Due Vite – Maria Laura Leone

Maria Laura Leone

Due Vite

Era in una grotta, nudo, e si svegliò di colpo lanciando un grido soffocato, prima di rendersi conto che il gelo gli trapassava le ossa. Un freddo mai sentito rendeva la breve caverna ancora più inospitale. Tremando si raccolse nelle braccia, per trattenere il calore del suo corpo e una volta guardatosi attorno si disse: “Cosa ci faccio qui dentro? Cosa mi è capitato?“. Nessun ricordo chiariva lo stato di fatto. La sola certezza che aveva era di essere in vacanza, in un villaggio turistico, dove si era divertito a ballare sulla spiaggia la notte prima ma nulla di più. Allora, ipotizzò di essere vittima di uno scherzo, gli amici lo avevano portato in quella spelonca per gioco o, anche, per spaventarlo. “No! Non può essere. Mi hanno fatto bere qualche intruglio e derubato.’” Infatti, non aveva più nulla, le carte di credito, il cellulare, i vestiti; dunque, doveva uscire, andare in città e denunciare l’accaduto. Ma era nudo! Guardò meglio nel antro e, abituatosi alla poca luce che filtrava dalla piccola entrata, scandagliò ogni spazio nella speranza che qualcosa gli tornasse utile: uno straccio, delle foglie. Ma vide solo terra e roccia e quando guardò in direzione dell’angolo dove si era svegliato, lì, proprio lì, addossato alla parete, vide qualcuno rannicchiato. Ebbe un sussulto! Non era solo. Si avvicinò circospetto e dopo aver riflettuto per qualche istante, si fece coraggio e chiamò: «Ehi! Ehi! ». Niente! Si avvicinò di più, guardò bene, lo scosse, e solo così capì che si trattava di un morto. Indietreggiò. Chi diavolo poteva essere?

Era un uomo di oltre vent’anni, con la barba, i capelli lunghi sparsi su un volto sporco di sabbia e segnato da ferite. Era ancora caldo, dunque era spirato da poco, forse durante la rapina cui egli stesso si sentiva vittima. Ne provò compassione, e pure sollievo per averla scampata, ora però doveva fuggire e cercare di non restare implicato in un omicidio; spogliò il poveretto, gli tolse i pantaloni, la tunica, il gilet, i mocassini e adattò il tutto al suo fisico pesante. Gli indumenti erano capi non convenzionali, fatti in pelle e pelliccia ed erano umidi, il tipo era caduto in mare prima di finire lì dentro ma per Ruben, così si chiamava, erano una manna caduta dal cielo e poco importava se fossero stracciati, inzuppati o stretti.

Appena se li accomodò uscì dalla caverna e notò la sua strana entrata, costituita da una doppia fenditura, simile a una bifora gotica, inserita in una bassa falesia a pochi metri dal mare. Risalì la falesia e una volta in alto sentì l’impulso di girarsi per guardare la costa e pur riconoscendo il luogo del giorno prima, tutto gli sembrò diverso. Il gelo rendeva l’aria tersa e restituiva contorni più netti. Il mare era di un blu intenso e sembrava fosse più lontano dalla riva. La luce era splendente e il paesaggio aveva l’aspetto dei primordi. Tutto ciò gli provocò un sottile sgomento; si sentì il solo uomo sulla terra. Doveva scappare! Fuggire da quell’incubo e andare in città. Corse quanto poteva e si fermò solo per riprendere fiato. Fu allora che vide, in lontananza, due uomini venirgli incontro. Finalmente! Questi lo raggiunsero e lo abbracciarono con trasporto, gli diedero pacche sulla spalla, gli tastarono la fronte, gli analizzarono la stazza trovandolo ingrassato. Lo conoscevano ma lui non li aveva mai visti in vita sua, in più non capiva nessuna delle loro parole ma gli sorrise consenziente e li seguì nella speranza di risolvere i suoi problemi.

Ripresero la via della radura. Il silenzio divenne un patto tra simili. Nessuno disse una parola. Nel tragitto, Ruben si accorse che i nuovi arrivati erano vestiti come lui, anzi come il tizio morto nella spelonca, ma non diede importanza a questo particolare, ben altri pensieri occupavano la sua mente e di certo non erano gli stessi dei presenti i quali, erano concentrati anche su altro. Ad un certo punto del cammino, uno di loro intimò di fermarsi ed accovacciarsi. Prese una freccia dalla sua faretra e con uno strano bastone la lanciò nella direzione di un cespuglio, dal quale uscì improvvisamente un capriolo. Lo colpì in pieno collo, quindi lo raccolse, se lo caricò addosso e incitò gli altri di ripartire. Ruben rimase senza parole ma qualcosa gli fu chiara: Khron e Galom, i nomi di quei due, erano individui stravaganti e orse comparse di un film.

Ripresero il cammino la radura si fece bosco e infine divenne foresta, solenne, musicata da suoni vari e canto di uccelli, pervasa d’aromi di muschio, torba e resina. Ruben respirò inebriato quei profumi una, due, tre volte finché svenne. Poi, finalmente, un lezzo di arrosto gli fece riprendere i sensi e si ritrovò in una grande tenda circondato da persone e bambini, vestiti più o meno come lui. Questi gli sorridevano, lo abbracciavano e lo interrogavano con parole incomprensibili. Si sentì ancora più frastornato di prima ma pensò anche, un po’ divertito, che nessuno avrebbe creduto a ciò che gli stava capitando. Neanche lui riusciva a capire, né si sentiva di fare domande; fame, stanchezza e sonno gli toglievano ogni sforzo mentale.

Ricevette porzioni abbondanti di carne, noci, frutti e una bevanda fatta di un liquido lattiginoso. La bevve e in un po’ di minuti si sentì afferrato per il capo e risucchiato dentro un vortice, dal quale uscì per ritrovarsi disteso su un prato fiorito pervaso da serenità. Questo stato durò alcune ore finché fu richiamato da una voce femminile che lo appellava così: «Kraam, Kraam, dimmi qualcosa! ». A sentir ciò, Ruben aprì gli occhi e vedendo una giovane donna che lo chiamava con un nome sconosciuto, le disse: «Tu parli la mia lingua?». E lei, accennando un sorriso appena velato di preoccupazione, gli rispose: «Certo! Come tu parli la mia. Sei salvo, dov’eri finito! Sapessi cosa abbiamo passato!». Intanto, un’altra donna ben più anziana, se lo abbracciava forte e senza dir nulla, chiedeva chiarimenti con lo sguardo. Ruben non sapeva cosa dire. Come spiegare quanto fosse frastornato, disorientato? Però accennò: «Chi siete, dove mi trovo?». Allora Raè, la donna più anziana, gli rispose: «Ti sei perso il giorno dell’esplorazione durante la tempesta, il fiume ti ha portato via, sei finto in mare e non ti abbiamo più ritrovato. Fino a stamattina. Ti ricordi?» e lui «Mi ricordo di stamattina, ero in una grotta, ma io non vi conosco e poi… e poi c’era un uomo morto lì dentro. Gli ho tolto i vestiti, ero nudo, avevo freddo. Ma perché fa così freddo, non siamo in estate?», «E’ diventato matto!» si sentì sussurrare da più voci nella tenda. «No! Non sono matto, intanto non sono Kraam, mi chiamo Ruben, Ruben Belfiore e sono stato preda di un’aggressione, di una rapina, credo. Insomma, sono venuto in vacanza! Sono un impiegato…». A quest’ultima parola si fermò e avvertì che non riuscivano a comprenderlo, se ne rese perfettamente conto; tutti restavano immobili e lo guardavano assorti. L’assurdità di quanto stava accadendo non aveva più limiti; come il vento lì fuori che sembrava portare con sé un freddo mai conosciuto. A quel punto Galom, con fare paterno, se lo portò in disparte. Mentre i presenti mormoravano: «Si è ammalato. E’ diventato un altro.»,

Andarono in un’altra tenda, si sedettero su coperte di pelliccia e Galom iniziò a parlargli: «Se chiudi gli occhi, cosa vedi?», «Nulla!» rispose Ruben, «Se li riapri cosa vedi?», «Vedo te.», «Appunto. Vuol dire che da questa parte ci sono io e da quella ci sei tu. Ma accade che tu non possa guardarti come ti vedo io, e viceversa. Pertanto, solo tu puoi trovare dentro di te le risposte che non so darti. Io posso solo dire che vedo un caro amico, Kraam, un bravo esploratore che ha quasi perso la vita mesi fa.». Queste parole gli parvero sincere ma non gli riusciva di crederle, malgrado percepisse quell’uomo come un parente. «Galom, ascoltami, credo di aver compreso. Ma è assurdo ciò che mi stai dicendo. Insomma, voi siete…, senza offesa, così strani, cacciate gli animali, sedete attorno al fuoco, vivete nelle tende…». «Perché tu come vivi?» gli chiese Galom, in tono secco. A quella domanda Ruben si bloccò per l’ennesima volta e ritenne inutile spiegare da dove veniva e chi fosse. Ma chi era veramente? Già, da molto tempo si poneva la stessa domanda. Specie dopo il lavoro, nel traffico della città, durante le lunghe ore delle notti insonni o mentre al supermercato comprava le stesse cose o quando in televisione vedeva scorrere fiumi di stupidità. Come chiarire chi fosse? Nemmeno lui comprendeva il suo esistere. Galom comprese il suo disagio, quindi si alzò e gli disse calmo: «Domani mi dirai chi senti di essere, dove sei stato e cosa hai fatto. Adesso riposati e preparati per la caccia. Voglio vedere se non sai più usare il tuo propulsore! Anzi, aspetta…», si allontanò e tornò con un bastone intarsiato, decorato con un cervo, un cavallo e un uccello. Glielo consegnò e gli disse: «Te lo abbiamo conservato con cura. Basèl ci ha detto che saresti tornato fra noi. Ma ci ha anche detto che saresti stato un uomo nuovo. E questo è proprio vero!». Ruben teneva fra le mani quel oggetto e mentre lo guardava ammirato, gli domandò: « Basèl? Chi è… cos’altro vi ha detto? » e Galom, sempre con fare paziente, rispose: «La Signora Bisonte ha detto che non ti avremmo trovato solo, che avresti portato qualcuno con te e che costui non ti avrebbe dato pace.». Ruben rimase ammutolito. Un bisonte era a conoscenza di cose che lo riguardavano? Questi erano pazzi!

Quella notte la passo in compagnia della donna vista al risveglio. Era Gherat, la moglie di Kraam, ed era incinta agli ultimi mesi di gravidanza. Dormirono affianco, senza toccarsi, avvolti in calde coperte di pelliccia, mentre lei stringeva a sé due piccole bimbe. Liberato dalle innumerevoli allergie che lo tormentavano, Ruben passò la più sana delle notti, immerso in un sonno appagante. Sognò di essere diventato leggero, senza l’adipe che lo inchiodava al suolo, senza paure e nessuna incertezza. Si librava in volo a qualche metro da terra e percorreva un luogo primordiale privo di umanità, percepito come una perfetta esistenza in cui nulla poteva disturbarlo, né lui poteva scalfire. Giunse sul bordo di una vallata e vide, nel centro, figure di animali che si muovevano lente, brucavano, e provò per loro un amore infinito e un senso pieno di appartenenza; quindi le raggiunse e si fuse ad esse. Pervaso da pienezza, sentì di aver ritrovato casa. Mentre il sole lo scaldava percepiva anche la forma del suo corpo rinnovato, più grande, più scattante e coperto di pelliccia. Intorno a sé gli altri animali erano parenti totali. Continuò a sognare finché, all’alba, il profumo intenso della foresta, coperta di brina, lo svegliò e quando uscì dalla tenda gli sembrò di essere in paradiso: il sogno era ancora nella mente e nei sensi. Poi, il freddo lo ridestò e lo riportò a quella strana sensazione provata sulla falesia, ma questa volta non provò angoscia, bensì un desiderio di azione da spendere, tutto, nella nuova realtà.

Poco dopo giunsero Galom, Krhon e un gruppo di uomini che lo salutarono con goliardia e lo esortarono a non indugiare; bisognava mettersi in marcia e raggiungere le prede, a qualche chilometro di distanza. Erano una decina di cacciatori, armati di propulsori, lance, coltelli e quanto necessario per affrontare e macellare un grosso animale. Portarono anche una scorta di lardo, noci e castagne. Durante il cammino non mancarono di stuzzicare Ruben. Scherzavano e ridacchiavano della sua pinguedine: «Kraam, hai russato tutta la notte come un orso in letargo. Sei obeso, da quanto tempo non vai a caccia?». E ridevano!

Kraam era un giovane cro-magnon, membro di un clan che lo teneva in alta considerazione. Non era solo un bravo cacciatore, eccelleva anche come esploratore e ciò non era cosa da poco venticinquemila trecento quarantacinque anni fa. All’interno del villaggio gli esploratori occupavano un posto di riguardo, affrontavano i luoghi più impervi e sconosciuti ed erano ammirati per il loro coraggio. Erano guide esperte, speleologi, navigatori, scalatori che andavano in avanscoperta per valutare i pericoli e le opportunità dei nuovi territori. Erano spesso in giro per sorvegliare e scandagliare, ma all’occorrenza diventavano validi cacciatori e raccoglitori. La vita nel clan imponeva saper fare di tutto, senza distinzioni di sesso e Ruben se ne dovette accorgere presto. Lui, invece, era incasellato nel suo impiego monotono e, non era ancora sposato, amava viaggiare e illudersi di essere nomade. Ma questo gli riusciva piuttosto difficile. Dopo la Laurea in Lettere aveva rimediato un modesto lavoretto presso un’agenzia di commercio. Abitava in un anonimo paese abbrutito da costruzioni ‘anni settanta’, caratterizzate da lunghissimi balconi in metallo anti-corroidal, che distruggevano la già risicata armonia del luogo e quest’assenza di bello acuiva la sua insoddisfazione. Spesso, troppo spesso, finiva per sentirsi infelice e solo. Ora, però, camminando con quelle strane persone e riflettendo su se stesso, ancora una volta, e per l’ennesima volta, si domandò perché fosse lì e capì che doveva approfittare di quella realtà fatta di un nuovo clima, di paesaggi immensi e sensazioni mai provate. Decise di non dedicare altri pensieri alla vita passata, né ai parenti lasciati nell’ansia del suo ritorno.

Il manipolo di cacciatori s’inoltrò nella radura e proseguì verso nord, dov’era la costa. Andarono nella spelonca del giorno prima per cercare quel morto indicato da Ruben, ma come tutti si aspettavano costui non c’era. Nessuno fece domande, costatarono solo che l’ennesima mareggiata aveva spiaggiato un pinguino, ora pasto per uccelli. Ripresero il cammino verso sud e in poche ore raggiunsero i bisonti. La vista della prateria lasciò Ruben senza fiato, era tappezzata dal verde dell’erba e dalle chiazze rossastre del vello degli animali al pascolo. Che impatto! Tutti ammirarono quella distesa, poi s’inginocchiarono, tranne Ruben, recitarono una preghiera e studiarono la postazione della mandria; quieta e ignara del pericolo. Si organizzarono in una formazione letale, si acquattarono in un avvallamento e al momento giusto balzarono fuori gridando e scompigliando gli animali. Gli umani predatori si concentrarono sul capo più debole, scagliarono le frecce su un bisonte appesantito e anziano, mentre Ruben, non capendo i comandi del gruppo ne rimase escluso.

Se ne stava lì, fermo, ad osservare lo svolgersi della caccia, tentando di capire come partecipare, quando si accorse che un bisonte alle sue spalle gli caricava contro. Non stava sognando, era maledettamente vero e presto si sarebbe sentito incornare. All’istante il tempo si fermò e rivide, una sua vita cromagnoide: l’infanzia trascorsa col padre cacciatore, l’adolescenza ricca di azioni coraggiose, la maturità omaggiata dal suo clan. Fu così che, in pochi istanti, si scatenò in lui la potenza di due vite. Raggiunse un albero, vi salì sopra, e appena l’animale gli fu sotto gli montò sulla groppa. Gli affondò il pugnale nel collo e con tutta la forza tranciò la giugulare. Ripetette il gesto come un ossesso, finché il gigante non atterrò. Incredibile! Un uomo grasso, lento e affannato si era trasformato in un felino. Nel frattempo gli altri, che avevano già atterrato una preda, lo raggiunsero per omaggiarlo. Uno di loro gli gridò: «Evviva amico mio, bentornato!. Sei di nuovo il leone di una volta». Ma Galom, accortosi della preda, continuò: «…e nella furia ti sei trascinato il tuo grasso e fesso anonimo ospite…». Ricevette un rimprovero «… e proprio quello stupido ti ha fatto commettere una sciocchezza. Non lo vedi? Hai ucciso una femmina gravida!». L’entusiasmo di Ruben si spense di colpo, così come s’era acceso. Non replicò punto, e rimase in silenzio a guardare la sua preda, colmo di pena.

La caccia non aveva avuto il migliore degli esisti anzi, adesso erano costretti a portare a casa due carcasse e questo comportava qualche problema, bisognava affrettarsi nella macellazione prima che gli altri predatori accorressero al banchetto. Accesero due fuochi, ognuno vicino alle prede, e cominciarono il rito di fine caccia. A turno si avvicinarono all’orecchio dei bisonti per scusarsi della selvaggia uccisione e promettere un’offerta di ringraziamento. Lo fecero tutti tranne Ruben, il quale non avendo idea di cosa fosse quel rituale se ne stava a guardare la sua preda rimuginando su quanto era accaduto. Non riusciva a gioire. Galom intervenne ancora una volta per rassicurarlo; doveva dedicare qualcosa di speciale alla gestante predata, prima che la sua anima volasse via senza il riscatto di una promessa. Ma Ruben continuava a restare inebetito. Gli altri lo lasciarono tranquillo. Sotterrarono una parte del bottino, con l’intento di ritornare, e infine ripresero il cammino per il villaggio.

Al ritorno, Ruben fu al centro dell’attenzione del clan per ore e dopo la cena se ne stette in disparte pensieroso. Aveva fatto qualcosa di grande ma questo non bastava a distrarlo dal dispiacere di aver ucciso un animale, proprio lui che non avrebbe fatto male a una mosca. Era una mamma, persino, e già immaginava il piccolo morire nel suo ventre. Non poteva pensarci. Fu allora che Raè, l’anziana del giorno prima, tentò di consolarlo dicendogli: «Kraam, lo so che non capisci cosa ti succede. Galom mi ha spiegato… ti porti dentro qualcuno che noi non conosciamo. Ma io so esattamente chi sei!». A quel punto sentì di potersi confidare e provò a spiegarle: «Tu mi chiami Kraam ma il mio nome è Ruben e vengo da lontano, forse un altro mondo, forse un altro tempo. E non so perché. Sto bene con voi, ma non capisco… per esempio, cosa avrei dovuto promettere al bisonte che ho ucciso? E’ morto. Insomma… è una carcassa.». E lei, capendo di parlare anche all’intruso che si era mescolato a suo figlio, ritenne di chiarire alcune cose capitali… CONTINUA (tratto da VITE di Maria Laura Leone)