Green New Deal

“La fine della civiltà è diventata una possibilità. Ogni giorno in cui non agiamo mettiamo in pericolo la nostra sopravvivenza come specie. Mettiamo in gioco il nostro approvvigionamento alimentare, l’accesso all’acqua potabile. La nostra infrastruttura, la nostra convivenza. Il futuro dei nostri figli. (e figlie) La distruzione dell’ambiente peggiora e minaccia le condizioni di vita, ma non per tutti allo stesso modo. Ed è qui che sta la grande ingiustizia. E comunque in questo momento la distruzione della biosfera avanza senza freni. È giunto il momento di dire la verità sulla crisi climatica. E’ solo un sintomo della nostra errata comprensione di quale posto noi esseri umani occupiamo nella natura. Se continueremo a non impegnarci per rigenerare gli ecosistemi e stabilire una giustizia sociale, per noi non ci sarà futuro su questo pianeta.”

“Nel sistema attuale, politica ed economia non sono in grado di trovare una soluzione efficace.”

“Il compito più impegnativo che la nostra generazione si trova di fronte è: cambiare il sistema che ha dato origine a questa crisi.”

“Non sorprende quindi che la panacea di questa crisi sia stata battezzata con lo stesso nome del piano economico di Roosevelt: Green New Deal.

Le strategie che offre la “crescita verde” fanno parte dello stesso sistema che ha scatenato la crisi. Anche i prodotti sostenibili consumano risorse e non rispondono alla seguente questione: si possono trovare soddisfazioni e significati oltre il consumismo?”

Tratto da Il mondo che vogliamo di CAROLA RACHETE

Ed ecco come un miracolo queste tre parole si leggono ormai abbastanza spesso sui giornali italiani, forse è il momento di capire cosa significano realmente. In primo luogo, è da notare che non si traducono in italiano, verde e nuovo è facile, ma “deal” presenta qualche difficoltà. Nell’inglese americano significa varie cose, come principalmente “essere in contatto, occuparsi di” e anche come parola “contesto, realtà, situazione”, ma il vocabolario Webster offre venticinque significati, oltre a quello di “politica perseguita da un governo”.

La frase per la prima volta venne usata negli anni Trenta per indicare la nuova politica lanciata da F. D. Roosevelt per rianimare l’intero sistema economico e sociale degli Stati Uniti, duramente colpiti dalla famosa crisi del ’29, che durò almeno fino al 1934 e che coinvolse moltissimi altri paesi industrializzati.[1] Rifkin fa risalire l’uso alla Comunità Europea del 2007, che all’epoca sembrava voler diventare il motore della decarbonizzazione della società. In quell’anno l’Unione Europea stava mettendo a punto la formula del 20-20-20, cioè la richiesta a tutti i paesi membri di aumentare la loro efficienza energetica del 20%, di ridurre le emissioni di gas sera del 20% (rispetto al 1990) e di accrescere la produzione di energie rinnovabili del 20% entro il 2020.

Subito dopo, nel 2008, ad opera di nove persone, provenienti da molti e diversi settori, elaborarono e resero pubblico un Manifesto, intitolato Un Green New Deal: politiche congiunte per risolvere la tripla stretta della crisi creditizia, del cambiamento climatico e degli alti prezzi del petrolio. Soltanto un anno dopo, nel 2009, la fondazione Heinrich Boll, organismo del partito verde tedesco, pubblico un manifesto intitolato “Verso un Green New Deal transatlantico: affrontare le crisi climatica ed economica”. A seguito della elezione di Barak Obama, si pensava dunque ad una collaborazione con gli Stati Uniti per affrontare la crisi ambientale, ipotesi sostenuta dai Verdi europei anche in occasione delle elezioni europee del 2009 come loro programma.

Anche l’UNEP, il Programma Ambientale delle Nazioni Unite pubblicò un rapporto intitolato: “Ripensare la ripresa economica. Un Green New Deal globale) ripreso poi da molte agenzie internazionali. Alcuni anni dopo, il Movimento Federalista Europeo diffuse una petizione dal titolo: “New Deal 4 Europe: Per un piano speciale europeo per lo sviluppo sostenibile e l’occupazione” e lo usò poi nel 2015 per promuovere una iniziativa civica a favore di una transizione verso una economia verde a zero emissioni di carbonio; la formula diventò poi una parola d’ordine per le elezioni europee del 2019.

È interessante rilevare che lo stesso Rifkin, a conclusione della sua analisi storica del concetto, afferma che “nell’arco di un decennio sono state poste le basi per un movimento a favore di un Green New Deal, che ora comincia a dare i suoi frutti poiché si profila una potente nuova rivoluzione politica guidata dai Millennial e dalla generazione Zeta”. È quindi cosciente del fatto che finora si è rimasti nel limbo dei manifesti e dei programmi politici, senza alcuna ricaduta significativa sulla concretezza drammatica della crisi climatica, mentre è costretto a riconoscere che negli ultimi mesi portatori della denuncia della gravità della situazione sono solo le fasce giovanili ancora escluse dal voto.

Quindi, l’uso che si sta facendo in Italia negli ultimi mesi di questa frase non è molto “creativo” e anzi si riferisce ad una origine molto istituzionale e che negli anni ha individuato precisi settori prioritari di intervento, ma che nelle diverse sedi non ha ancora prodotto interventi concreti significativi, fortemente diversi da quelli finora realizzati da parte del sistema economico dominante. In questa sede, quindi, è importante segnalare che ciò che si sta realmente verificando in molti paesi e, in misura rilevante, anche nel nostro, in realtà solo il tentativo di mantenere in funzione il sistema di mercato, introducendo qualche misura marginale di sostenibilità climatica e qualche limitazione dei più gravi meccanismi di danno ambientale.

Inoltre, è da notare che anche l’Accordo firmato a Parigi dalla quasi totalità degli Stati nel dicembre 2015, parla ancora di “adeguamenti e mitigazioni” nei confronti dei meccanismi drammatici di danno al pianeta, e che gli interventi necessari e il rispetto delle scadenze è ancora lasciato alla volontà dei governi, senza prevedere obblighi e sanzioni in caso di inadempienze. Per questo si continua ad usare nel pubblico, nazionale e internazionale, il termine “sostenibilità” che esclude di fatto modifiche strutturali e definitive negli apparati produttivi, nelle logiche di profitto delle imprese, specie multinazionali, nonché degli interventi radicali da parte degli Stati e delle aziende pubbliche. Un ulteriore segnale molto preoccupante è costituito dalla continua diffusione di impegni politici a realizzare misure a favore dell’ambiente entro una certa data (2030, 2050 o 2100, a seconda dei settori) senza mai precisare la data di inizio degli interventi sulla realtà economica e quindi senza offrire alcuna possibilità di verifica dell’effettivo impegno assunto.

Purtroppo, gli andamenti del riscaldamento globale, oltretutto in fase di accelerazione, e i livelli di inquinamento dei terreni, delle acque e dell’aria sono talmente elevati da richiedere invece un azzeramento delle emissioni dei gas serra (non solo dell’anidride carbonica, ma anche del gas metato ancora più dannoso) in tempi molto rapidi. E ciò può essere ottenuto solo riducendo drasticamente l’uso dei combustibili fossili (l’uso del carbone per produrre energia dovrebbe essere eliminato nel giro di pochi anni), mentre ancora oggi il settore petrolifero non risulta aver messo in discussione le sue previsioni di produzione e di consumo. Inoltre la questione dei tempi e delle scadenze sta diventando un problema di estrema gravità, poiché perfino le indicazioni formulate in sede ONU (ancora non vincolanti per i singoli Stati) risultano non tenere presenti alcuni fenomeni di accelerazione degli eventi estremi (scioglimento dell’Antartide, velocità dei cicloni, innalzamento del livello dei mari, sparizione delle specie animali, ecc.) che richiederebbero scadenze più ravvicinate per evitare i rischi di superamento dei ”punti di non ritorno”, cioè della pratica impossibilità di incidere sui fenomeni negativi in atto.


Scheda a cura di Daniela Degan, per Autrici di Civiltà – Parole, parole, parole.

Note   [ + ]