Le Dabu ovvero le donne anziane nella società matriarcale dei Moso/Mosuo – Francesca Rosati Freeman

Francesca Rosati Freeman - Avec les dabu dans la zumu fangzi

Le dabu sono in una famiglia matriarcale moso le persone più rispettate. Considerata saggia e imparziale, la dabu è in generale la donna più anziana che trasmette il nome, i beni e gestisce l’economia familiare, organizza le attività agricole e ha sempre l’ultima parola nelle discussioni importanti cui partecipano tutti i familiari, cioè quelle persone che discendono dal lignaggio materno e che abitano la stessa casa materna in generale per tutta la vita.

I criteri di scelta della dabu, quando questa diventa troppo anziana per gestire la sua grande famiglia, non dipendono dall’età. Se ci sono due figlie femmine e la minore si dimostra più competente nella gestione degli affari domestici, più saggia e imparziale nelle decisioni, più devota rispetto alla sorella maggiore, la scelta può ricadere su di lei.

La dabu si fa spesso carico della maggior parte del lavoro: essere a capo di una famiglia non significa dare ordini agli altri, ma lavorare con grande abnegazione. Essere dabu è un onore ma anche un onere gravoso, ci vuole una buona dose di coraggio e di energia per assumersi la responsabilità di mantenere unita, prospera e in armonia una grande famiglia. Tutti i familiari ne riconoscono l’autorevolezza e l’apprezzano per queste sue capacità.

L’abilità della dabu nel gestire in maniera giusta, serena e obiettiva non è riconosciuta solamente in famiglia (dove grazie all’educazione ai valori tradizionali trasmessi di generazione in generazione si creano rapporti familiari solidali) ma anche in seno a tutta la società che condivide gli stessi valori: si fa ricorso a una dabu in caso di mediazione fra due individui o due famiglie che dovessero entrare in conflitto (casi rarissimi), e la soluzione non è mai favorevole a un individuo o a una famiglia ma deve essere una soluzione di cui tutta la comunità possa trarre vantaggio, in modo che non si ripeta più l’errore e si eviti così il conflitto.

Pace e armonia, rispetto per la persona e per la natura sono infatti i valori a cui tutti indistintamente e in modo naturale si sottopongono senza mai sentirsi sottomessi. Anche gli uomini apprezzano le dabu e le donne in genere, senza per questo sentirsi meno virili o rischiare di perdere la loro virilità.

Sebbene si riconosca l’autorevolezza e la saggezza delle dabu, queste non abusano mai del loro potere: la loro ultima parola nelle discussioni familiari non è una decisione personale, ma è una parola che tiene conto delle opinioni e dei desideri espressi da tutti gli altri componenti. Anche nella collettività più allargata vige un’organizzazione democratica e un profondo senso dell’uguaglianza, si discute tutto e si continua a discutere fino a quando non si arriva in armonia a un accordo che rende tutti soddisfatti dell’esito finale. Questo “metodo del consenso” viene praticato sia in famiglia che all’esterno, in caso di decisioni da prendere riguardo a un problema sociale o politico.

Tra i Moso, le dabu hanno saputo conservare un modello socio-familiare, culturale e spirituale centrato attorno ai valori del principio materno, trasmettendo a figlie e figli fin dalla loro più tenera età la consapevolezza che si può essere materni anche se non si è madri genitrici o padri biologici; unitamente al modello di vita rispettoso dell’altro, di se stesse e della natura, basato sulla mutualità fra genere femminile e maschile, sull’eguaglianza tra i due generi che sanno mantenersi in perfetto equilibrio.

È soprattutto nelle dabu che si riscontra il profondo legame con la Terra come Madre che ci nutre. Basta constatare che tutta la Natura è considerata sacra e percepita al femminile per sapere in che considerazione nella cultura moso sono tenute le dabu e tutte le donne.
Queste non hanno mai perso l’essenza che le lega alla Madre Terra e ancora oggi sono portatrici di un sapere millenario che hanno tramandato e tramandano di generazione in generazione, un sapere legato alla conoscenza della natura e di tutto quello che offre: dalle piante medicinali per curare sia le persone che gli animali alla coltivazione e alla cura della terra, alla lavorazione dei prodotti raccolti e alla preparazione del cibo.
Questo legame con la Terra è molto sentito anche perché le donne la ricevono ben curata dalle loro Antenate, e a loro volta la curano, la amano e la rispettano come fosse un dono sacro, e come tale la trasmettono alle generazioni future. Sono le dabu che organizzano le attività agricole ed è svolgendo le loro stesse attività che si prende consapevolezza di questo sacro legame ancestrale.

Alle dabu è anche affidato il culto delle/gli Antenate/i: girano attorno allo stupa, il monumento funerario, più volte al giorno e si vedono nel loro costume tradizionale percorrere avanti e indietro le vie del villaggio facendo roteare il mulinello di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura. Fanno dei ritiri spirituali nell’isoletta in mezzo al lago per pregare la divinità della montagna, ma pregano anche per tutti gli esseri viventi, compresi animali, uccelli e insetti e pregano anche per la prossima vita.

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Francesca Rosati Freeman – Prières autour d’un stupa

In questo periodo in cui il Covid-19 fa strage soprattutto in mezzo alle persone anziane, il mio pensiero vola anche presso le Moso. Mi assicurano che stanno tutte bene e che il virus non le ha toccate minimamente. Le ho immaginate sotto un cielo blu, in riva al lago dalle acque luccicanti di ottelie e sul fondo la maestosa presenza della montagna sacra che le protegge: respirando un’aria purissima dove nessun virus potrebbe mai attecchire, soprattutto lontano dall’invasione dei turisti a cui è stato posto il divieto d’accesso.
Le ho immaginate ancora più attive nel percorrere le strade dei loro villaggi con il chokor per scacciare lo spirito maligno venuto a impossessarsi della vita delle persone, le ho immaginate nei loro ritiri spirituali per pregare per tutti gli esseri viventi, come quando nel 2012 un terremoto le colse all’improvviso provocando molti danni soprattutto nelle zone rurali. La compassione e la solidarietà che queste persone mostrano nei casi di necessità è davvero commovente.

Ma non potrei mai immaginarle confinate nelle loro case, discriminate per la loro età, private dei loro movimenti, fatte morire in solitudine, loro che sono considerate la memoria del passato, come dei Buddha viventi, le trasmettitrici dei valori tradizionali della loro cultura, loro che non hanno mai interrotto il dialogo coi figli e coi nipoti.
Mai le persone anziane sono abbandonate a se stesse o rinchiuse in case di riposo e isolate, lasciate morire senza il conforto dei familiari, privando le figlie della possibilità di stringere la mano della madre nel momento del trapasso mentre le sussurrano parole amorose. Esse sono le radici da cui proviene la linfa della crescita dei più giovani.

Solo uomini e donne patriarcali al potere, sotto il pretesto di proteggere la salute delle persone anziane, possono prendere decisioni che cancellano il fatto che le persone anziane sono il maggior patrimonio culturale esistente da tramandare a figli e nipoti.
Decisioni che ignorano la perdita di tanta saggezza, dimenticano il loro ruolo fondamentale nella vita sociale ed economica del paese, trascurano di perdere perfino il vantaggio di averli come compagni di gioco dei loro figli e figlie, spesso accuditi/e dai nonni durante le ore di lavoro dei genitori; e decidono di separarli – sempre per il “bene della loro salute” invece di pensare a come ampliare il sistema sanitario e porre fine agli orrori consumati nelle case di riposo, là dove sono andati via per sempre i nostri parenti anziani senza nemmeno una degna sepoltura. Un risparmio economico ingente, mai riconosciuto. Ed è proprio per questa ragione, proprio perché improduttivi secondo la logica del potere, che se ne può fare a meno?

È ora di riconsiderare il ruolo delle persone anziane nella nostra società, sulla loro preziosa presenza e attività.
L’esempio tuttora attuale delle dabu e del loro ruolo nella società dei Moso ci indica la via, nessuno avrebbe mai osato prendere misure così aberranti nei confronti delle persone anziane da noi considerate scarto della società.

di Francesca Rosati Freeman