Intervista a Judy Foster

Abbiamo chiesto a Judy Foster, coautrice con Marlene Derlet del libro Donne Invisibili della Preistoria – che sta ricevendo grande attenzione ed è stato premiato lo scorso novembre a Roma dal Paese delle Donne con il “PREMIO REDAZIONE per opere di particolare interesse collettivo” – di raccontarci qualcosa in più della sua vita e formazione.

L’Australia in questi mesi è stata al centro dell’attenzione del mondo, con il fuoco e poi l’acqua che hanno percorso un continente agli antipodi dell’Europa, ma ormai popolato più da europei che Nativi.
È stato proprio l’incontro con la cultura aborigena la molla che ha fatto scattare in lei il desiderio di riattraversare la storia dell’umanità in maniera del tutto spiazzante: dall’altra parte del pianeta e dal punto di vista di donna!

Ringraziamo Giusi Di Crescenzo per la cura e la traduzione.

Judy Foster pennella per noi un quadro di vita in cui sono la natura, la vita con gli animali, la terra e l’acqua gli elementi formativi della sua infanzia e adolescenza.
Un’infanzia immersa nella natura selvaggia.
In una casa isolata nel mezzo di una proprietà dedicata all’allevamento delle pecore e attraversata dal fiume Murray, non lontano da Melbourne.

Quali ricordi hai della tua infanzia?

Della mia infanzia mi piace ricordare soprattutto i giochi con le sorelle, nell’acqua e nel fango a raccogliere cozze per farne esche e pescare con un semplice filo piccoli merluzzi o saraghi per la felicità di nostra madre, che la sera li avrebbe cucinati per cena.
E poi i poni che avevo imparato a montare lungo il fiume o nella boscaglia che cresceva sugli alti argini. Qualche volta durante le nostre lunghe passeggiate incontravamo mio padre sulla sua piccola motocicletta che seguiva un gruppo di pecore che venivano guidate verso l’aia su cui sarebbero state tosate e poi la lana sarebbe stata confezionata in balle pronte per essere mandate a Melbourne per essere vendute.
Ma anche i brividi di una natura da rispettare come quando nelle calde estati si incontravano i serpenti che strisciavano silenziosi lungo i nostri sentieri e noi ci fermavamo immobili al loro passaggio!
Una notte mia madre trovò un serpente in cucina e subito andò a prendere il fucile e sparò un colpo che colpì il serpente ma anche il muro, cosicché mio padre dovette tappare il buco!

Anche i suoi primi anni di studio hanno il sapore di una formazione lontana dai condizionamenti e dalle regole delle istituzioni “regolari”
Si chiamava Long Distance Home Schooling ovvero “una scuola a casa” in cui le direttive arrivavano da un istituto per corrispondenza:
la Blackfriars Correspondence School, di Sydney.

Le lezioni arrivavano per posta ogni settimana e mia madre doveva trovare il tempo, fra le mille cose che aveva da fare, per guidare me e le mie sorelle nello studio delle varie materie che dovevamo studiare.
Quando poi fui mandata – alla fine del quinto anno – alla scuola secondaria al Genazzano Convent di Melbourne i primi tempi furono molto duri.
Soffrivo di nostalgia di casa. Ma alla fine mi ambientai in mezzo ad altre 28 ragazze della mia età. Quando avevo 11 anni tornai a casa e al mio bush.
Ottenni il mio primo diploma per l’insegnamento all’Australian Catholic University e poi frequentai il Royal Melbourne Institute of Technology Art School per quattro anni, studiando design per la moda e la pubblicità.
Per fare un po’ di esperienza nel mondo del lavoro insegnai al Caulfield Campus dell’Università di Monash.

Nel 1965 il matrimonio?

Mi sposai ed ebbi tre figlie: Sarah che è ceramista, Carolyn che è una web designer/writer e Edwina che è una produttrice di documentari.
E adesso ho sei nipoti.

È dunque solo dopo un bel tratto trascorso secondo i comuni canoni della cronologia di vita femminile – studi superiori, matrimonio, famiglia e figl* – che Judy Foster inizia un nuovo percorso di studio e ricerca, che la porterà direttamente a questo libro.
Che sembra nascere da domande che molte donne – soprattutto nella seconda metà del secolo scorso fino ad oggi – si sono poste.
Quelle domande che anche Marlene Derlet – coautrice del libro Le Donne Invisibili della Preistoria – si poneva da ragazza, come Judy Foster ci racconta nelle pagine di ringraziamento del libro.
“Perché gli stati devono combattersi tra loro? Perché nei libri di storia le eroine sono pressocché assenti? Perché alle donne viene attribuito uno status inferiore? E soprattutto da dove nascono questi atteggiamenti?
È mai esistita una società senza conflitti dove le donne e il femminile venivano celebrati e valorizzati?”
Le risposte Marlene Derlet le aveva trovate nella sua ricerca sulle questioni legate agli indigeni australiani e alle donne indigene in particolare: gli aborigeni vivevano in comunità che convivevano pacificamente con altri gruppi e in cui esisteva una netta separazione fra uomini e donne, ma dove separazione non significava disuguaglianza e svalorizzazione, ma ogni sesso era apprezzato a pieno titolo.

E fu perciò che la maestra Marlene Derlet fu ben lieta di contribuire a partecipare alla stesura di questo libro quando le venne proposto dalla sua allieva Judy Foster?

Nel 1989 decisi di frequentare l’Università di Monash per scoprire perché c’erano così poche donne insegnanti nelle università e perché ciò che le donne avevano fatto nella storia era così poco al centro degli interessi degli studi.
Mi disturbava che ci fossero così poche donne rappresentate nei libri di storia e soprattutto in quelli di archeologia e così decisi di concentrarmi su questo aspetto.
Frequentai, part time, un corso di Arti visive e di Studi sulle donne (women’s studies) e completai i corsi nel 1993.
Intanto era stato fondato un corso di Studi Indigeni Australiani condotto, appunto, da Marlene Derlet e poiché mi interessava l’argomento cominciai a frequentare il suo gruppo al Centro per gli Studi Indigeni a Monash.

Dunque l’approccio e lo studio della storia e delle tradizioni aborigine è stato un elemento importante nell’ispirare il tuo lavoro e indicare una strada di ricerca?

Si. Per tutto l’anno avemmo delle interessantissime chiacchierate con Marlene, che continuarono anche dopo che entrambe avevamo lasciato l’Università di Monash. Così nacque l’idea di scrivere quanto avevo imparato e cominciai la compilazione di un saggio che andava progressivamente crescendo. Non soltanto sulle donne nella storia ma anche sulle donne prima della storia.

E così è nato Donne Invisibili della Preistoria?

Una prima stesura era pronta nel 2002, e nel 2003 la mandai a Susan Hawthorne della Spinifex Press, casa editrice di donne fondata nel 1991.
Marlene aveva scritto una parte dei primi due capitoli e io avevo fatto il resto. In questo manoscritto avevamo scritto insieme i primi tre o quattro capitoli.
Susan li lesse e fu molto incoraggiante e ci mandò molti suggerimenti.
Marlene lavorò ai suoi due capitoli – anche se il suo contributo nella stesura del libro, come scrivo nelle pagine di ringraziamento al fondo del libro, è andato ben oltre i contributi scritti sulle origini linguistiche, sulla letteratura e mitologia orale indigena. Il suo è stato un lavoro determinante per le nostre numerose discussioni, le sue critiche e il suo paziente editing.
Intanto, dopo quella prima stesura, cominciai una seria ricerca sulle donne nella preistoria anziché nella storia, e le informazioni erano veramente molto poche.

Fu durante queste ricerche che hai scoperto Marja Gimbutas?

Scoprii tutto il suo lavoro e fu allora che la ricerca sulle donne nella preistoria divenne più ampia e seria.
Ci vollero 10 mesi di un lavoro di editing molto difficile durante i quali completai anche tutti i disegni e le didascalie. E infine il libro fu pronto nel 2013.

E piano piano anche la Dea e la civiltà della Dea?

Da quando ho cominciato questo lavoro di ricerca ho prodotto molti saggi sui vari aspetti della Dea come appare nelle diverse culture e società in tutto il mondo. Ho scoperto la sua presenza ovunque, una presenza esplicita o implicita, ritratta in piccole sculture o altri utensili usati dalle donne.
Lei è Una, lei è Tutto, Lei è Ovunque.