Intervista di Francesca Bianchi a Max Dashu

Max Dashu ha parlato anche con Francesca Bianchi della sua ricerca sulla storia “segreta” delle donne durante il suo soggiorno italiano. Ecco l’intervista che chiarisce ulteriormente il suo approccio alla storia. Ringraziamo Francesca Bianchi e riportiamo il link della rivista online su cui pubblica i suoi articoli: ftnews.it

FtNews ha intervistato Max Dashu, libera ricercatrice nell’ambito degli studi di genere e artista femminista statunitense. La Dashu nel 1970 ha fondato i Suppressed Histories Archives per studiare, documentare e rendere accessibile la storia – mai scritta – delle donne. Ha raccolto un’imponente collezione di diapositive e immagini digitali, a partire dalle quali ha creato 150 presentazioni visive sulle eredità culturali delle donne. Ha tenuto centinaia di conferenze in università, librerie, centri comunitari, biblioteche e scuole nel Nord America, in Europa e in Australia, ed è stata la relatrice di punta in numerosi convegni.
Lo scorso anno ha dato alle stampe il libro Streghe e pagane. Le donne nella cultura popolare europea (Venexia Editrice, Le Civette), il primo di una serie di volumi sulla Storia Segreta delle Streghe che ha intenzione di pubblicare. In uno studio approfondito che mette a confronto linguistica, archeologia, arte e letteratura medievali, l’autrice dimostra che coloro che erano definite streghe erano guaritrici, levatrici, donne dotate di sapienza e preveggenza. La studiosa prende in considerazione il ruolo delle donne nella religione popolare, così come tramandano le tante tradizioni, privilegiando in questo volume la tradizione dei paesi dell’Europa del Nord, quelli in cui il Cristianesimo è penetrato più tardi che altrove.
Nel corso della nostra intervista, Max Dashu ha parlato della genesi di questo libro così approfondito e documentato, soffermandosi sugli aspetti sui quali si è concentrata la sua ricerca e sulla ricca cultura pagana che ovunque, per secoli, la Chiesa ha cercato di demonizzare e annientare. Ha affermato anche di aver trovato traccia di alcuni processi contro le streghe risalenti addirittura all’epoca alto-medievale, fenomeni ancora sporadici in quei secoli e che poi sarebbero diventati follia di massa dalla seconda metà del Quattrocento in poi.
La ricercatrice invita noi donne a riscoprire le nostre potenzialità, richiamando alla memoria la nostra storia autentica e la grande eredità ricevuta in dono dalle tante donne che ci hanno preceduto.

Streghe e pagane
Streghe e pagane

Max, come è nato il libro Streghe e pagane. Le donne nella cultura popolare europea? 
Nelle mie intenzioni questo è il primo libro di una serie di 16 volumi che vorrei pubblicare sulla storia segreta delle streghe. La serie indaga la storia della repressione subita dalla cultura femminile in Europa, dall’epoca megalitica ai giorni nostri. Originariamente pensavo di dedicare a ogni epoca e a ogni cultura singoli capitoli di un solo libro, poi il materiale raccolto e rielaborato si è esteso a tal punto da rendere impossibile una sola pubblicazione. Finora ho pubblicato il primo libro, intitolato, appunto, Streghe e pagane. Le donne nella cultura popolare europea, che costituiva il VII capitolo dell’originaria opera monumentale. Ho anche una casa editrice, la Veleda Press, e sono pronta a pubblicare gli altri libri; sono quasi tutti scritti, ma devo dotarli di una forma più consona alla pubblicazione. Sicuramente il prossimo volume prenderà in esame la civiltà ellenica, origine e culla della nostra civiltà. Il titolo provvisorio di questo libro è Pythias, Melissae e Pharmakides.

Quando e come è iniziato il suo percorso di recupero della storia delle donne? 
La mia ricerca è iniziata a 19 anni, quando frequentavo l’università di Harvard e mi resi conto che c’era molto ostruzionismo da parte dei docenti universitari nei confronti degli studi di genere, in particolare quelli inerenti le società matriarcali. Decisi, così, di abbandonare l’università e approfondire da autodidatta la ricerca nel settore. Iniziando a praticare studi antropologici, archeologici, etnografici, linguistici, mi si aprì un mondo.

Fu così che decise di fondare i cosiddetti Archivi…
Sì, nel 1970 ho fondato gli Archivi delle storie femminili dimenticate e volutamente occultate. La mia intenzione era quella di fare luce e documentare la storia delle donne e rendere accessibile a tutti secoli e secoli di storia e di cultura delle donne, attraverso il materiale iconografico che è arrivato fino ai giorni nostri. La collezione comprende 15.000 diapositive e 30.000 immagini digitali. Dai primi anni Settanta ho tenuto conferenze in centinaia di università, ho partecipato a festival in giro per il mondo, presentando la mia ricca documentazione sulla storia delle donne nel Nord America, in Europa e in Australia tra lo stupore di tante donne che si chiedevano come mai di questa storia si sapesse poco e niente.

Quali sono i temi fondamentali affrontati nel libro “Streghe e pagane”? Su cosa si è concentrata la sua ricerca?
Con un approccio di tipo etnologico-storiografico ho cercato di scavare a fondo tra le culture primordiali dell’Europa, concentrandomi sul tema delle donne nella religione popolare europea. Mi interessava capire cosa fosse rimasto dopo secoli di repressione patriarcale. Questo studio prende in esame le tradizioni pagane dell’Alto Medioevo, in modo particolare degli anni che vanno dal 700 al 1000 d.C., trasportando il lettore nel “tempo di mezzo” tra il paganesimo e l’età dei roghi, quando il nome delle streghe significava ancora donne sapienti, guaritrici, fate, profetesse, veggenti, levatrici. Lo stesso termine “fattucchiera” è collegato con il verbo ‘fare’. La donna che fa le cose, la donna che crea è stata demonizzata, è stata vista come una malefica. Nella cultura popolare europea, invece, le streghe erano le donne che avevano il dono della preveggenza; erano donne legate alla sfera della guarigione, della cura, della conoscenza; avevano gli stessi poteri che nel Neolitico erano attribuiti alla Dea, alle sacerdotesse, alle sciamane. Il libro parla delle “Donne che vanno in giro la notte con la dea”, sia che fosse nota come Diana, Erodiade o la “strega Holda”; parla di Wyrd, la tessitrice del destino; delle anziane che cantavano alle erbe; delle fate; delle politiche misogine che accesero i primi roghi; e di tutta la ricca cultura e tradizione pagana che per secoli la Chiesa ha cercato di distruggere. Ho analizzato le testimonianze in ambito archeologico, storico, letterario, con uno sguardo particolare sulle tradizioni popolari, senza tralasciare la linguistica. Nel III capitolo del libro, infatti, prendo in considerazione i nomi con cui le streghe erano conosciute nel periodo pagano.

Poco fa ha fatto riferimento al processo di demonizzazione operato dalla Chiesa nei confronti della ricca tradizione pagana e di tante donne ritenute streghe. Lei ha avuto modo di consultare alcune leggi canoniche. Cosa testimoniano sull’argomento?
Sì, mi sono imbattuta in alcune leggi canoniche dove sono descritte le cerimonie e le pratiche di guarigione. In questi documenti redatti dai preti sono ricordati i nomi e i miti, volutamente modificati e distorti in un processo di demonizzazione fortemente misogino, che sono penetrati nella cultura corrente 1000 anni fa. Per fare un esempio: le donne che andavano in giro con la Dea di notte a cavallo divennero streghe che si accompagnavano al diavolo. Nell’Alto Medioevo in Europa si era ancora immersi in un universo culturale pagano che la Chiesa non riuscì mai ad annientare completamente, ma fu proprio in questo periodo che ebbe inizio quella che poi diventò “la caccia alle streghe”. Nei volumi che seguono insisterò di più su questo aspetto.

Cosa ci raccontano, invece, le tradizioni nordiche?
I paesi nordici sono stati cristianizzati più tardi, per cui alcune tradizioni sono rimaste ben radicate. Le saghe islandiche e le leggende irlandesi della Cailleach sono piene di tradizioni inerenti donne veggenti, le völur scandinave, donne col bastone (che rappresentava uno degli strumenti della filatura) come le Moire, le Parche, le filatrici del destino umano, le tre sorelle; nei miti cechi si parla di tre giudichesse; tutto rimanda alla dea triforme, fanciulla, amante e matrona. Alcuni resti archeologici rinvenuti in Italia del Nord, in Germania, Francia e Inghilterra raffigurano appunto le matronae celtiche, con la rocca di filatura o con una tavoletta dove scrivevano.

Ha menzionato i bastoni rituali scoperti in molte sepolture femminili. Cosa simboleggiano questi bastoni? Come sono stati interpretati dalla cultura cosiddetta “ufficiale”?
Quando gli archeologi hanno scoperto questi bastoni nelle tombe (tombe risalenti agli anni 800-1100 d.C.) delle donne dei paesi nordici, soprattutto dei paesi norreni, ma anche in Russia, hanno affermato che si trattava di spiedi per cuocere la carne. Del resto, il patriarcato ha sempre relegato le donne in cucina, non era concepibile neppure lontanamente che potessero detenere una leadership spirituale. Quei bastoni, invece, simboleggiano la filatura, che è simbolo della vita umana. Anticamente la capacità femminile di filare veniva assimilata alla capacità di generare la vita. Per questo in molti paesi nordici l’immagine della filatrice è fortemente legata a quella della Dea generatrice di tutte le cose viventi. Decontestualizzata, la figura di colei che recide il filo della vita diventa la Strega per eccellenza, simbolo di morte.

In base alle tante ricerche fatte su questo tema, retrodata gli inizi della persecuzione nei confronti di tante donne sapienti, guaritrici, veggenti, detentrici di numerose potenzialità insite nel fatto stesso di essere donne. A quando risalgono i primi processi contro coloro che verranno definite “streghe”? Che sorte toccò a queste donne?
La resistenza delle donne e dei loro saperi millenari è stata combattuta dal patriarcato e dalle sue varie manifestazioni, laiche e religiose, da sempre. I primi esempi di processi a donne sapienti e con importanti ruoli nelle comunità di appartenenza risalgono all’VIII-IX sec. d.C., un periodo in cui ancora non esisteva la figura della strega così come è stata proiettata a ritroso, sul passato, solo dopo che fu codificata nei Secoli dei Roghi (1400-1600). Nell’Alto Medioevo non è attestato il crimine di stregoneria, nei secoli XI-XII i comuni lombardi furono tra i primi a cominciare a dotarsi di leggi contro la “stregoneria”. Troviamo, così, testimonianze che a queste donne venivano comminate pene come l’esilio, il marchio d’infamia, multe pecuniarie per le attività che svolgevano naturalmente. In questo saggio ho ripercorso le tappe di una guerra alle donne che si snoda lentamente e che solo dopo culminerà nella caccia alle streghe, nei tribunali dell’Inquisizione che introdusse la tortura nei processi. Proprio perché le donne, contrariamente a quanto ci è stato fatto credere, per tutti questi secoli avevano continuato ad avere molto potere, hanno resistito tenacemente, non sono state domate.

Quale messaggio si augura possa arrivare a tutte le donne che avranno il piacere di leggere il suo libro?
Credo sia molto importante per tutte noi sapere che la nostra storia non è solo storia di oppressione: abbiamo alle spalle tradizioni antiche molto potenti e resistenti. E’ importante avere un altro sguardo sul mondo, riscoprire una relazione intima con la terra, recuperare pratiche che erano nostre prima dell’avvento del patriarcato. In molte parti del mondo i popoli nativi ci invitano ad attuare una vera e propria decolonizzazione e a riscoprire la nostra storia autentica, una storia antica e, soprattutto, non patriarcale, ma pacifica, in cui le donne erano il centro pensante. Dobbiamo recuperare le nostre potenzialità, senza demonizzarle, ma richiamando alla memoria la nostra vera eredità.

Francesca Bianchi per http://www.ftnews.it/