Noi, le vecchie tartarughe, solo lo sguardo resta lo stesso – Vittoria Ravagli

di Vittoria Ravagli
(le piace leggere, scrivere, ama la poesia, riunisce donne, sogna)


    1. Tempo fa mi è arrivato da Luciana Percovich, grande studiosa che stimo molto e che seguo con interesse da anni, un invito ad un incontro un po’ speciale, fra “crone”, in procinto di incontrarsi a Roma il 13 e 14 maggio…

La lettera mi è sembrato un “segno”; è arrivata nel momento in cui sento prodursi in me un grande e lento cambiamento. Da anni lo aspetto. Mi sembrava sempre lì ad un passo e invece no, si allontanava ancora. Ecco, ora lo so con chiarezza, ho superata con decisione la soglia della vecchiaia: “l’invecchiare”, come ci dicemmo anni fa in un Tempiquieti particolarmente bello, che trattava anche della morte, la soglia successiva, la chiusura del cerchio.

È come se per anni mi fossi avvicinata a questo passaggio. Stanchezza, delusione mi portavano a dire: mi fermo, ora mi fermo, è arrivato il momento. Dopo un poco però ricominciava la girandola degli impegni, dei progetti, tra su e giù, piaceri e dispiaceri, bisogno interiore di chiudere ogni spazio vuoto, forse per non pensare. Negli ultimi mesi tutto ha preso un senso e come un puzzle che non sapevo risolvere, ha trovato un suo ordine interiore.

Mi sono incamminata prima timidamente ed ora più sicura per una strada in cui sono io che “guido”, non portata come mi sono sentita sempre, quasi obbligata, direi …

L’accettazione di questo passaggio ha voluto dire entrare in un tempo lento. Ho cominciato ad allontanare gli impegni, a prendere le distanze da chi mi ha fatto star male senza motivo, a recuperare rapporti quasi interrotti; faccio di nuovo cose che avevo un po’ abbandonato o che non mi davano più piacere (la preparazione del cibo ad esempio). Godo della bellezza che ho intorno, sono più vicina nella sostanza vera alle persone che amo.

Può essere quindi che cominci ad assomigliare ad una crona.

Ho amiche con le quali scambio idee e pensieri, che frequento scrivendo o parlando di tutto, di noi, del mondo. Ci vogliamo bene, ma le vedo prese da una vita senza soste, con tutto che corre più veloce del tempo che hanno, pochissimi spazi per loro. Spesso il lavoro gioca un ruolo distruttivo.

Spero che, passata la menopausa, arrivate a quando il lavoro darà loro tregua, si possano incamminare verso un tempo in cui le relazioni potranno essere al primo posto e la “crona” cominci a crescere in loro.

I rapporti tra le persone sono sempre più difficili. I mezzi di comunicazione aumentano la pressione, come un rumore assordante e mortifero di fondo, che rende cupe le vite già pesanti, al limite del sopportabile. Chi si prende cura degli anziani (sono le donne) è già oberata di lavoro.

Nella vecchiaia molto spesso ci sono anche problemi gravi, solitudini, dolori fisici, malattie, dipendenza. La società non ha seriamente cercato di affrontare questo argomento. Ha creato luoghi di attesa – come in un limbo – più o meno umani. Catene di “smontaggio” a volte.
Immagino che non sopporterò l’idea di non essere autosufficiente e di non poter godere di una mia dignità del corpo oltre che dello spirito. Sono convinta che ciascuna/o di noi possa decidere di andarsene se la vita diventa troppo gravosa e senza senso, senza attrazioni o motivi veri che consentano di vivere e non di vegetare magari dolorosamente e senza prospettive.
Questa mia idea cerco di condividerla con i miei e con le amiche perché non sia una sorpresa, perché di ogni decisione importante è necessario parlarne, pur accettando le diversità tra di noi dovute ad infinite ragioni.
La morte per me è un passaggio, una trasformazione. Non ne ho paura; questa idea non mi impedisce di essere a volte felice. Specialmente quando la natura mi stupisce, mi incanta. o quando incontro donne con le quali entro in una sintonia immediata come ci conoscessimo da una vita. O quando godo di momenti di tenerezza familiare o di amicizia.

È davvero necessario prepararsi a lungo a questa stagione che pure ha una sua grande bellezza.

Ma si sa, non tutto è nelle nostre mani.

andrò dalla vecchia
consegnandole il mio tempo
in una ciotola d’argilla

al mio fianco il fiume scende
con dentro la montagna liquefatta

cercheranno la mia essenza acustica
e la migrazione della mia rondine interiore

da “Solo dieci pani” di Anna Maria Farabbi – Lietocolle


“Cosa pensi della vecchiaia” è stato pubblicato nell’antologia curata da Serenella Gatti Linares, Invecchiare amando – Terra d’ulivi Edizioni, 2017

    1. Sono una donna vecchia, il mio sguardo sulle altre, sulla mia e la loro vecchiaia, è sereno, un po’ ironico. Nel mondo che mi circonda

spiccano le indomabili, quelle che con il tempo lottano
restando iperattive: è Il primato della mente
Corrono da un’iniziativa all’altra, su e giù dai palchi,
in un delirio quasi ossessivo
La competizione spesso è il motore
Essere le più “brave”
le più cercate, ammirate

poi le finalmente davvero libere
colorate
si vestono in modo speciale
non seguono mode
dicono quello che pensano
finalmente
sono spesso ironiche, taglienti, sincere
La vecchiaia come conquista

Quelle che non accettano le rughe
che ingaggiano una lotta con la vita
perché il tempo non lasci su di loro
i soliti segni nefasti
Lotta lunga difficile dolorosa
a un certo punto, senza speranza

Poi ci sono le crone,
ricordano le grandi madri, le donne sagge di un tempo
che immaginiamo sedute in cerchio (oh Marija Gimbutas!)

“…che scelgono di dedicare a se stesse e alle proprie simili
le attenzioni prima elargite solo intorno a sé,
portando alla luce e onorando l’una nell’altra la Vegliarda
che alla fine prenderà congedo dalle meraviglie e dai disastri del mondo fisico
per iniziare un nuovo viaggio,
senza rimpianti o cose in sospeso,
parole non dette, torti non raddrizzati,
ferite non ben guarite …”(1)

Ogni tipo di donna può trasformarsi in crona
ed imparare, attraverso la propria esperienza e quella delle altre, ad invecchiare.
Ciascuna è il frutto della sua storia, di quello che ha dato, di quello che ha avuto, della sua crescita.

Diventate Crone, i nostri giorni di donne vecchie avranno un senso.

Se nessuno più ci amerà superata la soglia, allora lasceremo spegnere la nostra luce.
Noi, le vecchie tartarughe, solo lo sguardo resta lo stesso

°°°°

(1) da una lettera/invito ricevuta da Luciana Percovich del 21 aprile 2017

Pubblicato in: https://cartesensibili.wordpress.com/2017/07/28/le-crone-e-linvecchiare-di-vittoria-ravagli/

Sandra Schiassi ad Armonie, marzo 2017