La storia è un romanzo giallo. L’ultimo libro di Ginevra Bompiani – Luisa Muraro

La storia è un romanzo giallo
L’ultimo libro di Ginevra Bompiani

di Luisa Muraro

Con quel titolo, quell’autrice e quell’editore, L’altra metà di Dio di Ginevra Bompiani, uscito da Feltrinelli nel settembre 2019, mi sembrò fatto per una come me, una femminista della prima ora o quasi, che sa un po’ di teologia, che conosce la Chiesa da dentro e ne sta fuori ma non per quel detestabile atteggiamento che è l’anticlericalismo.
L’altra metà di Dio è stato il primo libro che ho letto dopo essere tornata alla normalità, in settembre, l’ho letto con l’idea di segnalarlo anzitutto per il suo titolo, dal quale si ricava la banale certezza che Dio – riconoscibile o irriconoscibile, scritto con iniziale maiuscola o minuscola, di genere grammaticale maschile o femminile, numero singolare o plurale – c’è, lo incontriamo infatti sotto forma di parola e di molto altro.

Ma il mio proposito si è scontrato con un inciampo nel corso della lettura. L’esperienza della lettura è stata buona e tale si conferma a ogni riapertura del volume, ma il suo effetto fu di spingermi a leggere, non a scrivere. Perché, mi sono chiesta. Adesso lo so: era per rintracciare la strada che il libro aveva fatto nella testa dell’autrice.
In effetti, è uno strano libro, per certi aspetti. La materia trattata (il patriarcato e il suo prima, quel prima che si lascia rintracciare, non senza l’aiuto dell’archeologia, attraverso la duplice tradizione patriarcale di cui siamo nutriti noi abitanti dell’Occidente, quella giudaico-cristiana e quella greca antica) appartiene ad un filone fortunato della ricerca femminista, da cinquant’anni. Ma non mi risultava che Ginevra Bompiani fosse vicina a questi interessi né il libro si colloca chiaramente in quel filone di studi. Delle classiche autrici che lo hanno alimentato, in L’altra metà di Dio si ritrova solo la Gimbutas. La scarsa familiarità della figlia dell’editore Valentino Bompiani con il giro delle femministe doc risuona anche in un femminile grammaticale che sarebbe da matita blu, “deputatessa”.
Quando però, letto il suo libro, ho detto a Ginevra “Non sapevo che tu fossi femminista”, lei mi ha risposto: “Sempre stata”. Parole altamente rivelatrici! Quando una diventa, come si dice, femminista, non si tratta di un diventare ma di un salto mentale e di un passaggio in un altro mondo e sotto un altro cielo che però erano dentro di lei, erano suoi e le diventano di colpo familiari. La riprova è che, femminili a parte, del movimento delle donne l’autrice del libro condivide anche un movente profondo che i più ignorano, e cioè che il suo traguardo non ha niente a che vedere con l’emancipazione, riguarda bensì il fare luce a una presenza oscurata per farla “esplodere”, parola sua.

Se quest’ultimo punto è chiaro, si chiarisce anche la novità del libro. Io cercavo di inquadrarlo guardando indietro, cioè dalla parte sbagliata. In altre parole, L’altra metà di Dio non rientra nel filone femminista che dicevo, semmai ne esce, ma non si può dire, infatti non ci era mai entrato. Senza il femminismo non esisterebbe, è certo, ma esiste e ha fatto la sua sorprendente comparsa grazie a un’invenzione che riassumo in una formula: il diritto scientifico delle donne all’immaginario.
Grazie a questo diritto, senza erudizione ma amica di eruditi, dotata di una notevole cultura filologica e di uno speciale amore della scrittura, Bompiani Ginevra ha scritto quello che possiamo considerare un saggio di filosofia della storia per il nostro tempo, tempo strano e strabico, favorevole alle donne ma ostile all’umanità di cui le donne sono parte cospicua.
A differenza di me, qualche lettore ha intuito subito di trovarsi davanti a una inedita visione della storia, forse perché questo qualcuno lo ha letto ingenuamente, mentre io avrei la pretesa di trovare esplicitato ogni volta il debito verso il pensiero femminista, senza accettare che quest’ultimo sia semplicemente acquisito e parlante di suo.

A riconoscere l’invenzione che fa da apripista al discorso di L’altra metà di Dio io sono arrivata con le letture di settembre che dicevo all’inizio. Fra queste c’era Le Rapt des Origines ou Le Meurtre de la Mère di Suzanne Blaise (Paris 1988), titolo che traduco liberamente con “il furto delle origini e del sacro ad opera del potere politico, ovvero l’universale matricidio politico-simbolico”, una materia parecchio vicina a quella di Ginevra. Si tratta di un libro di ispirazione femminista, concepito dall’interno della politica delle donne, geniale e misconosciuto (anche per colpa mia che non ho fatto il mio possibile per dargli il risalto che meritava). Qui, a un certo punto, mi sono imbattuta in una citazione e di colpo ho capito. Ho visto cioè l’invenzione fatta da Ginevra per dire quello che lei aveva da dire, per renderlo dicibile. Dice l’autore citato da Suzanne Blaise: si dovrebbe ammettere che la filosofia della storia ai nostri giorni è una disciplina come le altre e che, come le altre, esige rigore e onestà potendo beneficiare come loro del diritto alla ricerca, il quale, poco o tanto, è sempre un diritto all’immaginario.
Che cosa avesse in mente l’autore citato non so ma le sue parole sono chiare, ed è chiaro anche il senso che dà loro Suzanne Blaise: di autorizzazione a entrare in una materia non rigorosamente documentata che riguarda la storia umana donne comprese.
Ginevra ha fatto sua questa autorizzazione per farsi luce con le storie di una tradizione mitologica e religiosa che, come tali, non sarebbero documenti storici.
La storiografia femminista ha sfidato la cancellazione delle donne dalla storia mettendosi a caccia di documenti negli archivi, attingendo alla storia orale e interrogando meglio le fonti storiche. Ginevra fa una mossa diversa, sua originale, che è di cercare la presenza delle donne in quella cultura mitologica e religiosa in cui siamo stati formati, maschi e femmine. In ciò consiste la sua invenzione, aver trovato il modo di aggirare le regole della storiografia per arrivare alla storia umana donne comprese.
Cito: “Il nostro immaginario è fatto di storie. Sono loro che edificano il pensiero, e, con l’aiuto della scrittura, lo codificano”
L’impresa non è immaginaria bensì scientifica, infatti dai testi e dai manufatti, come quello fotografato in copertina e altri nel volume, traspare un mondo femminile la cui realtà è corroborata dalla rispondenza con la nostra testimonianza interiore: ci ritroviamo.

Quest’ultimo punto presenta una difficoltà. Ginevra, per caso o per scelta, non ha pratica di una ricerca fatta a partire da sé, pratica che la cultura femminista ha scoperto e sviluppato. Si legga, in proposito, l’acuta intervista di Roberta Scorranese per il manifesto dove l’intervistatrice costata che, negli scritti dell’intervistata, “lei parla poco di sé”. Al che Ginevra risponde: “più ci si sottrae e meglio si inquadrano le cose”, e aggiunge che i miti “ci raccontano forse meglio dei dati biografici”. Meglio? Non è il caso di fare confronti. Senza rispondenza tra gli uni e gli altri, i miti non ci parlano e i cosiddetti dati autobiografici nascondono il movente della ricerca e non suggeriscono in che direzione muoversi. Insomma, ne va della verità soggettiva, che è più vera dell’altra e la precede.
Nel seguito dell’intervista Roberta Scorranese evoca Giorgio Manganelli che in passato ha rimproverato a Ginevra un difetto di verità soggettiva dicendole: “Sei ingiustamente infelice per non assumerti l’infelicità che ti spetta”. Aveva ragione? La risposta di lei è affermativa ma sfuggente.
In compenso, L’altra metà di Dio mostra che Manganelli non parlò invano. A parte la qualità della scrittura, che parla di suo, gli indizi del movente autobiografico sono molti; leggendo li avvertivo, qualcuno si notava chiaramente, ma la certezza l’ho avuta alla fine, nei ringraziamenti dell’autrice alle persone che l’hanno assistita nella sua impresa: “Gli amici più cari mi hanno ascoltata per più di un anno, a volte con suggestiva impazienza mentre correvo dietro alla mia strada”. Perché si spazientivano gli amici e che cosa suggeriva la loro impazienza? E dove correva lei o che cosa la faceva correre?
Ma devo interrompermi perché i libri che vale la pena di leggere sono come i romanzi gialli.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui