Agroecologia: una agricoltura possibile per un pianeta sostenibile

Diamo inizio con questo articolo di Pietro De Marinis, PhD in Economia Agraria del Dipartimento di Scienze Agroambientali dell’Università degli Studi di Milano, al tema dell’Agroecologia. Una disciplina che incorpora la visione della ciclicità di vita e morte propria delle culture “primitive e indigene” e che lo sfruttamento intensivo “scientifico e tecnologico” intende sostituire artificialmente. Una disciplina che fatica ancora a ottenere pieno riconoscimento in ambito accademico.

Il testo ci introduce al video di Fausto Gusmeroli, ricercatore presso la Fondazione Fojanini, autore di libri e articoli divulgativi sui temi della biodiversità. Spiega in maniera chiara e alla portata di tutte e tutti quali scelte gli abitanti umani del Pianeta Terra devono fare, e piuttosto in fretta.

Sull’Agroecologia e su ogni progettualità rispettosa della Terra accetteremo contributi e segnalazioni!

La Redazione di Autrici di Civiltà.

 

Come comprendere in modo intuitivo ma profondo il significato del termine “agroecologia”?

Prima una premessa: l’agroecologia è stata definita in modi diversi nel tempo a seconda del background culturale dell’autore. La definizione più ampia potrebbe essere quella proposta da Dalgaard et al. (2003) per il quale essa è una multi-disciplina integrata che fonde elementi di agronomia, ecologia, geografia, sociologia e scienze economiche e che studia le connessioni tra piante, animali, esseri umani e ambiente nell’ambito dei sistemi agricoli. Indipendentemente dalle diverse definizioni emerse con l’evolversi del concetto, uno dei principi condivisi dell’agroecologia è l’attenzione alla conoscenza tradizionale dell’ambiente locale, che è stata utilizzata dalle comunità nel corso dei secoli per dare forma al proprio sistema socio-ecologico e dunque alla propria cultura (Ostrom, 2009). Ma l’agroecologia non è solo orientata alla conoscenza antica, poiché incorpora nel ragionamento verso la sostenibilità tutti i più recenti progressi relativi alla comprensione scientifica dell’ecologia, dell’agronomia, della sociologia e dell’economia (CFS-HLPE, 2019). In sintesi l’agroecologia, come disciplina scientifica o movimento sociale, come teoria o pratica di vita, oltre a essere in grado di cambiare profondamente il nostro modo di vivere, sicuramente può cambiare di molto il nostro modo di coltivare!

Partiamo in ogni caso dalla letteratura e dunque da una semplice definizione che è possibile trovare sui libri o in rete: l’agroecologia è quella “disciplina che applica i principi dell’ecologia all’agricoltura”. Si tratta di applicare i concetti appresi dal funzionamento dei cicli della natura al sistema di coltivazioni che permette al genere umano di produrre selettivamente e attivamente il suo nutrimento. Da ciò deriva una seconda semplice definizione di agroecologia come “sistema di agricoltura associato al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente”. Con quest’ultima definizione ci avviciniamo molto ad una descrizione molto concreta, traducibile in quelle pratiche che molti di noi mettono già in campo nel proprio orto con l’obbiettivo di produrre ortaggi di prima qualità, senza paura di contaminazioni tossiche e produzione di scarti inquinanti dovute all’utilizzo di prodotti chimici.

All’estremo opposto, sono sicuro che molti di voi abbiano ben presente il “famoso orto del vicino”, sempre più verde visto l’impiego di fertilizzanti azotati e prodotti fitosanitari chimici. Il richiamo a un orto del genere è utile a definire un altro concetto importante per comprendere a pieno l’agroecologia, ovvero il concetto di agricoltura moderna, “convenzionale” o industriale. Parliamo qui di quell’insieme di approcci riduzionisti e tecniche agricole basate sui fertilizzanti di sintesi e sulla semplificazione estrema dell’agroecosistema. Tale agricoltura è il risultato dell’applicazione della meccanizzazione dei processi produttivi e pur avendo tra i suoi meriti il raggiungimento di altissimi livelli produttivi, ingenera tutta quella serie di esternalità negative che ci costringono oggi a parlare di cambiamento climatico, perdita di biodiversità e, tutto sommato, fame nel mondo.

Personalmente il momento in cui ho capito a fondo tali definizioni è stato un giorno in cui stavo preparando una delle aiuole del mio orto, spargendo compost ben maturo e profumato sul terreno e mescolando la sostanza organica che lo compone con la terra un po’ troppo chiara che mi ritrovo dopo anni di coltivazione nello stesso luogo. In quel momento, pensando a come fa la Natura a mantenere fertile il suolo, la mia mente è volata all’interno di un bosco, dove ho visualizzato chiaramente una cosa: la Natura non nutre le piante. Quello che vediamo è un ciclo in cui la Natura più che nutrire le piante, si concentra nell’assicurare che ogni anno, e precisamente durante l’autunno e l’inverno, una sufficiente quantità di materia organica cada sul terreno e li sia decomposta. La Natura è attenta a nutrire il terreno più che le piante!! La cosa a cui noi assistiamo è un’attiva organizzazione dell’ecosistema naturale volta a reintegrare la sostanza organica del suolo. Essa costituisce la base della catena alimentare nel suolo e alimenta un’infinità di insetti, funghi e batteri decompositori che trasformano la sostanza organica in quei minerali essenziali alla crescita delle piante, determinando dunque la fertilità. Le piante in questa luce risultano essere solo l’elemento più appariscente di questo ciclo, non ne sono le protagoniste indiscusse! È cosi che ho compreso il modo di ragionare dell’agroecologia: in realtà ciò che occorre fare quando vogliamo coltivare delle piante è assicurarci di nutrire il suolo. È lui che in realtà nutrirà le nostre piante. Noi ci illudiamo che addizionando polveri minerali al terreno, prontamente o lentamente disponibili per le nostre piante, noi le stiamo nutrendo. In realtà è come se gli iniettassimo via flebo una soluzione fisiologia utile a tenerle in vita, mentre distruggiamo contemporaneamente un altro “organismo”, il suolo, che era invece l’attore principale di questo rapporto di mutuo ed equilibrato sostentamento naturale.

Utilizzando i fertilizzanti di sintesi noi ci mettiamo in mezzo al rapporto esistente tra suolo e piante, escludendo il suolo e abituando le piante a contare su di noi. Rompiamo un equilibrio naturale. Il pensiero alla base di un simile comportamento è la convinzione di poter ridurre i fabbisogni di un sistema complesso ad una lista di semplici sostanze e azioni come quelle che definiscono le pratiche dell’agricoltura moderna, intensiva e di tipo industriale. È cosi che si definisce quel modello agricolo che ha caratterizzato la storia dalla rivoluzione verde in poi.

Essere consapevoli di questo cambio di prospettiva e applicarlo volontariamente ad altri contesti è l’elemento che ci permette di comprendere le potenzialità dell’agroecologia. La disciplina infatti non si limita a reinterpretare le tecniche agricole e può arrivare a cambiare il nostro stile di vita: prendete uno dei problemi più emblematici della nostra “ricca” epoca storica: la fame nel mondo.

Se non siete lettori sprovveduti saprete che il problema della fame nel mondo è un problema di distribuzione e spreco del cibo che viene prodotto. Ovvero saprete che a livello mondiale viene prodotto cibo largamente sufficiente a soddisfare il fabbisogno, in termini di quantità, dei circa 7 000 000 000 di abitanti del pianeta Terra. Tuttavia la produzione è concentrata in luoghi determinati ed è gestita con un sistema di distribuzione, quello dei mercati internazionali, che non riesce infine a sfamare tutti. Ebbene, una possibile soluzione al problema, suggerita dai molti sostenitori dell’agricoltura industriale, è quella di aumentare la produttività e quindi la quantità di cibo prodotta e sforzarsi di rendere il sistema di distribuzione, il mercato, più efficiente e utile a soddisfare i bisogni, dovunque essi si presentino.

Come per il sistema “suolo”, la soluzione “industriale” proposta è quella di agire direttamente sul sintomo, la fame, e curarlo con la prima cosa che ci viene in mente: più cibo, più facile da produrre se di tipologia uniforme, in grandi quantità e con metodi standardizzati.

L’approccio agroecologico è invece quello che ci spinge a cambiare punto di vista e a comprendere che per risolvere un problema di “insufficiente accesso” al cibo occorre comprendere il sistema naturale che lo produce, al posto di sostituirsi ad esso. Si tratta di guardare all’ecosistema terrestre in modo organico, sistemico, realizzare che l’essere umano è solo uno degli attori presenti in scena. Occorre identificare quelle azioni sulle quali l’umanità ha pieno controllo.

Sulla scala globale ciò che occorre è guardare nuovamente all’agricoltura come quella disciplina che aiuta il genere umano ad adattarsi ai diversi ambienti in cui abita, dunque alla gestione oculata della vasta diversità di piante ed animali che ha contraddistinto la sua evoluzione storica a partire dai luoghi della nascita dell’agricoltura. Occorre promuovere la diversificazione del sistema agricolo globale e smettere di proporre soluzioni standardizzate quali sementi ibride e brevettate per l’utilizzo obbligatorio in associazione a prodotti fitosanitari o fertilizzanti chimici.

Secondo Diamond, studioso dei meccanismi socio-ecologici origine delle disparità e distribuzione della ricchezza sul pianeta, “Non è che un bel mare di spighe dorate sia l’ammirevole prodotto dell’ingegno superiore dei primi contadini eurasiatici. Il merito è tutto dell’orientamento dell’asse principale dei continenti. Attorno a questi assi girarono le fortune della storia.” (Diamond, 2014)

Questa affermazione significa che l’evoluzione agricola non è solo il risultato degli sforzi dell’uomo tesi a produrre di più, è soprattutto il risultato delle caratteristiche del clima, della geografia e delle capacità di adattamento delle specie vegetali selvatiche esistenti nella loro diversità. Questa relativizzazione del ruolo dell’umanità nel creare il proprio futuro ci costringe per fortuna a rivedere anche i ruoli di ogni singolo componente della nostra società e a ricordarci che le strutture sociali, le relazioni tra generi e in generale le relazioni tra esseri viventi non sono caratteristiche intrinseche ma costruzioni che possono essere abbattute, se non possono essere restaurate.

Pietro De Marinis

 

Bibliografia:

Dalgaard T., Hutchings N.J., Porter, J.R. 2003. Agroecology, scaling and interdisciplinarity, Agriculture, Ecosystems and Environment 100, 39-51

Ostrom E. 2009. A General Framework for Analyzing Sustainability of Social-Ecological Systems, Science, 325(July), 1962–1980

CFS-HLPE. 2019. Agroecological and other innovative approaches for sustainable agriculture and food systems that enhance food security and nutrition. Rome

Diamond Jared, 2014. Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni. Super ET. pp. XIV – 402. ISBN 9788806219222.