La storia di come il lavoro delle donne…

Nave vichinga - Photo by Peder Jacobsson

Le vele delle Vichinghe e altri tessuti

Di Giulietta Rovera
da: Leggere Donna, Trimestrale informativo dell’Associazione culturale Leggere Donna 184, 2019

Il primo libro della scrittrice londinese Kassia St Clair, The secret lives of colour (Atlante sentimentale dei colori, UTET, 2018), è stato tradotto in 12 lingue.
Il secondo, The Golden Thread: How Fabric Changed History, è stato definito dal «Sunday Times» libro dell’anno.
Non tanto un saggio, quest’ultimo, quanto un lungo viaggio nella storia che ci conduce dagli antichi fili colorati di 30.000 anni fa trovati in una grotta georgiana agli involucri di lino della mummia di Tutankhamon; dalla Via della Seta alle vele di lana che misero in grado i Vichinghi di raggiungere l’America 700 anni prima di Colombo; dalle gorgiere di pizzo ai tessuti in cotone che hanno alimentato la rivoluzione industriale.

Per gli antichi greci, le Parche tessevano il filo dei destini umani grazie a un fuso e determinavano la data di ogni morte con le forbici. Ancora oggi diciamo che la nostra vita è appesa a un filo, che siamo parte del tessuto umano.
Uno dei temi più avvincenti del libro è proprio come i tessuti abbiano lasciato tracce nel nostro linguaggio sia verbale che scritto: i termini “testo” e “tessuto” hanno una radice comune nel verbo latino texere. Non solo. Dal termine stoffa derivano numerose metafore che impieghiamo scrivendo: scucire, districare, ricomporre i pezzi, avere o meno stile…

La grande importanza della stoffa nella vita umana è stata spesso misconosciuta, in parte perché deperibile, in parte perché l’industria tessile ha impiegato e impiega soprattutto donne, delle quali solo il 2% si guadagna da vivere.
Sono infatti tuttora scandalose le condizioni nelle quali lavorano le operaie in Asia, che vivono come schiave affinché noi nell’Ovest possiamo disporre di abiti alla moda per quattro soldi.

La storia di come il lavoro delle donne sia stato svalutato è parte della storia dei tessuti, dalle merlettaie del Settecento nelle Fiandre alle operaie giapponesi che lavoravano la seta nelle fabbriche nel 19esimo secolo.
Proprio come le operaie sfruttate nell’industria dell’abbigliamento oggi, le donne sfacchinavano lunghe ore per una misera paga – spesso a prodotti venduti a prezzi astronomici.

In quasi tutte le regioni, eccetto quelle più calde del globo, le persone hanno bisogno di indossare abiti per sopravvivere. I nostri antenati dovettero trovare una soluzione a questa necessità prima di poter migrare dall’Africa. A poco a poco nacque una tecnologia elementare che migliorò la tessitura nel corso di migliaia di anni, dandoci non soltanto abiti ma vele – senza le quali l’esplorazione del mondo non sarebbe stata possibile.

In una delle statistiche redatte da St Clair, scopriamo che nel 1862, una persona attiva su 65 sulla faccia della terra era nel commercio del cotone. Nel frattempo, le tessere perforate che permisero al telaio di fare il disegno jacquard condussero alle tessere perforate dei primi computer.

St Clair sostiene che l’esplorazione delle regioni polari fu impossibile fino a quando non si realizzarono tessuti sintetici, atti a mantenere il corpo umano sia caldo che asciutto nel freddo estremo.
Ma non trascura il lato oscuro di questi progressi: i prodotti chimici tossici sono indispensabili per fabbricare il rayon, e il poliestere è causa dell’inquinamento ambientale. I prodotti sintetici rappresentano ora il 60% della produzione tessile globale.

Non ci rendiamo conto che se spendiamo molto meno dei nostri nonni per vestirci, è perché sfruttiamo la manodopera dei lavoratori dei paesi poveri.
Mai prima nella storia umana la stoffa è stata vista come prodotto usa e getta.

Giulietta Rovera

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