Le grandi madri del Brasile

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Punzo - Le grandi madri
Punzo - Le grandi madri

Il lavoro di Marcella Punzo, nato sull’onda di un viaggio di studio aperto all’imprevisto, ha generato questo libro prezioso che, tra i suoi vari pregi, ha quello di aggiungere un importante tassello alla ricostruzione del mosaico spezzato delle religioni pre-patriarcali che, fin dai tempi più remoti, hanno creato un immaginario che fosse capace di dare senso e rivelare la relazione tra la coscienza umana e il resto del cosmo.
Da quando agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso è entrato in scena lo sguardo nuovo di antropologhe e ricercatrici del sacro e dei miti, ovunque è emerso che all’inizio furono entità femminili a essere investite del dono della creazione. E non appena si risale più indietro dei miti sulla genesi dell’umanità che pretendono di essere universali, imperniati su un unico Dio creatore trascendente, si scopre che fu da un corpo femminile che le nostre lontane antenate e antenati immaginarono l’inizio degli esseri senzienti e delle prime culture umane. Del resto anche la genetica delle popolazioni fa risalire a Lucy, della vallata dell’Olduvai, la mutazione mitocondriale che segnò il passaggio alla specie umana sapiens che dall’Africa si diffuse lentamente nel resto dei continenti.
Ed è dal Brasile, culla di “un sincretismo culturale tra i più complessi e affascinanti”, che tornano alla luce divinità e racconti su Mama Africa conservati intatti come sotto a una colata li lava. Così, alla galleria di divinità creatrici e/o antenate mitiche dei diversi popoli, come Nu Kua (Cina), Mago (Corea), Fusji (Giappone), Te Po (Oceania), Mawu (Africa occidentale), Sussistanako (Pueblo America settentrionale), Eurinome (Mediterraneo) e Shakti (India), si aggiungono i nuovi volti antichi delle potenti Orixà afro-brasiliane che, dopo il taglio violento dalle radici e nella diaspora forzata al di là di un grande oceano, hanno conservato i tratti originari, scolpiti nella memoria dei sopravissuti/e come ancora di salvataggio dalla cancellazione e dall’annientamento delle proprie identità. Un fenomeno ben noto in linguistica, dove si definiscono ‘isole linguistiche’ le sopravvivenze arcaiche di parole, forme grammaticali e sintattiche usate da comunità costrette a vivere staccate dalla lingua madre, che evolve per conto suo ma senza toccare chi è rimasto isolato in un contesto estraneo.
Mentre i miti sopravvissuti in Africa, giudicati privi di valore da missionari e razziatori, e comunque filtrati attraverso le culture e le lingue dei colonizzatori, rinarrati e scritti fino a inglobare la nuova divinità creatrice maschile, hanno assai spesso perduto la propria matrice arcaica e spezzato irrimediabilmente i fili con le proprie origini, ciò non è successo ai miti che schiavi e schiave si portarono con sé nella diaspora dall’Africa Occidentale.
Nei terrieri brasiliani, “comunità in cui le donne per motivi culturali e storici hanno avuto da sempre un ruolo decisivo” e in cui si pratica il candomblè, la religione d’origine africana più radicata in Brasile, Osùm, Iemanjà, Nana, Iansa, Ewà, al pari delle loro sorelle delle cosmogonie degli altri continenti, si manifestano nella loro lussureggiante complessità, “che è insieme umana e divina”. E parlano, a chi si mette in cerca per guarire dal malessere e dalla disgregazione del post-colonialismo, da una distanza temporale quasi incommensurabile, svelando dimenticati archetipi al tempo presente, forse più attento dei secoli passati e più pronto a ricevere la grande saggezza del “pensiero primitivo”: la creazione di un universo che fiorisce e si espande, dentro e fuori di noi, è possibile solo stando in equilibrio tra terra e cielo, seguendo i ritmi e i cicli in cui danza la Terra governata dalla Luna e riscaldata dal Sole.
“Madri, Figlie e Padri di santo”, famiglie di parentela elettiva e custodi dei luoghi sacri (i terrieri) dove si curano malattie del corpo e sofferenze dell’anima, hanno mantenuto, delle antiche religioni pre-patriarcali, “la consapevolezza che non c’è separazione tra corpo e spirito, e che il benessere va cercato proprio in questa unione”. In questi luoghi, “enorme serbatoio di conoscenze e tradizioni d’origine india, africana ed europea”, è possibile ritrovare quello che in Africa si è perso sotto i colpi delle colonizzazioni monoteiste che per secoli hanno cercato di fare piazza pulita delle antiche religioni sciamaniche.
All’origine Iyàmì, Madre universale ancora indifferenziata, potente e rispettabile, fu immaginata come portatrice di una forza femminile naturale e soprannaturale e rappresentata come “Mitico Utero e Seno Planetario”. Era venerata sia nell’acqua che sulla terra, data la sua condizione “anfibia”: analoga alle rappresentazioni della Dea Rana e Porcospino del Neolitico europeo, alle vulve e ai seni incisi su pietre e rocce fin dal Paleolitico, ai bucrani chiamati a rappresentare l’apparato riproduttivo posto nel ventre delle donne. Le sue gemmazioni, femminili e maschili, da lei ricevevano, oltre alla vita, il compito di trovare accordi, equilibri e armonie mentre cresceva la differenziazione in attributi e poteri e il mondo inventava la sua organizzazione e il suo sviluppo.
Di questo parlano i miti che Marcella ha qui raccolto. Di come l’umanità, benedetta dagli spiriti delle Antenate/i, imparava a tenere nelle proprie mani la memoria dell’esperienza, gli insegnamenti e la possibilità di trasmetterli per continuare giorno dopo giorno la creazione, controllando e risolvendo conflitti e forze centrifughe. Ma venne il tempo in cui questa ricerca fu interrotta e spezzata, Mama Africa fu forzata a perdere i suoi ritmi e la sua saggezza, finché la dispersione forzata in un altro continente mise in pericolo la sopravvivenza delle sue creature.
Questa separazione forzata dal corpo della madre, questo drammatico periodo di espropriazione, sofferenza e morte strinse quanti/e sopravvissero nel nuovo continente a cercare salvezza in nuovi cerchi di donne: i primi terrieri furono “una fonte essenziale, luoghi fondamentali della ‘diversità’ dei neri brasiliani”.
In quegli spazi, sia durante la schiavitù, grazie alla loro maggiore “invisibilità”, che dopo la sua fine, le donne riuscirono a recuperare le loro funzioni originarie che già nella tradizione yorubà erano passate in mani maschili, a riattivare le proprie tradizioni culturali e a riorganizzare il culto delle divinità africane, a difendersi dalla prepotente invadenza del cattolicesimo caricando i santi e la madonna dei propri archetipi ancestrali.
Citando il lavoro di Ruth Landes, che negli anni Trenta e Quaranta aveva scritto La città delle donne, Marcella Punzo racconta come nelle “antiche Case di candomblè la possessione maschile non fosse permessa” e come le comunità fossero guidate in maggioranza da donne. Che rinnovando lo spirito delle culture matriarcali originarie, attente al benessere fisico mai disgiunto da quello dello spirituale, inventarono nuove forme di solidarietà sociale e di mutuo soccorso che si allargavano oltre i confini dello spazio religioso, in coerenza con i principi della concezione del sacro precedente all’affermazione degli apparati religiosi basati su caste separate dal mondo “laico e profano”: ciascuno e ciascuna è “sacerdote/essa” nella sacralità del quotidiano e responsabile della continuazione della creazione.
Il libro di Marcella Punzo tratta anche altri aspetti importanti, quali la ricostruzione della storia della schiavitù in Brasile, gli aspetti meno visibili del razzismo interiorizzato e l’impatto sulla coscienza delle donne bianche che, sull’onda del femminismo, “avrebbero preferito ignorare i contrasti razziali, per concentrarsi su quelli di sesso e avere dalla propria parte tutte le donne, ma in nome di una solidarietà troppo generica per un paese attraversato da enormi disuguaglianze e conflitti sociali”.
“Nella rivisitazione delle rappresentazioni mitiche del femminile si è soprattutto espressa l’originalità del movimento afro-brasiliano, la sua novità” scrive l’autrice, sottolineando come la capacità di critica delle “Madri di santo” alla cultura cristiano-occidentale (compreso il movimento delle donne, spesso intrappolato in una visione illuminista-materialista-psicoanalitica) affondi in quel “pensiero religioso primitivo” per cui non esistono tanto fenomeni psichici quanto piuttosto forze “sacre” che si manifestano sul piano individuale come parte di un’altra dimensione molto più ampia intessuta da forze/pulsioni archetipe e dove le polarità, come quella femminile e maschile, appartengono a principi o energie che agiscono su tutti i piani dell’esistente. A questi piani è possibile accedere nello spazio dei terrieri durante i riti iniziatici, che conducono a sperimentare direttamente l’Axé (l’energia e la forza vitale all’origine di tutto) attraverso l’esperienza mistica, il corpo e i livelli più profondi della personalità, sotto la guida di una Iyalorixà.
Lasciarci tirare dalle energie femminili elementali, scriveva in un contesto del tutto diverso la teologa femminista Mary Daly, è quanto di meglio possiamo fare per scrollarci di dosso la necrofilia dominante del mondo dei patriarchi. Imparando dalle donne juchitane che nella danza e nella festa ritroviamo ciò che ci accomuna e ci riconnette al senso del tutto.
Luciana Percovich
Introduzione al libro, 2014
Invito alla lettura: Le grandi madri del Brasile di Marcella Punzo