Donne e preti nell’alto medioevo – Beppe Pavan

Gulveig viene arsa nella Sala di Odinn - Opera dell'artista danese Lorenz Frølich, 1895

Max Dashu, STREGHE E PAGANE.
Le donne nella religione popolare europea
,
– Venexia, Collana Le Civette, Roma 2018 –

La prima notizia che incontra chi apre questo volume è che raccoglie i risultati di un lavoro di ricerca durato quarant’anni. Quarant’anni: una vita! Non solo: apprendiamo anche che questo è il primo volume che viene pubblicato, ma in realtà è il settimo dell’intera opera “e si situa a metà della raccolta”. A pagina 400 troviamo l’elenco degli argomenti che saranno i contenuti dei volumi successivi: dal dilagare del diabolismo all’Inquisizione, dai roghi ai “marchi del diavolo”, dalla Dea delle streghe ai riti popolari, dalle rivolte dei contadini alle crociate contro i pagani europei… fino all’esportazione dei modelli di persecuzione e delle ideologie diaboliche man mano che gli europei colonizzavano il mondo. Sarà utile confrontare questi testi con la lettura che di quella stessa storia fa l’accademia vaticana negli Atti del Simposio internazionale sull’Inquisizione che si è svolto in Vaticano nell’ottobre del 1998.

La motivazione che sostiene l’Autrice in questa fatica è che “anche chi non è esperto del settore ha diritto di conoscere questo passato” (p. 399), che è la storia che non conosciamo, la conoscenza che ci è stata negata finora e che ci può aiutare a “ricrederci”, a ribaltare molte nostre credenze… Credo allora che non sia solo un diritto, ma un dovere: ci servono solo umiltà e coraggio per leggere questi testi con mente aperta, e parlarne, farli conoscere, liberarci dalla sottomissione al pensiero unico.
La documentazione è formidabile e la sua esposizione solare: chi ha (non io) gli strumenti per confrontarsi con essa potrà testimoniare se questa ricerca è credibile e scientificamente corretta. Questo pensiero mi fa ricordare Quando Dio era donna di Merlin Stone, la cui bibliografia riporta centinaia di ricerche condotte in gran parte da uomini, ora rilette e interpretate con le motivazioni e con l’anima di una donna… e l’“accademenzia” con cui Mary Daly bolla, in Quintessenza, l’indifferenza degli intellettuali maschi nei confronti degli studi e delle elaborazioni delle donne. Accade che antiche parole, frammenti di iscrizioni, brandelli di ricordi e di miti… acquistino vita, vengano liberate dalla polvere secolare e riportate alla luce da chi ci vuole rendere consapevoli che “A dispetto di tutto quello che ci è stato insegnato circa lo stato assolutamente secondario delle donne, quello che le donne facevano nei reami spirituali aveva il suo peso. Le sagge detenevano l’autorità oracolare, la sapienza guaritrice e la direzione delle cerimonie sacre, anche dopo essere state private di qualsiasi base istituzionale” (p. 399).

Tesi e antitesi

Questo primo volume ci fa conoscere le cosiddette “streghe” e il “paganesimo” delle donne e delle loro comunità nei territori soprattutto dell’Europa settentrionale nei secoli dell’Alto Medioevo (700-1100 circa). E già questo, per noi europei meridionali, si può rivelare una grande scoperta.
L’altra riguarda proprio “le streghe”, che siamo abituati ad associare solo alla loro “caccia” e ai roghi. E il paganesimo, poi! Idolatria, peccato contro il primo comandamento, eresie, disobbedienza e ribellione alle leggi della Chiesa, ignoranza delle popolazioni contadini analfabete… L’Apocalisse di Giovanni, ultimo libro della Bibbia cristiana, è una condanna senza appello dell’idolatria, formulata agli albori del cristianesimo. Ma il paganesimo – la cultura e la religiosità delle popolazioni dei territori e dei villaggi rurali (pagus in latino) – ha resistito a lungo a tutti i tentativi di repressione messi in atto dal clero cristiano.

L’Autrice ci ricorda che “la tesi dominante vuole che nell’Alto Medioevo l’Europa fosse pienamente cristianizzata” (p. 397), ma sono proprio “i vescovi, i canonisti e gli scrittori dei manuali penitenziali” a testimoniare e documentare il contrario. “Al centro della fornace della trasformazione culturale troviamo lo sviluppo del diabolismo, la proiezione cristiana del ‘diavolo’ su tutte le divinità popolari e native, il cui impatto si è trascinato nei secoli. L’espressione ‘adorazione del diavolo’ diventò la cornice entro cui reprimere ogni forma di venerazione della dea e, più tardi, le religioni indigene degli altri continenti. E ancora influisce sull’interpretazione popolare e accademica della figura della strega, della stregoneria e delle tradizioni spirituali pagane” (p. 399).

Il cristianesimo ha demonizzato la Dea – la Grande Madre, la Madre Terra – ha cancellato quasi tutta la tradizione orale della religione femminile, ha distorto con le proprie “lenti dottrinali” anche quello che ha conservato e tramandato nei testi polemici e negli atti processuali, ha escluso le donne dal proprio clero, ha vietato loro anche di svolgere pratiche spirituali proprie e ha acuito la supremazia maschile all’interno delle stesse società pagane. Dashu ci ricorda la proibizione di ricorrere a “incantesimi” per ottenere visioni, benedizioni, guarigioni… mentre il prete che dice messa compie un incantesimo “che si suppone trasformi magicamente il vino e l’ostia nel corpo del suo dio”. Ma questo è riservato a una cerchia ristretta di uomini…

Qualche spunto dal testo

1) L’oratura

Max Dashu ha scelto di partire dall’Alto Medioevo, “quando la lotta alla cultura pagana era all’apice. Tra le ragioni di questa scelta, l’emergere di credenze e usanze che senza i resoconti di testimoni ostili, come il clero, sarebbero andate perse” (p. 7).
Lo strumento principale è l’“oratura”, neologismo che fa riferimento all’“insieme di conoscenze e tradizioni trasmesse in modo orale”, mentre la “letteratura” è scrittura soprattutto di matrice patriarcale: “saghe e poemi androcentrici” in cui è possibile rintracciare “profetesse e dee”. A titolo di esempio trascrivo un breve brano da pag. 9: “La Madre Terra che allatta il serpente sui margini dei messali cristiani del X secolo si trasforma, nella scultura delle chiese romaniche, nella figura sessualizzata della ‘lussuria’. Donne che predicono il futuro o che intonano canti sulle erbe, vengono biasimate nelle invettive vescovili, mentre i canonisti e gli autori di scritti penitenziali elencano gli aspetti proibiti delle culture native, mostrandoci anche, attraverso una lente distorcente, l’antico mito delle streghe che vanno di notte accompagnate da una dea, Diana o Erodiade o Holda. È questa la base popolare su cui i demonologi costruirono di lì a poco la mitologia persecutoria, ridefinendo il significato di strega e sostituendo le dee pagane con una figura maschile antagonista a Dio”, il diavolo appunto.

2) Ammirazione

Voglio esprimere all’Autrice tutta la mia ammirazione, in particolare per le pagine dedicate all’indagine etimologica delle parole usate nelle diverse lingue antiche, del Nord Europa e non solo, per dire “strega”, “fato” e “fata”, “dea”, “tessere”, “conocchia”, “profetessa”, “donna dal bastone”, “herborista”… Un lavoro di ricerca incredibile, che la porta a scoprire in tutta Europa tradizioni orali femminili sulle “tre dee del fato”, per le quali “le donne imbandivano tavole di offerte, ed è probabile che le anziane e le levatrici conducessero ulteriori riti, forse filando fili cerimoniali al momento del parto e legandoli ai neonati come amuleti protettivi, o mettendoli dentro le culle, o interrandoli sotto un albero insieme alla placenta”. Proprio “gli ecclesiastici ci hanno trasmesso informazioni su queste usanze proprio nell’intento di sopprimerle” (p. 22).

3) Il divino

Le divinità femminili erano venerate come “dee immanenti dei luoghi naturali… spiriti delle sorgenti, delle grotte, dei boschi, delle pietre e delle montagne. A dispetto delle proibizioni della Chiesa la gente comune compiva visite rituali ai santuari naturali per fare offerte e voti e per vegliare seduti in meditazione. (…) Una simile concezione del divino affonda le sue radici nella storia proto-indoeuropea, prima che il latino e il germanico, o persino il sanscrito, si differenziassero” e si mantenne viva nella cultura popolare finché la Chiesa riuscì ad adattarla al Dio cristiano (pp. 31-35).
Un esempio eclatante mi sembra la pagina in cui si parla dei riti presso le “sacre fonti (…). I documenti antichi riferiscono come la loro acqua fosse usata per curare malattie e ferite, dopo essere stata attinta in maniera cerimoniale, in momenti e in modi specifici” (p. 40). Come non pensare alla piscina di Bethesda nel capitolo 5 del Vangelo di Giovanni, presso la quale “una moltitudine di infermi, ciechi, zoppi, paralitici” aspettava che un angelo agitasse l’acqua: “Chi vi entrava per primo, dopo che l’acqua era stata agitata, era guarito dalla sua malattia, qualunque essa fosse” (vv. 3-4)!

4) Misoginia

È la nota costante di tutta questa storia… ma è una questione affrontata in particolare nel capitolo 4 e ha diverse declinazioni. La principale contesta la predominanza femminile nelle pratiche di sciamanesimo, con lo sforzo di molti a considerarlo “un campo di pertinenza maschile”, che fu disdegnato dagli uomini quando cominciarono a dedicarvisi le donne. Ma c’è uno studioso, Stephen Glosecki, che si chiede con sarcasmo se “piuttosto che essere una pratica troppo inferiore per essere praticata dagli uomini, in origine non fosse troppo al di sopra della loro portata” (p. 170).
Un’altra forma di misoginia consisteva nel paragonare altri uomini alle donne: un chiaro insulto per chi veniva così dichiarato “socialmente inferiore”. La stregoneria maschile aveva “connotazioni omosessuali o transgender” ed era considerata disonorevole per un uomo (p. 168).
E poi la violenza sessuale. Odino, come Zeus, è un incallito stupratore e propugnatore della doppia morale sessuale: ingannare e sedurre più donne possibili, ma nello stesso tempo evitare “il falso amore delle donne”, che ne approfittano per lanciare incantesimi sugli amanti. Le donne bisogna picchiarle, per punirle ed educarle: “la storia indoeuropea di uomini che si servono di bastoni per punire donne che oppongono resistenza è una vena che scorre in profondità” (p. 173), fino al diritto romano, che informerà di sé anche il diritto delle nostre “civiltà cristiane” fino a tempi recentissimi.

5) Strega e puttana

È un binomio tristemente antico e universale. Le streghe erano associate alle donne sessualmente indipendenti e l’insulto “strega e puttana” cominciò a entrare anche nei testi legislativi: il potere delle donne, “che fosse magico o sessuale, veniva facilmente interpretato come una minaccia all’autorità divina (in pratica indistinguibile dal potere maschile)” (p. 342). Soprattutto l’aristocrazia militare temeva il potere delle donne sagge: molti miti documentano che “nell’immaginario dei guerrieri dell’Alto Medioevo la strega è una spaventosa antagonista da battere”, perchè spesso alla vigilia di invasioni, possenti figure femminili compaiono nei sogni dei comandanti a contrastare flotte ed eserciti (p. 280).
Ma, nonostante andasse crescendo la repressione, “la suggestione culturale esercitata dalla figura della strega era l’unico argine contro la marea crescente del patriarcato che automaticamente assegnava tutta l’autorità e tutti i privilegi al maschio, al signore della guerra e al prete” (p. 285).

6) I primi roghi

Esodo 22,18: “Non lascerai vivere colei che pratica la magia” e Levitico 20,27: “Se uomo o donna, in mezzo a voi, eserciteranno la negromanzia o la divinazione, dovranno esseri messi a morte”. Era il clero che, di fatto, scriveva le leggi, e la legge di Mosè era la principale fonte di ispirazione. I preti erano, dovunque in Europa, di formazione culturalmente “romana”, per loro la gente comune non contava nulla, men che meno le donne, la cultura contadina era diabolica, da sradicare, contavano solo la dottrina e l’autorità della Chiesa.

Da Carlo Magno alle corti di tutta l’Europa continentale le “streghe” vengono incolpate per ogni evento catastrofico, torturate e giustiziate: “Il clero incitava i sovrani a reprimere la religione pagana e la stregoneria. (…) La caccia alle streghe era un divertimento per gli uomini aristocratici. Dava loro modo di tenere a bada le donne e il popolo, atteggiandosi al contempo a bravi figli della Chiesa” (p. 356).

A pagina 10, nella Prefazione, Max Dashu ci invita ad aprire gli occhi, la mente e il cuore, perché “è ormai tempo di riconoscere che esistevano degli ambiti di potere femminile, nonostante la repressione e il pregiudizio li abbiano resi invisibili”. Io credo che sia anche ora che il cristianesimo, le Chiese cristiane e, in particolare e soprattutto, le loro gerarchie maschili patriarcali chiedano pubblicamente e sinceramente perdono alle donne e alle popolazioni indigene, che hanno sottomesso con la violenza delle dottrine e delle armi. Riconoscendo finalmente, come dice uno slogan illuminante, che “siamo tutte e tutti uguali, le differenze ci rendono uniche e unici”. Non ci deve essere spazio per le gerarchie, ma solo per la convivialità tra tutte le differenze che incarniamo.

di Beppe Pavan