Il calice e la spada

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Riane Eisler
Il calice e la spada. La civiltà della Grande Dea dal Neolitico ad Oggi.
Forum Edizioni, 2011

Il Calice e la Spada è stato pubblicato da Riane Eisler nel 1987: ben trent’anni fa, ma resta un libro ancora fortemente attuale per i temi discussi e soprattutto perché ci offre elementi di riflessione che possiamo mettere in pratica nella scelta di una nuova modalità di vita.

Il titolo ben sintetizza ciò che viene descritto nell’opera: “calice” e “spada” sono i simboli scelti dall’autrice per identificare due tipologie di società.

La prima, quella del calice, a modello mutuale o di partnership; la seconda, quella della spada, a modello dominatore. Da qui parte l’autrice per descrivere – nella prima parte del saggio – gli albori delle società umane, partendo da Paleolitico e arrivando sino alle invasioni dei popoli indoeuropei, identificati da prove inconfutabili come coloro che distrussero le società precedenti.

Pur nella difficoltà di ricostruire l’epoca preistorica – a causa soprattutto del paradigma   fuorviante usato dagli addetti ai lavori – attualmente è possibile definire le principali caratteristiche  delle culture esistenti prima delle invasioni indoeuropee (o kurgan, come definite dall’archeologa e linguista lituana Marija Gimbutas): si è trattato, per lunghi millenni, di società a modello mutuale.

In tal senso, la scoperta della civiltà minoica di Creta è stata un evento esplosivo: tornava alla luce una civiltà tecnologicamente ricca e culturalmente avanzata, pervasa da bellezza, grazia, movimento e godimento della vita. Tutto era iniziato nel 6000 a.C. quando una comunità di migranti dall’Anatolia arrivò a Creta portando con sé la Dea e una tecnologia agricola propria del Neolitico. Lo studio dei reperti e gli scavi effettuati hanno portato alla luce una società in cui non sono state rivenute tracce di guerra, dove le arti e l’economia prosperavano, serpeggiava uno spirito di armonia tra donne e uomini che partecipavano alla vita con gioia e trattandosi da pari. Il termine che meglio identifica tale armonia tra donne e uomini è GILANIA (dalla radice greca gi, donna e an. uomo, tenute insieme da una consonante liquida, l), che indica “l’uguaglianza di status tra i due sessi come presupposto per un’evoluzione culturale intrecciata che tenga conto della totalità della società umana, e una struttura di pensiero e di organizzazione sociale che ha caratterizzato civiltà contraddistinte da rispetto, solidarietà e interconnessione creativa tra donna e uomo.”

Degna di essere citata anche l’urbanistica, con un’alta qualità degli edifici e degli impianti sanitari e fognari. Attenzione particolare era inoltre data all’estetica dei palazzi, la cui architettura era caratterizzata da ampi cortili, facciate decorate e labirinti. Le città avevano strade ben lastricate che le collegavano ai porti.

Tale estetica e insieme attenzione alla praticità permeava anche la vita della popolazione, dall’abbigliamento alla gestione della casa, sino alla sfera intima/sessuale, vissuta in maniera libera e appagante, che riusciva a tenere basso il livello di aggressività, in primis maschile. L’ambizione personale era un concetto sconosciuto tanto che in nessuna opera si trova citato il nome dell’autore o dell’autrice. Creta è dunque un simbolo di una civiltà in cui l’arte rispecchia il concetto di un potere che non è dominio, distruzione e soppressione.

E qui si arriva ad uno punto molto rilevante per la comprensione dei due modelli di società descritti nel saggio: se nella società a modello mutuale (o del calice), il potere è inteso come RESPONSABILITA’ (simile a quella di una madre verso i suoi figli/e), in quella a modello dominatore (o della spada) il potere è inteso come DOMINIO.

Ma come avviene il passaggio dalle civiltà del calice a quelle della spada?

È a partire dal V millennio a. C. che iniziano ad essere testimoniate tracce di invasioni e catastrofi naturali con una conseguente fermata dello sviluppo della civiltà. In Europa ci fu la prima ondata di Kurgan, così definita da Marija Gimbutas, pastori migranti che travolsero l’Europa neolitica. I Kurgan erano popoli indoeuropei (o ariani), provenienti dal nord-est asiatico, governati da sacerdoti e guerrieri. Erano accomunati da uno stesso modello sociale, dominatore e maschile, supportato da una tecnologia di distruzione. Ciò che distingue infatti questi popoli da quelli del Neolitico era ad esempio l’uso di metalli come il rame e l’oro: se i popoli del Neolitico li usavano per scopi religiosi e ornamentali, gli Indoeuropei invece li usavano per scopi bellici. Quindi la guerra fu uno strumento fondamentale per sostituire il modello mutuale con quello dominatore, caratterizzato dalla spada.
Inizia così la fase di distruzione delle civiltà indigene matrilineari e pacifiche con conseguente variazione anche dello scenario urbanistico delle varie comunità. Insieme alla devastazione fisica, si evidenzia un impoverimento culturale, ben visibile ad esempio nell’involuzione della ceramica, che un po’ alla volta scalza la centralità che fino ad allora aveva avuto la Dea. La distruzione della civiltà di Creta, tra le ultime a cadere, segna la fin di un’era.
È chiaro quindi che tutte le tecnologie sociali e materiali fondamentali perché si possa parlare di civiltà sono state sviluppate ben prima dell’imposizione della società a modello dominatore.
Ma, non fu solo l’uso della guerra a portare la distruzione della civiltà della Dea; anche la penna ha avuto (e ha tuttora) un ruolo molto importante: può infatti modellare le menti e modificare il livello culturale delle persone. Grazie all’opera dei sacerdoti e della nuova religione, le antiche storie sacre sono state riscritte, scardinando il sistema di valori che c’era stato sino ad allora. L’esempio più eclatante fu la scrittura della Bibbia, che sostituì alla Madre creatrice un Dio creatore e fece di Eva e del Serpente le cause di tutti i mali dell’umanità.
La società a modello dominatore diventa quindi essenzialmente gerarchica anche in ambito religioso, dove la figura femminile viene spodestata e/o relegata a semplice consorte. Dalla religione vengono quindi diffusi dogmi come quello di accettare tutto quello che viene imposto e non usare la propria intelligenza per pensare liberamente. Tuttavia, alcuni simboli della Dea restarono nella religione cristiana, tra cui la data della nascita di Cristo e il fonte battesimale (il calice). Le immagini artistiche cambiarono radicalmente: non ci furono più dettagli che mettevano in risalto la Dea che dona la vita, ma l’esaltazione della pena, della sofferenza e della morte.
Dopo aver passato in rassegna nella prima parte del saggio il passato perduto, l’autrice si concentra sul mondo attuale per cercare di comprenderlo. Il totalitarismo moderno balza così agli occhi come il culmine logico di una evoluzione culturale basata sul modello di organizzazione dominatore. È una forma politica che considera tra le virtù più alte l’obbedienza e il conformismo. La violenza viene tollerata e addirittura “osannata” per determinati scopi. Viene celebrato il leader carismatico.
Ed è proprio l’ambito della comunicazione quello a cui i regimi totalitari tengono di più. Il controllo dei mass-media, l’uso massiccio della televisione, la costruzione di nuovi miti usa e getta rappresentano gli strumenti più efficaci per rafforzare il controllo e lo sfruttamento dei vari popoli della terra. E tali forme sociali hanno tuttora un’attrattiva che deriva dal potere radicato dei simboli e dei miti androcratici. Tali immagini e storie continuano ad inculcare nel nostro inconscio la paura che se solo prendiamo in considerazione un allontanamento dalle soluzioni androcratiche verremo in qualche modo severamente puniti.
E si arriva così alla parte conclusiva del lavoro di Eisler: come effettuare il cambiamen
to? Perché è questo in cui crede l’autrice, che il cambiamento sia sempre possibile.
La soluzione è offrire alla mente umana l’occorrente per immaginare, e quindi creare, un mondo migliore. E come?
Nutrendo il nostro inconscio di nuovi miti e simboli.
Pensando ad nuova scienza e a nuova spiritualità che usino sia la ragione che l’intuizione: esemplificativo in tal senso è il lavoro della genetista Barbara McClintock, basato sulla partecipazione attiva all’osservazione scientifica, “entrando” a fare parte di ciò che si osserva, empaticamente.
Trasformando il conflitto, che è inevitabile, in qualcosa di produttivo, praticando la non-violenza e creando energia positiva e forza della verità.
Pensando ad una nuova concezione del concetto stesso di “potere”: non più un controllo sugli altri, ma uno sviluppo di noi stessi che quanto maggiore sarà tanto più saremo potenti e insieme portati a non limitare il prossimo.
Codificando una nuova politica ed una nuova economia: ciò che manca adesso per attuare la trasformazione è un sistema di guida sociale, i valori di governo, che potrebbero destinare a fini condivisi la distribuzione delle risorse, inclusa la nostra notevole competenza tecnologica.
I nuovi valori sarebbero quelli di cooperazione e non di scontro, di armonia con la natura e non la sua conquista. Questo altro non sarebbe che un tornare all’antica visione femminile, che ci aiuterebbe a modificare anche la direzione dell’evoluzione tecnologica.
Quando arriveremo al passaggio dalla società dominatrice a quella mutuale, il nostro vecchio modo di pensare, sentire e comportarci non potrà fare a meno di trasformarsi. Una nuova società non è un’utopia lontana ma uno scenario realizzabile momento dopo momento.
La vera scelta che la società deve operare non è tra le varie forme di governo o religiose, ma tra il modello dominatore o mutuale.

Enza Di Lizia

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