Culture Indigene di Pace – Luciana Percovich

I convegni su Culture Indigene di Pace sono incontri internazionali, promossi in Italia a Torino tra il 2012 e il 2016 dall’Associazione Laima che si collocano dentro una prospettiva politica femminista e decoloniale. Mettono al centro le società matriarcali e indigene come pratiche vive di organizzazione sociale non violenta, di relazione paritaria tra i sessi e di coesistenza con il mondo naturale, in aperta critica ai modelli patriarcali, estrattivi e bellici dominanti.

Questo testo restituisce l’accesso a materiali che per anni non sono stati disponibili e oggi nuovamente consultabili attraverso il link indicato. Ma soprattutto si configura come una presa di parola e una chiamata alla responsabilità: la voce di Luciana Percovich ricostruisce una genealogia di pensiero femminista che rifiuta la separazione tra ricerca e posizionamento, tra studio e conflitto, e rivendica la necessità di riconoscere, sostenere e trasmettere saperi che mettono radicalmente in discussione l’ordine patriarcale, coloniale e bellico che ancora struttura le nostre istituzioni.

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Ricordo con grande emozione gli anni tra il 2012 e il 2016, gli anni dei Convegni di Culture Indigene di pace, organizzati tra Torino e Roma, con una partecipazione corale, energetica e concreta di tante amiche, sorelle, compagne di strada nel realizzarli e una altrettanto corale partecipazione del “pubblico”, donne e uomini. Con Morena Luciani e Sarah Perini, le torinesi, c’eravamo anche Daniela Degan e io che ne sto scrivendo.

Sono stati quattro momenti speciali nelle nostre vite, in cui abbiamo chiamato e fatto incontrare persone provenienti da vari continenti, accomunate dalla ricerca di “un altro mondo possibile”: Nel 2010, Morena Luciani Russo fondava l’Associazione Culturale Laima, come “tributo a Marija Gimbutas e a tutte le donne e gli uomini che contribuiscono a creare nuovi modelli di esistenza più equilibrati, da un punto di vista culturale, artistico, economico, sociale e politico”. Tre di questi convegni li abbiamo dedicati alle CULTURE INDIGENE DI PACE (Torino) e uno al lavoro e all’eredità lasciata dall’archeologa lituano-americana (Roma), che per prima aveva saputo riconoscere il valore rivoluzionario per il presente dell’esistenza dei popoli pacifici del passato.

Organizzati non da istituzioni culturali ufficiali o danarose fondazioni private ma da un gruppo di donne determinate, fantasiose felici e intraprendenti che, contando sulle proprie forze, sul passaparola, su varie forme di autofinanziamento e il sostegno costante di Gen Vaughan, chiamarono a raccolta studiose e studiosi di questi temi, esponenti della spiritualità femminile mondiale, native e nativi di culture millenarie resistenti e persone che condividevano la visione e il desiderio – e pratiche politiche ed esistenziali – di una nuova necessaria alleanza con la Terra.

In quelle giornate intense di interventi di parola, corpi in movimento, workshop e momenti rituali, mostravamo attraverso quelle che chiamammo Società di Pace esempi di collettività viventi – e tuttora esistenti – caratterizzate dall’assenza di ogni forma di violenza, in special modo su donne e bambini.

Nella presentazione del primo Convegno, 2012, Donne e uomini oltre il conflitto”, scrivevo:

“La cultura del patriarcato è specialista nel dare la morte, nell’invertire la direzione della creazione, sia producendo bombe atomiche che semi incapaci di riprodursi. Per rientrare in contatto con quello che un tempo sapevamo anche noi, ora dobbiamo andare a trovarlo in luoghi e culture lontane.

L’antropologia e gli studi etnografici dell’ultimo secolo hanno preparato la strada al riemergere di questo bisogno. Ma solo quando sono scese in campo antropologhe donne si è aperto l’accesso alla parte più segreta, antica e imprevista di culti, miti, riti fino a quel momento rimasti inaccessibili ai ricercatori maschi, facendo sì che riemergesse dopo millenni – prorompendo dalle linee di trasmissione chiuse e separate per sesso – il senso femminile della vita, l’antico sguardo delle donne sul mondo visibile e invisibile.

Dopo tanto tempo, dopo la cancellazione pressoché totale nel mondo occidentale del “sacro” femminile, ora si può cominciare a ricomporre un mosaico di conoscenze di cui metà delle tessere era sprofondato nell’invisibilità, pur continuando invisibilmente a esistere”.

Portavamo così alla luce una nuova linea di ricerca all’interno del Movimento delle Donne: altri percorsi si erano aggiunti al filo portante del femminismo, le ricerche sui Matriarcati Moderni (grazie ai lavori di Heide Goettner Abendroth, Francesca Rosati Freeman, Peggy Reeves Sanday), la teoria economica sul Dono e le sue Radici materne di Genevieve Vaughan, le pratiche politiche variamente articolate sulla Decrescita, sulla soluzione non violenta dei conflitti, sulla permacultura – per citarne alcuni.

Fili che era possibile intrecciare, dando forma ad alleanze e convergenze dove la presenza degli uomini “gilanici” risultava finalmente arricchente e stimolante. “Un lavoro in corso, che collega eco-villaggi, nascita naturale, economie alternative, lavoro su di sé in modalità variamente “autocoscienziale”, condivisioni e contatti tra tutte le parti del mondo, in una rete pressoché invisibile sull’Avanscena, ma sempre più radicata e diffusa nel Retroscena, che nutre ed energizza ogni piccola realtà locale dentro a una visione “cosmica”, in cui i confini sia tra le nazioni che tra i regni naturali si dissolvono come ologrammi illusori”.

L’Associazione Laima in quegli anni aveva aperto un sito che documentava e promuoveva i lavori in corso, metteva a disposizione materiali di approfondimento sulle/delle persone invitate a parlare, mostrava le immagini gioiose degli incontri. Poi il sito ha sospeso la sua attività. Ora questi materiali tornano accessibili su https://morenalucianirusso.eu/laima/

È di nuovo possibile quindi avvicinarsi a studi, testimonianze e pratiche che non solo non sono invecchiati o esauriti, ma anzi risultano più necessari che mai adesso che il patriarcato senza più nessun nascondimento o ipocrisia si rivela in tutta la sua orrenda nefandezza, come un virus che infetta e uccide quello che tocca.

Scrivo quindi con gioia queste righe/annuncio invitandovi alla consultazione del sito, alla visione dei programmi e delle foto, dei volti, delle espressioni delle persone in sala e delle relatrici/tori che raccontano nella loro radianza la consapevolezza dell’eccezionalità di quei momenti di testimonianza di realtà diffuse in ogni continente e che nutrono la fiducia e la speranza di poter uscire dall’impantanamento fasullo dei giorni presenti.

Di seguito qualche passaggio dal primo documento prodotto, dal titolo “Donne e Uomini oltre il Conflitto”.

Noi, oggi.

Abbiamo tutte e tutti bisogno di ritrovare il senso di connessione, della relazione che ci tiene insieme, tra umani, animali, piante e rocce. Un bisogno proprio della materia vivente e insieme profondamente umano, che il pensiero della trascendenza, sia filosofica che religiosa, ha spezzato dentro ciascuna/o di noi. Questo bisogno, che si presenta contemporaneamente come domanda di senso e di connessione, quando non ascoltato esplode in alienazione e violenza. Gli ultimi 5000 anni di storia del pianeta lo mostrano ampiamente.

Abbiamo tutte e tutti bisogno di ritrovare (nel senso di elaborare insieme, ancora una volta, un sentire culturalmente condiviso e adeguato all’attuale fase della storia dell’umanità) la bellezza, la gioia e l’integrità dei nostri corpi e dei nostri sentimenti nella relazione con i nostri simili e con l’ambiente che ci sostiene.

Per fare ciò dobbiamo riscoprire il senso del sacro nelle nostre azioni quotidiane e nei nostri corpi-mente, sessuati al femminile e al maschile. E per sacro intendo la consapevolezza e l’intenzione di partecipare attivamente al processo della creazione in ogni momento e con ogni scelta della nostra vita.

Abbiamo bisogno, di fronte alla mancanza di spessore delle nostre esistenze ridotte sempre di più al ruolo di consumatori/clienti di un presente divorante, di conoscere le nostre radici, quelle che ci tengono ancorate/i alla terra e all’anima, radici che affondano nella continuità temporale con l’umanità vissuta prima di noi e con quella che verrà dopo di noi, e nella contiguità geografica con i popoli che abitano altri luoghi del pianeta. Essere senza radici equivale a essere come fiori recisi posti in un contenitore artificiale – tale è la nostra civiltà contemporanea …

Intrappolate/i in questo contenitore artificiale e privi della coscienza di esserlo, abbiamo guardato la storia del passato e delle civiltà altre dalla nostra con la convinzione che l’umanità si sia mossa da un passato indistinto ai magnifici esiti tecnologici del presente, seguendo un’ideale linea retta chiamata Sviluppo delle Civiltà.

Secondo questa visione, l’Uomo ha via via creato modelli di aggregazione sempre “migliori”, da quelli piccoli come la famiglia a quelli spropositatamente grandi come le entità multi o sovranazionali, auto-organizzandosi secondo una “naturale” struttura gerarchica, spietata e immodificabile, quasi fosse la forma iscritta nelle cellule della materia vivente. Anche il mondo animale e vegetale, o quello delle molecole che costituiscono i mattoni della vita, si è tentato a lungo di leggerli come funzionanti su questa supposta legge gerarchica universale: modello unico di civiltà, modello unico di funzionamento del pensiero, modello unico di leggi fisiche e biologiche. Universale.

Questo letale presupposto implicito della civiltà occidentale, sviluppatosi a partire dall’invenzione del sistema religioso monoteista, potenziato dal sistema filosofico greco e mai messo in discussione fino in fondo da grandi numeri di teste pensanti – anche se “minoranze cognitive” sono sempre esistite all’interno di ogni cultura dominante – tenta ostinatamente da qualche millennio di non vedere, cancellare, ridicolizzare ogni altra forma di espressione di sistemi di civiltà. Che sono sistemi complessi, arrivati fino al presente nella misura in cui sono riusciti a sfuggire alla distruzione portata dal dilagare del virus dell’universalismo androcentrico, e che possiamo cercare di conoscere riconoscendone non solo l’esistenza ma l’intelligenza. Con il nome di Culture Indigene di Pace intendiamo riferirci a questi, evidenziandone l’aspetto più antagonista – di pace appunto – alla nostra civiltà basata sul dominio e sulla guerra, come soluzione dei conflitti e motore economico di fondo.

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Il movimento del progresso.

Le culture di pace giunte fino a noi, così come le remote civiltà del neolitico, ci mostrano forme di aggregazione millenarie che non hanno distrutto né l’ambiente né la mente, né i corpi né le anime delle persone. E sono in grado di mettere in moto un salto nelle nostre capacità di visione, di progettazione, di rappresentazione simbolica. Di sostenere le lotte e le speranze della generazione che si affaccia alla storia con la sua “indignazione” e che dovrà riparare ciò che le civiltà androcratiche hanno seriamente danneggiato, in primis la capacità di osare immaginare futuri possibili. Insieme co-creiamo la vita. Il sogno è il lievito delle nostre azioni. Per sognare creativamente occorre abbattere le barriere delle certezze uni-versali.

Tra queste, l’idea di Progresso, che va ridefinita, come anche il movimento per la Decrescita ha da tempo iniziato a fare. Il movimento che ci porta avanti, se non è malato di paure e rimozioni, non è lineare ma a spirale: si va avanti e poi si torna sui propri passi per osservare gli effetti prodotti dalle proprie azioni e correggere ciò che si è intoppato o trascurato o non previsto.

Gli effetti secondari della crescita e dello sviluppo uni-direzionale e in-curante stanno bloccando proprio la possibilità di andare avanti. Tornando sui propri passi invece si coglie ciò che ogni cambiamento produce, si ripensa e rimodula il progetto tenendo conto di chi o che cosa ha subito un danno, e nel fare ciò si recupera l’energia e lo slancio propri del movimento a spirale, che è la principale modalità di movimento e di configurazione nel cosmo intero, dalle galassie al DNA.

Le società egualitarie, le culture indigene di pace hanno sviluppato e praticato nel corso del tempo vari ed efficaci meccanismi di controllo e autoregolazione, basati sulle parentele, sulle alleanze, sulle regole e sui divieti condivisi, mettendo in atto strategie di compensazione e reciprocità. Così facendo, hanno generato negli individui che ne facevano parte quello che potremmo definire un alto standard etico, che non ha bisogno del timore della retribuzione divina come meccanismo di controllo e contenimento, invenzione resasi necessaria dopo aver spezzato l’Ordine delle Madri. Che ha al suo fondamento la consapevolezza che non si sfugge alle leggi del piano fisico, che non lo si può combattere o alterare all’infinito, ma piuttosto assecondare, armonizzandolo con i propri scopi. Sicché potremmo definire la fase patriarcale dell’umanità proprio come il tentativo, furioso e mal riuscito, di sfuggire alle regole di funzionamento della materia visibile e invisibile.

Il bisogno di elaborare insieme, ancora una volta, un sentire culturalmente condiviso e adeguato all’attuale fase della storia dell’umanità non può eludere lo sforzo consapevole di vivere in sintonia con queste regole se intende modulare una nuova musica cosmica, come nel mito di creazione coreano di Mago, onorando il potere creativo di ciascuna e ciascuno nell’interazione collettiva: “Mago affidò la Musica cosmica femminile alle quattro nipoti femmine e la Musica cosmica maschile ai quattro nipoti maschi … le quattro coppie … furono posizionate ai quattro angoli del Paradiso di Mago. Ed esse costruirono i flauti e composero (nuova) musica”.

Luciana Percovich

(Presentazione del Convegno Internazionale Culture Indigene di pace. Donne e uomini oltre il conflitto, Torino 16-18 marzo 2012. Il testo intero è pubblicato anche in L. Percovich, Verso il Luogo delle origini, Castelvecchi 2016)