Dall’approccio di mercato alla centralità della vita: un cambiamento urgente per le donne.

Contadine in Myanmar
Contadine in Myanmar (A. de Nardis ph)

Marta Rivera e Isabel Álvarez

Tratto da The World Food Crisis: The Way Out, 2017
(10th anniversary issue of the Right to Food and Nutrition Watch)

Marta Rivera è docente di Agroecologia e Sistemi Alimentari presso l’Università di Vic in Catalogna.
Isabel Álvarez è portavoce presso URGENCI, la Rete Internazionale per l’Agricoltura Sostenuta dalla Comunità.

(…)”Il modello prevalente non ha alcun interesse a riconoscere il ruolo riproduttivo che l’agricoltura di sussistenza, tradizionalmente svolta dalle donne, svolge nell’alimentare quelle persone che le statistiche globali classificano come povere. Se il lavoro da sempre svolto dalle donne dovesse essere valutato, il capitalismo e la sua natura calcolatrice verrebbero distrutti.”

Le parole che seguono potrebbero venire direttamente da un documento pubblicato da un organismo ufficiale delle Nazioni Unite, o anche da una campagna di marketing di qualche società del settore privato: “l’importanza delle donne”, “soprattutto per le donne e le più emarginate”, “principalmente per le donne in età riproduttiva e ragazze”, “le donne devono avere accesso alle risorse produttive”… Nessuno osa negare l’importanza delle donne per raggiungere un mondo senza fame. Eppure, anno dopo anno, decennio dopo decennio, le donne continuano ad essere emarginate e messe da parte.

Le donne sono i pilastri del sistema alimentare, sia nel loro ruolo di contadine, custodi delle semenze e della conoscenza, [1] che nel loro ruolo di cura, derivanti dalla visione patriarcale della divisione sessuale del lavoro. Storicamente, in agricoltura, la divisione sessuale del lavoro prende forma negli ambiti della produzione, della trasformazione, della conservazione e della preparazione degli alimenti, tutti tradizionalmente a carico delle donne. Infatti, le donne nutrono il mondo, non solo perché coltivano i prodotti alimentari, ma anche perché sono quelle che detengono le conoscenze per conservare, trattare e preparare gli alimenti. E tuttavia, persiste un grave paradosso: sono loro le produttrici di cibo, e molto spesso sono quelle che soffrono di più la fame. Si tratta, di fatto, di una chiara violazione dei loro diritti di donne e di esseri umani: la fame ha il volto di un contadino, ma anche di una donna.

Come dare una spiegazione rigorosa del fenomeno? Ci sono molti elementi in gioco, sia politici che culturali. Ma ciò che è evidente è che il lavoro delle donne è stato reso invisibile e svalutato dall’economia capitalista, che lo etichetta frettolosamente come “agricoltura di sussistenza”: e questa definizione è cruciale. Il sistema etero-patriarcale, che valorizza solo le attività produttive su larga scala che si svolgono nella sfera pubblica, disprezza e respinge tutte le altre forme di lavoro, anche se sono proprio quelle che sostengono realmente le persone e, alla fine, il sistema nel suo complesso.

Il modello prevalente non ha alcun interesse a riconoscere il ruolo riproduttivo che l’agricoltura di sussistenza, tradizionalmente svolta dalle donne, svolge nell’alimentazione di quelle persone che le statistiche globali classificano come povere. Se il lavoro storico delle donne dovesse essere valutato, il capitalismo e la sua natura calcolatrice verrebbero distrutti.

Orti galleggianti sul Lago Inle in Myanmar (A. de Nardis ph)

La maggior parte delle proposte delle organizzazioni internazionali mirano a politiche di sviluppo che incoraggiano le donne ad abbandonare la cosiddetta agricoltura di sussistenza così tanto denigrata dal capitalismo. Questo perché rimane nel campo della famiglia e quindi non su una scala ritenuta appropriata all’interno della sfera produttiva. Ci si aspetta che le donne producano per l’unico mercato riconosciuto e si integrino quindi in un’agricoltura globale capitalista, che in teoria dovrebbe farle uscire dalla fame e dalla povertà. Nel frattempo, come dimostra l’esperienza, le donne non solo non si liberano da questa divisione sessuale del lavoro, ma si ritrovano a sostenere un doppio fardello: produrre per il mercato e nutrire le loro famiglie.

Ciò dimostra che le politiche che si occupano delle donne possono svolgere, lentamente (molto lentamente) ma sicuramente una parte significativa alla lotta contro la fame e la malnutrizione. Tuttavia, quelle di noi che vedono la situazione da una prospettiva femminista ritengono che finora siamo molto lontani dall’aver raggiunto la visione, le direttive e i progressi che auspichiamo.

Giorno dopo giorno, i movimenti sociali che lottano per la sovranità alimentare in diverse organizzazioni nazionali e internazionali devono ancora battersi costantemente per il pieno riconoscimento dei diritti delle donne. Quelle di noi che partecipano in diversi forum all’interno del sistema delle Nazioni Unite si scontrano con un muro di gomma quando facciamo tali affermazioni. Un esempio è il corso dei negoziati per la dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini a Ginevra;[2]

Un altro esempio è il Comitato delle Nazioni Unite per la sicurezza alimentare mondiale (CFS). Alcuni Stati non considerano prioritarie le questioni femminili; in alcuni casi, le donne non sono nemmeno viste come soggetti con i propri diritti. Al CFS, ad esempio, fino al 2016 non sono state prese in considerazione le raccomandazioni che includevano un paragrafo specifico sui diritti delle donne.[3]

A questo proposito, alcuni Stati hanno sostenuto che non è il mandato della CFS a doverlo includere, in quanto il suo compito è esclusivamente di sicurezza alimentare. Ciò va direttamente contro uno dei pilastri dei diritti umani, la loro indivisibilità. Non possiamo separare i diritti delle donne, compresi i diritti sessuali e riproduttivi, dal diritto umano a un’adeguata alimentazione e nutrimento,[4] ancora di più poiché questi diritti svolgono un ruolo così cruciale, come già ricordato.

In effetti, possiamo dire che le donne sono diventate una priorità per l’agro-alimentare non appena sono state identificate come una consistente fetta di consumatrici. Dagli integratori per il latte materno, ai programmi nutrizionali per ragazze o donne in età fertile, le multinazionali continuano a sfornare la loro vasta gamma di offerte di prodotti che si aggiungono alle cause della malnutrizione e dell’oggettificazione delle donne come semplici incubatrici o uteri ambulanti. Non si possono costruire alternative reali e generatrici di cambiamento se le donne non vengono considerate come soggetti a pieni diritti, e se non lavoriamo per la loro autonomia e la loro reale parità. Proprio come l’economia ecologica o ambientale introduce una nuova prospettiva, un’economia femminista è cruciale per la costruzione di un mondo più equo.

Ecco perché abbiamo bisogno di una visione femminista che contribuisca a un cambiamento di ottica: la riproduzione della vita è ciò che conta, non il mercato.
Il lavoro svolto dalle donne deve essere riconosciuto come protagonista perché sostiene la vita e garantisce la continuità. Non si tratta di “agricoltura di sussistenza” ma è agricoltura per la vita. Questa agricoltura si basa su conoscenze ancestrali, su varietà tradizionali, sull’agroecologia, sulla diversità.
Questa agricoltura garantisce cibo sano, ad alto valore nutrizionale e diversificato per tutte le persone e adattato ai contesti culturali.
Cioè, l’agricoltura per la vita garantisce il diritto al cibo e alla nutrizione e alla sovranità alimentare. Tuttavia, non è adatta a tutti i territori, in special modo a quelli soggetti a cambiamento climatico.

L’agricoltura per la vita è il minimo necessario per garantire il diritto al cibo e alla nutrizione.

Myanmar: preparazione del cibo mentre si è al mercato (A. de Nardis ph)

In questi contesti, è necessaria una prospettiva agroecologica che cerchi soluzioni che si adattino alle circostanze e che consentano di nutrire le famiglie, o trovare alternative che completino le diete, nel rispetto dell’autonomia dei popoli e della cura della terra.

Inoltre, in molte situazioni, l’agricoltura per la vita non è in grado di garantire il cibo perché le donne, in quanto tali, hanno meno accesso alle risorse produttive necessarie: terra,[5] acqua e semenze; inoltre spesso non riescono a ottenere risorse finanziarie per sviluppare la loro attività (ri)produttiva.[6] L’uguaglianza rimane una questione in sospeso, ci imbattiamo in disuguaglianze in tutto il mondo: dall’Africa[7] all’Amazzonia brasiliana,[8] e ai paesi europei,[9]. Nonostante tutte queste difficoltà, le donne sono quelle che nutrono il pianeta e sono indispensabili nel cammino verso la sovranità alimentare. Per questo, nella lotta per la sovranità alimentare, portata avanti da La Via Campesina, il ruolo delle donne è stato riconosciuto essenziale.[10] Anche se sono responsabili del cibo, le donne rimangono invisibili, private dei loro diritti e continuamente vittime di violenza sessista fisica e strutturale.

Lo scenario che stiamo descrivendo è la realtà quotidiana di molte donne nel mondo. Ciò nonostante, oggi dobbiamo ancora ribadire, anche all’interno dei movimenti sociali stessi, l’importanza di lavorare con una visione che vada oltre la razionalizzazione di una prospettiva di genere. In alcuni spazi, come il Global Network for the Right to Food and Nutrition, i femminismi sono già stati incorporati come un’ottica da cui affrontare la disuguaglianza.[11] Da decenni ormai le donne sono state “cooptate”, ma non è cambiato molto. Non ci stancheremo mai di ripetere che i cambiamenti avverranno quando le donne raggiungeranno l’autonomia, attraverso l’organizzazione e l’accettazione di una visione femminista. Semplicemente non è sufficiente dipingere di rosa le loro vite e i loro spazi per apparire più femminili, vogliamo dipingerli con un tocco di viola e renderli più femministi. La lotta per la sovranità alimentare è anti-capitalista, ma deve anche essere anti-patriarcale, altrimenti non sarà mai efficace.

APPROFONDIMENTI 3.1 Storie di resistenza: Le lotte delle donne per la sovranità alimentare in Africa

Connie Nawaigo-Ehuwarara, [12] membro della comunità di Chisumbanje:

(…)”Crescevamo pomodori e nocciole, ma ora non abbiamo soldi per i trasporti o le risorse per andare a comprarli. Non ci sono frutti selvatici o erbe. Non ci sono frutti selvatici per i bambini. Alcuni bambini ora soffrono di malnutrizione. Le scorie della fabbrica hanno avvelenato il fiume e i pesci stanno morendo.”

Le donne in Africa sono i pilastri sociali ed economici della vita della comunità rurale [13] e, come custodi della biodiversità, sono al centro della lotta per la sovranità e la sicurezza alimentare.[14]

Le donne che vivono in campagna sono anche le più colpite dalle forze geopolitiche globali, dagli accordi commerciali e dagli accordi di investimento. Molti governi africani producono vantaggi finanziari grazie ai proventi e agli accordi di investimento, ma a livello politico raramente prestano attenzione alle questioni relative alle donne, alle comunità o all’ambiente. A causa della discriminazione di genere e della mancanza di volontà politica, le donne trovano sempre più la fonte dei loro mezzi di sussistenza tagliata o diminuita man mano che gli investitori stranieri prendono il controllo della terra, dell’acqua e delle foreste da cui dipendono.

Preparazione del pane injera in Etiopia con la farina di teff (A. de Nardis ph)

Le donne africane si oppongono e si auto-organizzano per dar voce alle questioni che le riguardano, e rivendicano la loro sovranità alimentare. [15] Hanno usato vari metodi per definire i propri sistemi alimentari e agricoli, e hanno escogitato varie strategie di gestione. Le tre potenti storie di resistenza delle donne che riportiamo di seguito illustrano la vulnerabilità dell’accesso delle donne alla terra e ai mezzi di sussistenza ed evidenziano la loro mobilitazione e attivismo.

RESISTENZA A CHISUMBANJE RURAL

Nel 2009, la Green Fuel [16] ha avviato a Chisumbanje una raffineria di canna da zucchero per la produzione di etanolo. In seguito all’acquisizione di terreni su larga scala, i diritti di sussistenza finanziaria e agricoli delle donne sono stati minati e la loro sicurezza alimentare compromessa [17] dalla mancanza di protezione dei diritti delle persone da parte dello Stato e dalla mancanza di compensazione finanziaria da parte dell’azienda verso persone colpite da sfratti.[18] Come spiega una vedova della comunità: “Mio marito è morto, non ho altro modo per guadagnarmi da vivere se non praticando l’agricoltura. Non ho istruzione, ma l’unica cosa che so è come coltivare la terra.”

Nella vita rurale della comunità, le donne sono responsabili della semina, della cura e della raccolta delle colture. Storicamente, le donne coltivavano una varietà di colture: arachidi, mais e sorgo oltre a occuparsi di mezzadria. Tuttavia, a causa della monocoltura su larga scala che coltiva canna da zucchero a Chisumbanje, le donne soffrono della perdita dei terreni coltivabili e della biodiversità.

Attraverso la mobilitazione, le donne hanno sfidato l’azienda, hanno fatto una petizione al Parlamento e hanno portato alla ribalta la loro lotta. I membri del Parlamento hanno visitato la zona e presentato una relazione all’intero Parlamento. Tuttavia, la legislazione per proteggere le donne non si è mai concretizzata mentre il governo si è attivato per la legalizzazione della lavorazione del combustibile che dà alla Green Fuel accesso al mercato di fornitura di agro-carburante. Ma, nonostante tutto, le donne non rinunceranno alla loro lotta.

LA LOTTA DELLE DONNE MAASAI PER IL CIBO E LA SOVRANITA’ DELLA TERRA IN TANZANIA

Nel 2006, il governo della Tanzania ha approvato l’acquisizione di terreni su larga scala da parte di investitori stranieri per il turismo di fascia alta, che ha portato allo sfratto della comunità masai e alla contrazione delle loro terre di pascolo.[19]
I Masai sono pastori che dipendono quasi esclusivamente dal bestiame per il loro sostentamento e dalla migrazione stagionale dei loro armenti, un sistema che sostiene la loro strategia di gestione delle risorse. Nella regione di Ngorongoro, ad Arusha, le donne e le ragazze masai sono state molestate e intimidite dal governo per aver difeso la loro terra, e persino l’avvocato degli attivisti è stato arrestato causando una marcia di protesta nel luglio 2016.[20]

Le donne hanno contestato attivamente questo esproprio attraverso la mobilitazione, il metodo dell’advocacy e il contenzioso di interesse pubblico.[21] Le donne sono state al centro della resistenza, dell’organizzazione e della petizione al governo per proteggere la loro sovranità alimentare.[22]

STABILIRE UN PRECEDENTE LEGALE IN GUINEA

In Guinea, le donne sono spesso vittime di discriminazioni e violazioni dei loro diritti fondamentali. Lo Stato non è riuscito a proteggerle, anche se è firmatario della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW). Le donne sono responsabili di quasi l’80% della produzione alimentare del paese, ma solo una piccola percentuale possiede terreni. Non hanno diritti ereditari sulla terra, possono solo ottenere i diritti alla coltivazione sui terreni agricoli tramite i mariti e figli maschi, e di solito dipendono da essi per mantenere l’accesso alla terra. Questa discriminazione è stata aggravata dallo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.

All’inizio di quest’anno, tre vedove che sono state sfrattate dalla loro terra dopo la morte dei loro mariti hanno deciso di contestare queste pratiche locali discriminatorie. Le donne hanno potuto organizzare e resistere intraprendendo un’azione legale urgente in tribunale per difendere i loro interessi e sensibilizzare la popolazione rurale sul diritto delle donne all’eredità della terra e al suolo come riconosciuto dal diritto fondiario guineano. Questo caso giudiziario potrebbe creare un precedente importante nel contestare le usanze locali che violano i diritti fondamentali delle donne.

DONNE IN AUMENTO: CHE FARE?

Queste storie di resistenza dimostrano che le donne svolgono un ruolo fondamentale sulla sovranità alimentare, ma questo è sempre più compromesso dalla corsa all’appropriazione del suolo agricolo su larga scala (land grabbing). I ruoli delle donne sono spesso trascurati dalle élite per lo più guidate da uomini a causa della discriminazione di genere consolidata attraverso la religione, le pratiche, le politiche e le leggi che non tengono conto dei contributi che le donne apportano alla vita comunitaria e agli ecosistemi.
Il fondamentalismo religioso e il sottosviluppo, entrambi fattori crescenti in Africa, continuano ad amplificare questi problemi. Nonostante ciò, le donne si alzano in piedi, organizzano, resistono e sfidano organismi statali e non statali, ma in tal modo si rendono anche vulnerabili a violazioni e abusi – dietro i quali spesso ci sono i governi – dei loro diritti umani.

Egitto portatrice d’acqua (A. de Nardis ph)

Le donne africane sono raramente parte dei processi decisionali o normativi e, di conseguenza, sono continuamente discriminate. Finiscono così per perdere spesso la base stessa del loro sostentamento e tutto viene esacerbato dalla nuova ondata di industrializzazione e di investimenti in tutto il continente. La terra è un fattore importante nel progresso del diritto umano a cibo e nutrizione adeguati. In qualità di sostenitrici attive della sovranità alimentare, è fondamentale per le donne essere partecipi politicamente. Al fine di avere voce in capitolo è necessario che si organizzino sulle questioni di accesso e di proprietà della terra e di indennità sui terreni agricoli, per poter diventare economicamente autonome e riuscire a far valere efficacemente i propri diritti.

La comunità internazionale ha riconosciuto la necessità di proteggere le donne contadine in quanto continuano a sperimentare la povertà e l’esclusione, combattendo allo stesso tempo contro la discriminazione sistemica nell’accesso alla terra e alle risorse naturali.[23] Gli Stati devono rispettare sia gli obblighi nazionali che internazionali in materia di diritti umani.[24] Gli Stati africani devono pertanto adottare misure per raggiungere un’uguaglianza reale, soprattutto per quanto riguarda le pratiche che regolano la concessione dei fondi agricoli; mettere in atto leggi che proteggano l’accesso e il controllo sulla terra rafforzando le istituzioni sia statutarie che consuetudinarie per difendere e proteggere i diritti delle donne e la sovranità alimentare.

Traduzione di Alessandra de Nardis e Emanuele Iorio.
Supervisione di Luciana Percovich

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Note[+]