5G, coronavirus e noi – di Daniela Danna

Le forze produttive stanno facendo oggi un nuovo “salto evolutivo” – o meglio involutivo. Il controllo a distanza sui lavoratori si può ora ottenere con una tecnologia progressivamente invasiva, che culminerà con il pieno dispiegamento di trasmettitori e antenne di quinta generazione, il 5G. Il flusso di dati trasmesso è attraverso frequenze di campi elettromagnetici che interferiscono con le funzioni vitali di esseri umani, animali e piante.
È quello che chiamo “il modo di produzione informatico”, all’interno del modo di produzione capitalistico.[1]

La sovrastruttura religiosa del modo di produzione informatico non richiede grandi cambiamenti: è stessa la guerra contro la Natura della specie umana che fa da sfondo al modo di produzione capitalistico. Le nuove forze di produzione hanno invece bisogno di una nuova sovrastruttura giuridica. Il controllo a distanza dei lavoratori è stato già approvato dal governo Renzi nella sua opera di distruzione dello Statuto dei Lavoratori, ed è legale l’appropriazione dei dati che gli utenti dei servizi web vi immettono, in quanto il Regolamento generale (UE/2016/679) sulla protezione dei dati personali ne proibisce solo la vendita a terzi, non l’accumulazione da parte di Microsoft, Google, Facebook, Amazon, Netflix etc, nonché delle migliaia di più o meno conosciute app. (È come se le Poste fossero autorizzate a far copie della corrispondenza cartacea che consegnano.)

È però ora necessario l’innalzamento delle soglie di legge per l’irradiazione elettromagnetica da radiofrequenze – soglie che sono invece già troppo alte, anche perché basate solo sugli effetti termici (acuti: eccessivo riscaldamento, cioè bruciature) e mai su quelli biologici (continui e a lungo termine: interferenze con l’attività cellulare) dell’elettricità e dei campi elettromagnetici che genera. In particolare vengono danneggiate la respirazione a livello cellulare, la funzione riproduttiva e quella neurologica. Il DNA si rompe e, oltre una certa soglia di esposizione, cessa di poter essere riparato.

Gli effetti dei campi elettromagnetici generati dalla semplice corrente elettrica sono sempre estremi in quella parte della popolazione chiamata “elettrosensibile”. L’elettrosensibilità non è una malattia, ma una sorta di avvelenamento provocato da alterazioni dell’ambiente da cui nessun essere vivente è immune. Siamo esseri con una regolazione elettrica delle funzioni vitali, comune a tutta la vita su questo pianeta. Sono pluridocumentati gli impatti delle onde radio oggi esistenti sull’orientamento e sulla riproduzione degli uccelli, e le antenne degli insetti non sono altro che sensori per l’elettromagnetismo.

Vi è una sinergia tra interessi economici e politici delle classi dominanti nell’uso delle nuove tecnologie informatiche – la rete e l’accesso continuo ad essa degli individui dotati di smartphone (e anche di computer o tablet), degli animali o delle cose dotati di RFID (Radio-Frequency Identification, chiamato anche microchip), degli smart meter, [2]smartTV e progressivamente di tutte le merci, ognuna con il suo piccolo trasmettitore per effettuare la comunicazione tanto pubblicizzata tra cartone del latte, frigo e negozio, tra bidone e camion della spazzatura, tra lampioni e passaggio dei cittadini. I primi impianti di RFID (identificatori a radiofrequenza) sono già stati inseriti in esseri umani. Il controllo totale che si vuole imporre non è “solo” sul lavoro ma sulla vita intera.

Con l’informatica del 5G, con l’internet delle cose di cui l’industria canta le lodi, sta avvenendo un salto quantitativo e qualitativo sia nell’interazione umana che in quella che abbiamo direttamente con l’ambiente naturale da cui dipende la nostra sopravvivenza. Da una parte il modo di produzione capitalistico informatico per poter dispiegare completamente il suo potenziale economico e politico esige la progressiva riduzione di tutti i contatti umani su cui non si possono raccogliere dati. L’incontro faccia a faccia, il contatto umano diretto è in concorrenza con quello informatico. Dall’altra l’impatto biologico delle nuove trasmissioni sarà enormemente distruttivo.

Il conflitto tra forze di produzione e rapporti di produzione è arrivato, la rivoluzione sociale è in corso (“rivoluzione” nel senso di cambiamento radicale, ma non certo in positivo) con la più stupida delle scuse, che tuttavia si è fatta strada nelle coscienze come un coltello nel burro grazie all’impressionabilità di persone già atomizzate, già assuefatte a un’esistenza solo virtuale, già pervase dalla cultura della guerra contro la Natura, diventata ora guerra a un virus che ci attacca.

Dicono infatti che sia in corso una pandemia, dovuta al covid-19, un virus parente di quello della Sars. I morti solo per polmonite interstiziale causata dal covid-19 sono stati in Italia 62 (sessantadue) alla data odierna (17.4.2020), cioè il 3,8% di 19.996 deceduti le cui cartelle cliniche sono state esaminate su 20.531 decessi totali, secondo lo stesso Istituto Superiore di Sanità [3]I ventimila di cui la stampa e i politici parlano come di “morti per coronavirus” avevano molte altre patologie, in media 3,2 a testa includendo l’ipertensione arteriosa – e quindi almeno due a testa se la escludiamo (ne soffriva più del 70%). Il covid-19 ha dimostrato di essere più che altro un’infezione opportunistica che può uccidere solo persone già malate, già debilitate da altre malattie gravi o allo stadio terminale, e indebolite dall’età avanzata. L’età media dei deceduti positivi al covid-19 è di 79 anni.

Certo, molti malati con il covid-19 avrebbero potuto essere salvati se il sistema sanitario nazionale non fosse stato sistematicamente sottofinanziato riducendone i posti letto e le possibilità di terapie intensive (con ventilazione meccanica o intubamento) che permettono di superare la fase critica di questa malattia e guarire. La sanità è stata “affamata” come tutte le strutture del welfare state conquistate con la lotta dal movimento dei lavoratori dopo il “miracolo economico”. Qualunque malattia è molto più pericolosa se mancano medici, posti letto negli ospedali, attrezzature. Mi chiedo che cosa possa essere più importante del mantenimento della salute, per qualunque società umana. In nome e a vantaggio di che cosa si sono operati tagli e non aumenti nei finanziamenti a questo settore pubblico?

E così, come rimedio allo strazio del sistema sanitario nazionale, il 31 gennaio viene dichiarato lo stato di emergenza con una semplice delibera del Consiglio dei ministri (27/2020). Di tali misure estreme non si annuncia peraltro la fine ma la periodica ripresa ogniqualvolta questo o un altro virus faranno la loro comparsa – del tutto prevedibile, per come è fatto il nostro mondo in cui le malattie contagiose esistono, e nessuna “guerra” può spazzarle via. Nell’ottica del modo di produzione informatico le ricette più interessanti per uscire dall’emergenza costruita in modo così totalitario sono il distanziamento sociale prolungato e la digitalizzazione dell’Italia (e del resto del mondo), includendovi la possibilità di sorveglianza dei positivi al virus, applicata in altri paesi e di cui si discute, incredibilmente per un paese che si dice democratico.

Si vuole imporre l’improvvisa accelerazione dell’avvento del modo di produzione capitalistico informatico, in cui il rapporto tra umani è sostituito dal contatto tra umani e macchine, e tra macchine stesse, il più possibile per obbligo di legge come da manuale dello “Stato innovatore”. La socialità umana diretta non serve più al modo di produzione informatico, diventa una “scatola nera” pericolosa perché può contenere trasmissioni di dati (cioè conversazioni, progetti, raggruppamenti) non controllate – se avvengono lontano dai sensori elettronici.

Con questa antica idea dell’antagonismo tra specie umana e Natura, il modo di produzione informatico – se sarà implementato – terminerà con l’omicidio-suicidio di colui che nella coppia si crede il padrone, riflettendo su immensa scala i rapporti patriarcali tra i sessi, in cui si può agire una simile aberrazione.

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IL MODO DI PRODUZIONE INFORMATICO

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