nella collana “Le Civette” di Venexia, ma allora non erano disponibili i diritti di autore ed era tutto molto complicato. Nel frattempo avevo contattato Layne Redmond per farla venire in Italia per un seminario, ma la sua malattia era già in stato avanzato e non riuscimmo a combinare l’incontro. Purtroppo l’anno successivo Layne lasciò il corpo e in me la grande tristezza di non averla conosciuta di persona. Sono molto felice che Venexia editrice abbia finalmente pubblicato questo testo, anche grazie alla traduzione delle donne del collettivo siciliano Trizzi Ri Donna.

Layne Redmond

Questo articolo è il mio omaggio al lavoro prezioso di una grande suonatrice di tamburo, una melissa moderna che ha aperto un varco prezioso per tutte e tutti noi, mostrandoci una via alla dea attraverso il suono e la vibrazione sacra.
La rinascita dell’uso rituale del tamburo è cominciata da tempo e sono certa che questo libro porterà tante nuove persone a conoscere i benefici che questo strumento può portare nelle nostre vite, per il nostro benessere interiore e per la costruzione di comunità umane che tornino a celebrare la Terra, la Luna e tutto il cosmo.

Morena Luciani

Tutte le citazioni del presente articolo sono estratte dal libro Quando le Donne Suonavano i Tamburi, Redmond L. , Venexia Editrice (Roma 2021).

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