Capeduncola di Monte Polizo

    La scheda è stata curata da Barbara Crescimanno

    Il termine “capeduncola” indica una tazza per liquidi con aspetto antropomorfo, verosimilmente usata per libagioni rituali. Nel sito di Monte Polizo, troviamo due differenti capeduncole con ansa antropomorfa, la prima nella “House 1”, la seconda nella “House 3”. Si tratta di due tazze carenate dell’età del Ferro (VII sec. a.C.) con ansa a piastra, configurate a protome antropomorfa, tipiche della cultura Elima. Esemplari simili e anche più elaborati sono stati rinvenuti a Segesta ed in altri siti attribuiti al popolo degli Elimi.

    Il primo reperto (House 1, Room VI, altezza cm 17.6) sembra rappresentare una Dea uccello, con le braccia alzate in posizione orante o benedicente, una posizione tipica di numerose raffigurazioni delle cosiddette ‘goddess figurine’ in tutto il Mediterraneo, trovate in associazione con santuari e luoghi di culto; la testa ha la forma di un triangolo rovesciato che si eleva da un torso umano; nel viso abbiamo due occhi circolari con due iridi profondamente incise e il naso in rilievo; sul collo, o al posto della bocca, ha incisi due triangoli formanti una clessidra in posizione orizzontale, o una ‘farfalla’; troviamo lo stesso disegno, ma più grande in dimensioni, sul torso, forse come rappresentazione dei seni. Sotto al torso il corpo della figura antropomorfa si trasforma in una tazza rotonda che non sembra avere ulteriori decorazioni. Sul bordo della tazza troviamo tre fori per ciascuno dei due lati del torso; è possibile che elementi decorativi fossero fissati a questi fori per specifiche occasioni. Sotto il bordo della tazza, piccole sporgenze forate sembrano indicare che l’oggetto potesse essere appeso, o attaccato a qualche corda.

    Una seconda capeduncola, ritrovata nella ‘House 3’ (Room III, 15 cm) ha aspetti che la distinguono dalla prima. È molto più tozza e rozza e dà l’impressione di essere in uno stile più arcaico. La testa sembra una schematica, indefinita estensione del corpo; due corna leggermente curvate, forse ispirate a forme bovine, più probabilmente alla figura del gufo, partono dalla testa. Gli occhi sono formati da tre cerchi concentrici di cui il più interno definisce l’iride. Il naso è lungo e a punta, e sembra raffigurare più un becco che un naso umano. Le due braccia alzate appaiono piccole e sottili rispetto all’intera figura. Il torso è estesamente decorato e diviso in tre campi diversi. In quello di mezzo sono incisi verticalmente cinque doppi cerchi concentrici; i due campi laterali sono riempiti da segni come piccole onde o ‘m’ che la Gimbutas identifica solitamente come simboli acquatici, e che ritroviamo lungo tutto il bordo esterno della tazza. Questa è carenata secondo la tradizione locale, e adornata con triangoli a denti di lupo lungo il bordo interno. Ci sono prove evidenti che anche ‘House 3’ avesse potenzialmente duplice funzione, sia come casa che come piccolo santuario. La costruzione si è sviluppata notevolmente nel tempo, da una semplice camera scavata nella roccia a una struttura dai molti ambienti con alcune delle soluzioni architettoniche più avanzate trovate nel sito fino ad ora. Grande impegno, tempo e materiale sono stati investiti per separare gli spazi tra loro, creando confini netti; l’ambiente che è stato così creato (sala II) non era molto diverso dall’ambiente di una tomba o di una grotta, ben protetto dalla luce solare e chiuso dalla ruvida superficie scavata nella roccia, isolato dagli altri ambienti della struttura attraverso ingressi architettonicamente elaborati.

    I culti legati alle grotte erano abbastanza comuni in Sicilia e nell’Italia meridionale durante il neolitico e l’età del rame. Un ambiente oscuro, offerte di cibo e di intossicanti rituali (come il vino), presenza di statuette cultuali potrebbero forse indicare che ‘House 3’ sia stata almeno parzialmente un edificio religioso.

    Tazze, anse con immagini antropomorfe o motivi a clessidra come quelli di Monte Polizo sono stati ritrovati a Grotta Vanella (Segesta), a Monte Finestrelle (Gibellina, TP), a Colle Madore (Lercara Friddi, PA). La maggior parte di questi rinvenimenti è datata tra il VIII e il VI sec. a.C. Il parallelo più antico con contenitori simili (in questo caso zoomorfi) viene dalla tarda età del Bronzo (1400-900 a.C.), da Lipari e Thapsos. Non sappiamo con certezza se l’arte figurativa di queste tazze sia frutto di maestranze locali o se derivi da contesti esterni alla Sicilia.

    Mentre le ‘dee con braccia alzate’ di Cipro e Creta sono note alla ricerca archeologica, le capeduncole siciliane sono poco conosciute, così come il gesto delle braccia alzate è decisamente raro nei ritrovamenti isolani. Nel Mediterraneo preistorico e storico, l’interpretazione di questo gesto è solitamente legata alla preghiera, alla lamentazione o all’estasi religiosa.

    Sicuramente la combinazione tra un oggetto di uso comune (che in questo caso diventa rituale) e una testa antropomorfa è inusuale. Fa pensare che queste tazze fossero pensate come elementi protettori del luogo, dei suoi abitanti e dei membri della comunità, forse come mediatori tra il mondo umano e divino all’interno di rituali che verosimilmente comprendevano libagioni; potrebbe trattarsi della rappresentazione di una entità sacra, la cui raffigurazione di sicuro porta con sé un forte valore simbolico. Le evidenze archeologiche mostrano come, oltre all’acqua e al latte, del vino prodotto localmente era comunemente consumato nella comunità, e sembra che abbia avuto un ruolo importante per la società di Monte Polizo. Sono state ritrovate, nella House 1, 50 tazze, 10 brocche, 3 anfore verosimilmente usate per regolari banchetti.

    L’ipotesi è che i due vasi appartengano ad una stessa tradizione di coppe antropomorfe, cosa che diventa ancora più evidente se si confrontano con i reperti degli altri siti ricordati. Se è vero che la seconda capeduncola è di tradizione più antica, questo significa che è stata conservata per generazioni e lasciata in eredità. I due vasi rappresentano due diverse tradizioni ceramiche, o forse sono il risultato di varie fasi all’interno di una tradizione in trasformazione; essi raffigurano probabilmente due diversi personaggi divini: uno è chiaramente antropomorfo, l’altro forse una divinità al confine tra mondo animale e mondo umano.

    NOME Capeduncola di Monte Polizo
    OGGETTO MANUFATTI
    LOCALITA' DEL RITROVAMENTO Monte Polizo, Salemi (Trapani) -
    REPERTI ESPOSTI I reperti sono conservati al Polo Museale di Salemi, via Francesco D'Aguirre, 91018 Salemi (TP)
    CONTESTO AMBIENTALE Area Esterna

    Abitazioni

    DATAZIONE Eta’ Del Ferro
    STATO DI CONSERVAZIONE

    Medio, frammenti ricostruiti

    DIMENSIONI Tra i 15 e i 18 cm
    NOTE STORICHE

    Il sito di monte Polizo, un rilievo naturalmente fortificato a 713 m. slm. costituisce, insieme a quello di Mokarta, Castellazzo e Stretto, una delle testimonianze archeologiche più importanti nell'ambito della Sicilia Occidentale. Per la posizione strategica che occupa, a metà tra Segesta e Selinunte e al centro della provincia di Trapani, è facile comprendere il ruolo fondamentale che avrà avuto in passato negli scambi tra le popolazioni in questa area. Nel sito è presente infatti ceramica importata di produzione greca, fenicio-punica (anche dal Mediterraneo orientale), corinzia o etrusca, ma anche ambra dal Baltico e oggetti in faience dall’Anatolia, che testimoniano numerosi rapporti commerciali con i centri della costa.
    I primi scavi del sito iniziarono nel 1970, a seguito di casuali e frequenti rinvenimenti di frammenti fittili. Il sito interessa una superficie di circa 34 ettari dove sono stati riportati alla luce i resti dell'acropoli (in cui è presente un santuario arcaico) e di un impianto urbanistico risalenti alla media età del bronzo, che hanno conosciuto il loro periodo di maggior fioritura intorno al VI sec. a.C.
    L'identificazione della civiltà che abitava quest'area è tuttora incerta, in quanto sono state ritrovate sia ceramiche Sicane che Elime, anche se si è più propensi a considerare Monte Polizo un insediamento Elimo. Il sito sembra essere stato abitato dall’età del Bronzo fino al periodo greco (IV a.C.), periodo dopo il quale non ci sono prove evidenti di una continuità di frequentazione. Nell’area troviamo numerosi resti ossei carbonizzati e vasellame usato per le libagioni. Il rinvenimento di oltre 30.000 frammenti di corna di cervo attesta la consistente presenza di questo animale nei rituali sacri.
    Tra le costruzioni dell’insediamento indigeno di età arcaica, la ‘House 1’ è un luogo importante per la qualità e lo stato di conservazione dei materiali ritrovati. Dal materiale rinvenuto possiamo ricostruire lo svolgimento di attività della vita quotidiana: sicuramente la tessitura (pesi da telaio e fusi per la lana sono stati ritrovati in realtà in tutte le strutture del sito) e la cottura dei cibi, la lavorazione e la conservazione del raccolto, ma anche il consumo rituale e la pratica di riti religiosi. Queste ultime attività sono suggerite da vari indizi: tracce di papavero da oppio nei pressi di una piattaforma semicircolare probabilmente destinata alla deposizione di offerte, con accanto una notevole quantità di bicchieri da libagione (troppo numerosi per un solo ‘gruppo familiare’) di produzione locale e non solo. Coppe e kotylai ionici, corinzi e di importazione si possono trovare praticamente in ogni angolo della struttura. È stata dunque considerata l’ipotesi che la ‘House 1’ non fosse una semplice abitazione, ma che la struttura fosse un luogo rituale o politico multifunzionale nel quale si ritrovano tracce di tutte le pratiche della vita quotidiana: da coltelli, daghe e punte di freccia agli strumenti per la filatura. La compresenza di attività così diversificate negli stessi spazi suggerisce che le relazioni e i ruoli ‘di genere’ fossero meno rigidamente separati e regolamentati rispetto ad altri siti. Le pratiche svolte nella ‘House 1’ mostrano anche un impressionante miscuglio di azioni ‘domestiche’ e ‘sacre’, sottolineando come queste due sfere fossero intimamente legate.

    CONDIZIONE GIURIDICA Proprietà Stato
    LINK ESTERNI
    BIBLIOGRAFIA
    1. Christian Mühlenbock, Fragments From a Mountain Society. Tradition, innovation and interaction at Archaic Monte Polizzo, Sicily, GOTARC Serie B. Gothenburg Archaeological Thesis 50, 2008
    2. Christian Mühlenbock, Adoring the past: Anthropomorphic art and body language in the Iron Age Mediterranean, in Local and Global Perspectives on Mobility in the Eastern Mediterranean, Norwegian Institute at Athens 2016